À bout de souffle torna al cinema: il capolavoro di Godard che ha inventato il cinema moderno

À bout de souffle è di nuovo al cinema, in una copia restaurata in 4K. Oltre sessant’anni dal debutto, e il film regge – anzi, impone ancora la sua presenza. Rivederlo oggi è un’esperienza che rimette in discussione molte cose: prima di tutto, l’idea che il cinema abbia sempre funzionato così com’è, con le sue regole, i suoi ritmi, la sua grammatica consolidata. Godard, nel 1960, quella grammatica la stava già smontando pezzo per pezzo.

Le immagini di À bout de souffle non seguono, non illustrano, non spiegano. Inseguono. C’è qualcosa di ostinatamente vivo nel modo in cui la macchina da presa si muove, nel montaggio che taglia dove non te lo aspetti, nei dialoghi che sembrano registrati per caso. All’epoca il pubblico non sapeva bene come prenderlo. Non era solo una questione di stile nuovo: era un modo diverso di stare al mondo, prima ancora che al cinema.

Per capire da dove venisse tutto questo, bisogna fare un passo indietro. Negli ultimi anni Cinquanta, sui Cahiers du cinéma, un gruppo di critici giovani e battaglieri stava demolendo sistematicamente il cinema francese del tempo – quel “cinema di qualità” solido, letterario, rispettabile e, ai loro occhi, morto. Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer: prima hanno scritto, poi hanno preso una cinepresa e sono andati per strada. Il nome Nouvelle Vague sarebbe arrivato dopo, quasi per caso, quando i film erano già lì a parlare da soli.

Più che un movimento compatto, fu una costellazione di esperimenti. I budget erano ridotti, le troupe piccole, i tempi di lavorazione rapidi. Si girava per strada, si usava la luce naturale, si accettavano errori e imprevisti. L’idea era semplice: liberare il cinema da una macchina industriale che lo stava irrigidendo.

Dentro questo clima, À bout de souffle sembrò quasi una provocazione. Michel – Jean-Paul Belmondo – è un piccolo delinquente con la sigaretta sempre in bocca e un’aria da chi non ha mai preso sul serio niente, nemmeno se stesso. Ruba un’auto sulla Costa Azzurra, ammazza un poliziotto quasi per sbadataggine e scappa a Parigi. Lì c’è Patricia – Jean Seberg, capelli corti, occhioni chiari – che vende giornali sugli Champs-Élysées e dice di voler fare la giornalista. I due si ritrovano insieme, qualche giorno, tra stanze d’albergo, giri senza meta e conversazioni che sembrano non portare da nessuna parte.

La trama, detta così, suona come un noir qualunque, e in parte lo è – Godard non lo nasconde, anzi ci gioca. Il cinema americano, i gangster, le pistole, le auto rubate: prende tutto, lo cita, lo ama sinceramente. Ma mentre lo fa, lo smonta. Le convenzioni del genere restano riconoscibili, però qualcosa non torna, qualcosa scricchiola – e quello scricchiolio è esattamente il punto.

Michel imita le pose di Humphrey Bogart, parla come se stesse citando altri film, costruisce la propria identità a partire da modelli cinematografici. Anche il modo di filmare sembra rifiutare le regole consolidate. La macchina da presa si muove liberamente per le strade di Parigi, spesso nascosta o appoggiata su mezzi improvvisati. Il traffico, i passanti, i rumori della città entrano nel film senza essere filtrati. Parigi non appare come un set ordinato, ma come uno spazio attraversato dal caso.

A BOUT DE SOUFFLE (1960) / BREATHLESS (1961) Directed by Jean-Luc Godard

Uno degli elementi più discussi del film è il montaggio. I celebri jump cut – quei tagli bruschi che spezzano la continuità di una scena – nacquero quasi per necessità. Il materiale girato era troppo lungo e Godard decise di eliminare parti interne delle inquadrature invece di ridurre le sequenze. Il risultato produce una sensazione strana: il tempo avanza a scatti, come se il film saltasse alcuni passaggi.

All’epoca molti spettatori rimasero disorientati. Il cinema classico cercava di nascondere i propri meccanismi per favorire l’immersione nella storia. Qui accade l’opposto. I personaggi guardano in macchina, i dialoghi sembrano improvvisati, la narrazione si interrompe per lunghe digressioni.

La scena più famosa è quella ambientata nella stanza d’albergo di Patricia, dura quasi mezz’ora e sospende di fatto la trama. Michel e Patricia parlano, fumano, si spostano nella stanza. Il ritmo rallenta fino quasi a fermarsi. Non succede molto, ma il film sembra trovare proprio lì la sua verità: nella durata, nei gesti minimi, nella presenza dei corpi nello spazio.

Questa libertà formale non era soltanto un gesto estetico. Dietro c’era un’idea precisa di cinema. Per Godard la macchina da presa non doveva limitarsi a registrare una storia già scritta. Doveva diventare uno strumento di pensiero, capace di interrogare il mondo mentre lo filma.

Molte soluzioni introdotte da À bout de souffle sono diventate nel tempo parte del linguaggio comune delle immagini: il montaggio discontinuo, la macchina a mano, la rottura della quarta parete oggi non sorprendono più. Ma nel 1960 rappresentavano una frattura evidente.

L’influenza del film si è estesa ben oltre la Francia. Registi come Martin Scorsese, Jim Jarmusch o Quentin Tarantino hanno spesso riconosciuto il debito nei confronti di Godard. Più che singole tecniche, ciò che li ha colpiti è stato l’atteggiamento: l’idea che un film possa riflettere su se stesso mentre racconta una storia.

Il restauro in 4K permette oggi di vedere il film con una nitidezza che le copie circolate per anni non avevano. La grana della pellicola, le luci delle strade parigine, i volti degli attori emergono con maggiore precisione. È una restituzione quasi paradossale: una tecnologia contemporanea che rende più evidente la materialità di un film girato con mezzi molto semplici.

Ma il vero motivo per cui vale la pena tornare a vedere Fino all’ultimo respiro è la sensazione, ancora intatta, di assistere a un cinema che si inventa mentre accade. Godard girava spesso senza sceneggiature definitive, cambiava i dialoghi sul momento, accettava deviazioni e imprevisti. Il film conserva le tracce di quella libertà.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Al Vinitaly c’è una grande geode attraversabile: il progetto di Sara Ricciardi per Pasqua Vini

Fino al 14 aprile il Monastero di Palazzo Maffei ospita l’installazione site-specific Resonance di Sara Ricciardi realizzata su ispirazione del nuovo progetto vitivinicolo che Pasqua Vini presenterà in occasione di Vinitaly 2026.

Wild by Design: all’ADI Design Museum la pittura di Marco Grasso trasforma la natura in modello progettuale

All’ADI Design Museum, spazio dedicato alla cultura del progetto e alla collezione storica del Compasso d’Oro, Wild by Design introduce un cortocircuito interessante: portare la pittura - e in particolare la wildlife art - dentro un contesto puramente di design. Non come elemento decorativo, ma come dispositivo teorico.

“Anime in scatola” di Maddalena Rossetti

Negli spazi sconsacrati della Chiesa di San Vittore e Quaranta Martiri a Milano, la mostra Anime in scatola presenta un corpus di opere di Maddalena Rossetti, accompagnato dal testo critico di Vera Agosti.

“Cantarella” di Nuria Mora all’Ambrosiana

Durante la Milano Art Week, alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Cantarella di Nuria Mora trasforma la Sala del Foro Romano in un ambiente che intreccia memoria, leggenda e riflessione sul femminile, tra rispetto del luogo e rilettura critica del mito.
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui