A Basilea i personaggi della tribù Igbo nigeriana di Odutola

Nel vasto programma di mostre collaterali ad Art Basel 2024, la storica Kunsthalle di Basilea propone la mostra “Ilé Oriaku”, la prima personale svizzera di Toyin Ojih Odutola, artista visiva nigeriana-americana selezionata anche a rappresentare il suo paese alla 60° Biennale d’Arte di Venezia e nota per i suoi vivaci disegni a tecnica mista e per i suoi lavori su carta. Per questa occasione Odutola presenta un nuovo corpus di lavori composto da ventisette opere raffiguranti scene episodiche che si ispirano e ruotano attorno ai temi del linguaggio e del dolore. 

Per le sue opere, monumentali e di piccolo formato, l’artista si avvale di diversi materiali e supporti: dal carboncino, gesso e pastello su carta, lino o cartone telato, alla matita colorata e alla grafite su pellicola Dura-Lar, portando avanti la grande tradizione della ritrattistica che persegue dagli inizi della sua carriera artistica, affinando nel tempo uno stile unico e riconoscibile che l’ha resa tra le più interessanti artiste africane del panorama contemporaneo internazionale.

Entrando negli ampi spazi della mostra, ci si trova immersi e circondati da una vasta gamma di personaggi di diversa natura. Alcune figure sono parzialmente oscurate, altre incontrano direttamente lo sguardo dello spettatore, le forme appaiono attraverso finestre e superfici riflettenti, cambiano abito, si truccano, si guardano allo specchio, conversano con altri personaggi o più semplicemente riposano in contemplazione, preparandosi al movimento, alla vita che aspetta fuori dalla soglia. Da soli o in gruppo, i personaggi di Odutola sono catturati nello svolgimento di ordinarie attività quotidiane in ogni momento sembra carico di significato. 

Caratterizzati da abiti colorati simili a costumi di scena, indossano guanti rossi, veli trasparenti, gonne e preziose scarpe elaborate. Gli abiti vivaci e la pelle nuda contrastano nettamente con gli sfondi colorati e sfocati, fondendosi perfettamente con la scenografia.

I visitatori sono accolti in quella che evoca un’immaginaria casa Mbari, uno spazio sacro radicato nelle tradizioni della comunità Igbo nigeriana creato per onorare la dea Ala e le altre divinità protettrici della tribù Owerri Igbo da calamità e disgrazie soprannaturali. Tradizionalmente realizzate con materie prime come argilla, legno e paglia, queste strutture erano adornate con figure, sculture, motivi geometrici e dipinti murali raffiguranti temi spirituali o mitologici, ambientazione tipica molto cara all’artista che l’ha scelta anche come elemento caratterizzante il suo contributo al Padiglione Nigeria per la 60° Biennale di Venezia.

Risvegliando l’atmosfera di queste strutture tradizionali, con il titolo “Ilé Oriaku” l’artista vuole rendere omaggio ad alcuni membri della sua famiglia, in particolare la nonna e lo zio, appartenenti a gruppi etnici nigeriani Igbo e Yoruba (“Ilé” significa “casa”, “edificio” in yoruba, mentre “Oriaku” è il nome Igbo di sua nonna). Nelle opere di Odutola i personaggi ritratti sembrano affermare il concetto che il linguaggio possa fare da ponte ma anche rappresentare un’insormontabile barriera fra gli esseri umani.

Lampi di vita quotidiana e routine rafforzano la connessione dello spettatore con le complesse e al tempo stesso più ordinarie che mai figure che si aggirano pensierose, che sembrano confondersi con gli spettatori negli ambienti della mostra. Concepiti ognuno come la scena distinta di un processo a capitoli dell’elaborazione di un rituale, la mostra si presenta come un armonico insieme di immagini, testi, parole e suoni si alternano in una narrazione visiva che ruota attorno al tema della perdita e in cui il momento del dolore personale pone le basi per un’esplorazione più ampia delle modalità di elaborazione del lutto.

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Matteo Pacini
Matteo Pacini
Curatore indipendente e critico d’arte, collabora con istituzioni ed enti pubblici e privati. Laureato in Conservazione dei Beni culturali all’Università di Perugia e specializzato in Gestione e Valorizzazione del Patrimonio Archeologico Industriale presso l’Università di Padova, suddivide il suo interesse tra la fotografia, lo studio del territorio e le varie implicazioni tra architettura, urbanistica e arte contemporanea. Nel 2011 crea PACMAT_ART_IN PROGRESS, attività autonoma di progettazione e curatela di mostre e progetti culturali grazie a un bando della Comunità europea per lo sviluppo di idee imprenditoriali. Cura mostre in Italia e all’estero e alterna la pubblicazione di cataloghi d’arte con case editrici come Allemandi Editore, Skira, Selective Art Edizioni, a volumi sulla catalogazione e la riqualificazione urbanistica del patrimonio storico e culturale della città (Giunti, Crace, il Formichiere). Vive e lavora fra l’Umbria e Milano

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