La strada del bar dove si fa l’aperitivo estivo (Via Rutilia) prende posto tra una veduta di Cervia e gli amati scenari innevati di Massimo Boffa. Una volontà di disgelo per un vento di novità che soffia alla Galleria Vik in centro a Milano, nella personale Mémoires, per la cura di Alessandro Riva, fino al 16 novembre. Una sala con una decina di opere è il cuore della personale. Dipinti di dimensioni più ampie sanciscono l’impegno nella pittura che diventa sempre più saldo e concreto.

Boffa è romano di origine e milanese di adozione. Da bambino ha vissuto a Mosca, poiché suo padre era corrispondente per L’Unità. L’infanzia moscovita e i ricordi personali sono i soggetti prediletti della sua ricerca pittorica a cui si dedica da quasi 15 anni per la propria necessità espressiva, da cui il titolo della nuova mostra. È stato per lungo tempo giornalista nella carta stampata, dividendosi tra il lavoro di inviato all’estero (in Iran, in Russia, nell’Europa orientale) e la direzione delle pagine culturali (nei settimanali Rinascita e Panorama).
Ha partecipato a mostre collettive ed è stato invitato più volte al Premio internazionale d’arte di Sulmona, dove è stato premiato nel 2021.

Ho avuto la fortuna di curare la sua prima personale Sottozero nel 2023, presso lo Spazio Kryptos a Milano, mentre negli anni ho seguito la ricerca del suo maestro e amico, Aldo Damioli, la cui influenza è notevole: atmosfere sospese e scenari immobili e incantati. Tutto è essenziale, per un pittore che lavora per sottrazione, con figure dai contorni precisi e ben definiti che si stagliano su sfondi solidi e colorati.

Damioli spiegava come Boffa abbassasse la temperatura espressiva della sua pittura, ovvero, a differenza di tanta arte contemporanea che alza i toni in maniera fortemente drammatica e dilata le dimensioni, il nostro artista preferiva generalmente le piccole cose e nelle misure delle tele e nella quotidianità dei temi trattati. Il titolo dell’esposizione alludeva non solo alle rigide temperature dell’inverno russo, con minuscoli paesaggi innevati e un piccolo Massimo con cappotto e colbacco, ma anche ad alcune caratteristiche dell’arte di Boffa.

Lui stesso parla di “realismo socialista magico” per descrivere i suoi lavori, una definizione personale, originale e bizzarra, che unisce contenuti e riferimenti storico-artistici differenti, ma che nasconde sensazioni e sensibilità per lui fondamentali, come rappresentare la verità quotidiana di determinati luoghi e memorie con fantasia e rigoroso candore. Una purezza sentita anche da Duccio Trombadori che nelle minute tele di Boffa trova “un velo di melanconia”, di cui parlava Benedetto Croce in termini di bellezza.





