100 anni fa nasceva Dario Fo, il giullare da premio Nobel

“Non che io non sono nato giullare, non sono venuto con un soffio dal cielo e, op! sono arrivato qui: «Buongiorno, buonasera». No! Io sono il frutto di un miracolo! Un miracolo che è stato fatto su di me! Volete credermi? È cosí! Io sono nato villano.”

Il 24 marzo del 1926 veniva al mondo Dario Fo: un mondo fatto di opacità, pudicizia, timore ed incoerenza. Il drammaturgo, scrittore, attore e regista ha messo insieme i cocci di un’esistenza variopinta, che andava dall’infanzia dei racconti del nonno e delle storie degli affabulatori di un piccolo comune lombardo, al diploma in pittura all’Accademia delle Belle Arti di Brera; dall’arruolamento nell’esercito fascista – poi ampiamente criticato – allo schieramento tra le fila culturali della sinistra italiana.

Raccontava di un povero contadino, il giullare in questione: una metamorfosi attuata da Gesù Cristo in persona, per permettergli di tramutare le ingiustizie subite in racconti, moniti, testimonianze, voci. Si tratta di una delle giullarate di “Mistero Buffo”, incommensurabile opera teatrale del 1969: una serie di monologhi in cui Fo vangelizza laicamente il pubblico, raccontando fatti e leggende della cultura popolare oralmente tramandate. Arricchitosi negli anni di nuovi spunti e ricerche, il copione è rimasto in continuo aggiornamento e work in progress: questo ne ha decretato l’incredibile contemporaneità, in un lavoro complesso che delicatamente semina ed istruisce al rispetto, all’uguaglianza, all’etica morale.

A decretare il successo di “Mistero Buffo” è stata anche la modalità di presentazione dell’opera, in parte recitata, cantata – se vogliamo utilizzare un’espressione medioevale – con il grammelot, una comunicazione verbale basata su fonemi ed onomatopee che imitano la struttura sonora di una lingua che non ha riscontro nella realtà. Tra tutti, il “Grammelot di Scapino” ne è senz’altro la massima espressione: un anziano e saggio servo insegna al giovane ricco di famiglia, da poco orfano di padre, come stare al mondo e in società, e lo fa con sonorità ed accenti francesi. Dario Fo ha citato spesso come fonte di ispirazione Molière, il quale utilizzava il grammelot per evitare censure e cause, poiché impossibile da trascrivere e da utilizzare quindi come prova accusatoria.

“La parola dignità gioca un ruolo importante nella sua produzione letteraria ed è al centro dell’opera “La nascita del giullare”: è con questa premessa che nel 1997, Dario Fo riceveva il Nobel per la letteratura, perché “nella tradizione dei giullari medievali fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati”. E fu proprio quel contadino/giullare sopra citato il motivo del premio, poiché quel tipo di teatro, così meravigliosamente eloquente, umilmente inclusivo e divulgativo, ha riscattato gli oppressi e i deboli, incidendo attivamente sulla percezione della politica contemporanea, militando il risveglio di sopite coscienze politiche su tematiche che tanto sembrano lontane quanto pericolosamente ancora vicine. Del suo discorso a Stoccolma, resta il titolo di quella che è stata una vera e propria performance, “Contra jogulatores obloquentes”: “Questo è il frontespizio di una legge che è stata promulgata nel 1221 in Sicilia dall’Imperatore Federico II di Svevia. […] “Jogulatores obloquentes” significa “giullari che diffamano e insultano”. La legge in questione permetteva a tutti i cittadini di insultare i giullari, di bastonarli e, se si era un po’ nervosi, anche di ammazzarli senza rischiare alcun processo con relativa condanna. Vi avverto subito che questa legge è decaduta e quindi posso continuare tranquillo.”.

Il teatro di Dario Fo è stato spesso definito antropologico. Non unicamente nella misura in cui i suoi lavori sono frutto di studi ed indagini sul patrimonio culturale immateriale dell’uomo, delle sue storie e delle tradizioni popolari; non solo per l’analisi dei rapporti di potere e delle dinamiche di relazione che ne conseguono, che ha creato un varco temporale in cui il passato si riflette nel presente. I suoi misteri buffi – in un misto di performance e didattica – lo hanno sempre visto dentroil pubblico: nella ripresa e successiva messa in onda RAI del 1977, Dario Fo portava l’elitarismo del teatro al cospetto di milioni di persone e abbatteva le barriere. Gli spettatori, seduti anche a terra e sul palco a pochi metri da lui democratizzavano lo spazio sacro del teatro, per una fruizione della sua arte quanto più vicina al suo scopo.

Così come spesso lasciava parlare i suoi disegni, ad ogni giullarata precedeva un’introduzione, una magistrale spiegazione che Fo eseguiva con gli occhi luminosi e appassionati di un intellettuale che non ha mai avuto intenzione di essere tale. Un comunicatore, uno studioso le cui opere eterne ancora oggi suggeriscono di essere curiosi e vivaci, per far sì che ci si possa sempre dichiarare giullari e al tempo stesso padroni della propria vita.

Partono oggi le celebrazioni per l’anniversario della sua nascita: dapprima un evento istituzionale al MiC e poi una serata al Teatro Sistina. La fondazione Fo-Rame renderà omaggio ad una delle figure più influenti del teatro del Novecento con un calendario fitto di eventi nazionali ed internazionali fino a Marzo 2027.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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