Cosa significa essere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale? È la domanda che da anni attraversa le ricerche artistiche di Sasha Stiles, poetessa e artista americana, che dal 2018 lavora in dialogo con Technelegy, il suo alter ego algoritmico, ovvero un sistema di intelligenza artificiale addestrato a emulare e amplificare la sua scrittura, non per sostituire la voce dell’autore ma per potenziarla, per aprire scenari espressivi inediti. La loro collaborazione non è mai un esercizio di tecnologia fredda: è piuttosto un laboratorio che indaga come l’umano e la macchina possano intrecciare immaginari, come il linguaggio possa diventare un ponte tra intelligenze diverse.
Il più recente sviluppo di questa indagine è A LIVING POEM, un testo infinito che si riscrive ogni 60 minuti, presentato su uno schermo nel foyer museale. Non un’opera compiuta ma un flusso che si rinnova, un organismo poetico in costante mutamento, capace di performare se stesso in tempo reale. Stiles lo definisce un “poem in residence”, un taccuino autonomo che abita lo spazio espositivo, trasformando il muro luminoso in una pagina sempre aperta.
Dal punto di vista tecnico, A LIVING POEM nasce da un modello linguistico personalizzato, alimentato da dataset selezionati dall’artista e arricchito da complessi sistemi di prompting. Ma la sua forza non risiede nella mera infrastruttura algoritmica: è nell’interazione tra codici e sensibilità poetica che si rivela il senso dell’opera. Ogni pagina digitale, ogni sequenza di versi, è resa viva da un intreccio di suono, immagine e tipografia. Tra i caratteri utilizzati spicca il Cursive Binary, un font concepito da Stiles che fonde la sua calligrafia con la logica binaria di zeri e uno: una metafora visiva che materializza la tensione tra il gesto umano e la grammatica del codice, tra scrittura manuale e calcolo.
Il paesaggio sonoro, creato dal suo partner di studio Kris Bones, aggiunge un ulteriore livello immersivo. Accessibile anche tramite QR code, evoca le radici orali della poesia, la sua dimensione primigenia di voce e respiro. L’esperienza diventa così multisensoriale: un testo che non solo si legge ma si ascolta, che si vive nello spazio.
L’aspetto più significativo di A LIVING POEM non è però soltanto tecnologico: è la sua capacità di collocarsi in una tradizione più lunga, di entrare in dialogo con la storia delle sperimentazioni testuali e visive del Novecento. La poesia che si riscrive da sola, infatti, non nasce nel vuoto: affonda le radici nelle ricerche delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie.
Negli anni Sessanta, artisti e poeti come Eugen Gomringer e i Noigandres in Brasile avevano già concepito la poesia come struttura visiva, ridotta a parole chiave e disposte sulla pagina come figure geometriche. La poesia concreta era un tentativo di liberare il linguaggio dal peso sintattico, di trasformarlo in immagine. Parallelamente, la poesia visiva italiana con Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti e Ketty La Rocca aveva inaugurato un uso radicale della parola come materia, sovrapposta a immagini pubblicitarie o a segni grafici, in un continuo slittamento tra testo e contesto.
Negli anni Ottanta e Novanta, con l’avvento delle prime tecnologie digitali, questi esperimenti hanno trovato nuove forme. Gli hypertext poems, diffusi con la nascita di internet, avevano già immaginato testi in perenne metamorfosi, in cui il lettore poteva decidere percorsi non lineari. Autori come John Cayley e Loss Pequeño Glazier hanno aperto la strada a un’idea di poesia programmata, processuale.
A LIVING POEM si colloca in questa genealogia, ma la porta a un livello ulteriore. Non si tratta più di giocare con il linguaggio digitale, ma di lasciare che l’intelligenza artificiale diventi parte del processo creativo, che scriva insieme all’autore. Non un semplice strumento, ma un interlocutore. Da qui nasce la sensazione che l’opera non sia mai definitiva: ogni ora muta, ogni ora rinasce. È una poesia che diventa organismo, che mette in discussione la nozione stessa di “testo chiuso”.
C’è in questo lavoro anche un riflesso filosofico. La poesia, da sempre, si misura con l’idea di tempo, con la precarietà delle parole. Qui il tempo diventa architettura: il testo dura 60 minuti e poi cambia, rifiutando la permanenza. È un dispositivo che riflette sull’impermanenza del linguaggio, sulla sua natura fluida.
Non è un caso che Stiles parli di poesia come sistema dinamico. A LIVING POEM non è un monumento, ma un processo. È vicino, per certi versi, alle installazioni testuali di Jenny Holzer, che dagli anni Ottanta proiettava frasi luminose sugli edifici pubblici, rendendo la parola un evento temporaneo, iscritto nello spazio e nel flusso sociale. Ma mentre Holzer lavorava sulla forza assertiva del linguaggio, Stiles lavora sulla sua fragilità e sulla sua metamorfosi.
In definitiva, l’opera mette in scena una tensione centrale nel nostro tempo: quanto del linguaggio resta umano, e quanto diventa macchina? La risposta non è netta, né definitiva. A LIVING POEM suggerisce che la poesia può essere entrambe le cose, che può abitare il confine. Non è un tradimento del gesto umano, ma un suo prolungamento.
Guardare le parole che si riscrivono, ascoltare la loro voce artificiale, seguire i loro cambiamenti ogni ora significa accettare che l’arte, oggi, non sia più solo materia, ma processo, algoritmo, esperienza in tempo reale. Significa riconoscere che l’umano non è negato, ma ridefinito.
A LIVING POEM è una poesia che si scrive da sola, ma non esisterebbe senza l’immaginazione di Sasha Stiles. È il frutto di un’alleanza fragile e affascinante tra due intelligenze, una biologica e una artificiale, che insieme provano a ridisegnare cosa sia il linguaggio nel XXI secolo. Una poesia che non finisce mai, perché continua a farsi, ora dopo ora, come la nostra relazione con la tecnologia: sempre in divenire, sempre incompiuta.




