“28 anni dopo – Il tempio delle ossa”: Shamanismo, scienza e sopravvivenza nel cuore di una distopia britannica

In un universo dove il tempo sembra essere sospeso e la vita civile ridotta a un microcosmo di abitudini circospette, sopravvive un piccolo tentativo di dare ordine al caos, di cercare senso tra le rovine: una fiamma che divampa tra le macerie di un mondo in pieno tramonto e che crede di farsi spazio con il suo culto demoniaco.

28 anni dopo – Il tempio delle ossa, quarto capitolo della saga iniziata con 28 giorni dopo, è il secondo atto del nuovo corso inaugurato appena sette mesi fa. Danny Boyle, assente alla regia ma presente in veste di produttore, affida la macchina narrativa a Nia DaCosta che, sostenuta dalla penna precisa e penetrante di Alex Garland, guida la storia verso territori inattesi, senza abbandonare la tensione e l’orrore che hanno definito i film precedenti.

Ritroviamo Ralph Fiennes, Jack O’Connell e Alfie Williams: Spike (Williams) viene catturato da una setta satanista guidata dall’ossessivo Sir Jimmy Crystal (O’Connell), mentre il dottor Ian Kelson (Fiennes), custode di un ossario che è al contempo laboratorio scientifico e altare sacro, è intento a restituire parola e pensiero a Samson (Chi Lewis-Parry), infetto gigante e pericoloso, ma non privo di una sorta di nobiltà primordiale. Tra timore reciproco e curiosità intellettuale, i due nuclei umani si avvicinano fino a collidere in uno scontro finale tanto bizzarro quanto elettrizzante.

Se la saga ha sempre oscillato tra horror e azione, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa prende una piega più riflessiva: Jimmy Crystal incarna l’indottrinamento cieco, capace di deformare la ragione e trasformare l’ingenuità in ferocia, mentre Kelson, nella sua adesione rigorosa al metodo scientifico, al suo sguardo di compassione e lucidità che mette in moto il suo mondo, compie l’atto più religioso possibile in un mondo perduto: costruisce un ossario che celebra le vittime della pandemia, fondendo conoscenza e devozione in un rito laico di memoria.

In soli 109 minuti, il film tesse un mosaico pieno di contraddizioni: la purezza ingenua di Spike, la furia cieca e quasi divina di Samson, e il dialogo tra esseri umani e infetti che diventa una meditazione sull’empatia, sulla tregua dal dolore, sull’ascolto di chi è lontano da noi. Garland imprime al racconto una dimensione ancor più sociale e politica, sottile ma potente, una lacerazione culturale e morale, eco di una società frammentata, post-Brexit e post-populista, dove l’isolamento diventa una condizione esistenziale.

E poi c’è il climax assoluto di tutta la pellicola, ovvero un rituale satanico che mescola heavy metal, ironia, tragedia, con la colonna sonora che va dai Duran Duran a Radiohead fino agli Iron Maiden. In questa scena, DaCosta dirige uno spettacolo sublime per messa in scena, intenzioni e capacità di tessere fede e indottrinamento, un momento iconico tra fiamme, fuoco, musica, trucco, recitazione, una pura e geniale commistione di satira, simbolismo religioso e pura adrenalina, mentre Ralph Fiennes oscilla tra il Colonnello Kurtz e Lord Voldemort, incarnando l’ossessione, la disperazione e la ricerca di senso in un mondo che ha smarrito ogni certezza. La distopia di DaCosta è a tratti sgraziata, a tratti ridondante, ma indiscutibilmente vivida e potente: un’epopea post-apocalittica che riflette sul presente, sull’umano e sul fragile filo di civiltà che ancora ci lega.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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