A diciotto anni da 28 settimane dopo e ventitré dal capostipite 28 giorni dopo, Danny Boyle e Alex Garland tornano a collaborare per offrirci il terzo atto di una saga che ha ridefinito per sempre il genere apocalittico. 28 anni dopo ci riporta in una realtà distopica in cui il virus della rabbia, fuoriuscito da un laboratorio, ha decimato la popolazione, lasciando in vita solo pochi sopravvissuti.
La vicenda prende avvio a Holy Island (Lindisfarne), un isolotto britannico collegato alla terraferma da una sottile lingua di terra, rigidamente controllata. Qui vive una comunità autosufficiente: chiusa, protetta, sopravvissuta. È un microcosmo che rifiuta il caos esterno e, pur segnato dal trauma, ha ricostruito un fragile equilibrio. Pali di legno e torri di guardia delimitano un confine tanto fisico quanto simbolico, tra il residuo di ordine e il vuoto infetto del mondo esterno. Ma nulla è destinato a restare immutato.
Al centro della narrazione ci sono Jamie (Aaron Taylor‑Johnson), Isla (Jodie Comer) e il loro figlio dodicenne Spike (Alfie Williams). Quando Isla si ammala, Spike decide di infrangere le regole della comunità: parte alla volta della terraferma in cerca di un medico che possa salvarla.

Qui entra in scena Ralph Fiennes nei panni del dottor Ian Kelson, una figura borderline tra scienza e spiritualità. Kelson ha creato un ossario monumentale composto da migliaia di resti umani, trasformati in un luogo di memoria. Kelson non è un fanatico né un asceta: si dichiara umanista e rifiuta l’idea che gli infetti siano solo mostri. Per lui sono malati, degni di cura. Il suo tempio è un memento mori collettivo, un gesto di pietas, una dichiarazione di dignità in un mondo che ha cercato di dimenticare.
Il ritorno sulla terraferma svela un’umanità profondamente mutata: gli infetti non sono più le creature furiose dell’epoca Boyle–Garland, ma hanno subito nuove trasformazioni. Alcuni, chiamati “Alfa”, mostrano caratteristiche evolutive sorprendenti: intelligenza predatoria, organizzazione sociale. Sullo sfondo, una Gran Bretagna lacerata da un’infezione che non ha solo distrutto la civiltà, ma ne ha stravolto le radici, generando nuovi orrori e — in modo inaspettato — nuove forme di speranza.

La struttura narrativa è dualistica: da una parte l’azione horror, dall’altra l’intimità del dramma umano. La malattia di Isla costringe Spike a una maturazione improvvisa: nonostante i suoi 12 anni, Spike è costretto ad affrontare la violenza dell’uomo e della natura e incamminarsi per un viaggio estremo, brutale, eppure intimo, interiore. La fotografia, firmata da Anthony Dod Mantle, che ha lavorato con Boyle per 127 ore, The Millionaire, 28 giorni dopo e T2 Trainspotting, mantiene un’estetica nervosa e immersiva, spesso in soggettiva. Le carrellate nei boschi, i dettagli macabri del tempio, i paesaggi selvaggi dominati dal verde: ogni inquadratura è un affresco sanguigno, espressione di un’estetica tetra e poetica.
È impossibile non pensare a The Last of Us, opera che ha contribuito enormemente alla ridefinizione del genere post-apocalittico e zombie, sia a livello narrativo che visivo. In Spike ritroviamo molto della Ellie della serie: una giovane figura costretta a farsi adulta troppo presto, testimone e protagonista di un mondo in rovina.
Secondo indiscrezioni recenti, 28 anni dopo non sarà un film isolato ma il primo capitolo di una nuova trilogia (e sarebbe già pronto 28 Years Later Part II: The Bone Temple, diretto da Nia DaCosta). 28 anni dopo è un’opera che intreccia horror, dramma, filosofia. Un film che ci ricorda che l’umanità non si esaurisce nell’istinto di sopravvivere, ma si misura nella capacità di curare, di onorare i morti e di preservare la speranza. È un viaggio oscuro e intenso, ma anche carico di consapevolezza. Un invito a non cedere alla rassegnazione, ma a riscoprire la nostra umanità proprio quando tutto sembra perduto.





