A Napoli c’è una vetrina con dentro una foresta bruciata: è l’interregno di Jona Fierro

Ciò che ne resta: il residuo di ciò che è stato, la potenzialità di ciò che potrebbe essere.

All’uscita dalla visita a Edicola 480 a Napoli, dopo l’incontro con l’intervento di Jona Fierro, questa impressione permane come un sedimento nella mia memoria. Lo spazio — una vetrina urbana, erede di un’edicola tradizionale e oggi riconvertita in spazio espositivo — si configura in un intermezzo: un luogo marginale, di passaggio, che accoglie pratiche artistiche in una posizione laterale rispetto ai circuiti istituzionali.

Il confronto può apparire azzardato, ma è difficile non pensare alle prime sperimentazioni espositive della modernità europea, quando la vetrina commerciale iniziava a trasformarsi in uno spazio di messa in scena. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento in Europa, con la diffusione della luce elettrica, del vetro e dell’acciaio, le città cambiano volto: la strada diventa uno dei primi teatri della modernità, e la vetrina uno dei suoi dispositivi principali. Contenitore, capace di costruire narrazioni, orientare lo sguardo, produrre desiderio, è in questo passaggio che si ridefinisce anche il concetto di esposizione.

Charred tree roots and logs protruding from sandy floor in a white-walled room, with an orange safety plug on the right.
© Danilo Donzelli Photography

Le ricerche legate al Bauhaus — tra arte, architettura e design — e le sperimentazioni di figure come Friedrich Kiesler contribuiscono a spostare l’attenzione dall’oggetto all’esperienza. Kiesler, in particolare, immagina lo spazio espositivo come un organismo, capace di coinvolgere il corpo di chi esperisce lo spazio e di attivare relazioni tra elementi, luce e movimento. La mostra diventa un ambiente, un dispositivo temporale e percettivo, più che un semplice luogo di presentazione.

Quando, negli anni Trenta, queste pratiche si trasferiscono negli Stati Uniti, è proprio anche la vetrina commerciale a diventare uno dei campi di applicazione: un palcoscenico in cui gli oggetti vengono messi in scena, caricati di narrazione, resi parte di un’esperienza immersiva. Il confine tra esposizione artistica, teatro e display commerciale si fa poroso.

È in questa linea di continuità — storica ma anche intuitiva — che si inserisce Edicola 480. L’intervento di Jona Fierro si colloca in questo dispositivo con una forza particolare; differentemente da altri progetti ospitati nello spazio, qui non si tratta di pittura ma di un’installazione che occupa integralmente la teca, rendendo visibile anche la sua struttura.

Dark, textured sculpture rising from a sandy floor against a white wall, with a red plastic cap lying in the foreground.
© Danilo Donzelli Photography

Il titolo — Come il fuoco brucia la foresta e come la fiamma incendia i monti – Residuo 01orienta già la lettura. Ciò che appare è una foresta dopo il passaggio distruttivo di un incendio: tronchi carbonizzati, frammenti, foglie secche disseminate su un suolo cosparso di cenere. A intervalli regolari, una luce rossa intermittente rilegge la scenografia. Silenziosa, priva di suono, si accende come un segnale d’allarme: introduce un ritmo, una temporalità che interrompe l’immobilità del paesaggio. È a questo punto che l’opera apre una possibilità di lettura ulteriore: il paesaggio non appare soltanto come esito di una catastrofe, ma come immagine di una condizione più ampia, un ambiente residuale e potenziale, immobilizzato in una condizione di dynamis aristotelica.

L’installazione entra in risonanza con ciò che, in ambito teorico e narrativo, viene definito coming-of-age. Tradizionalmente legato al passaggio dall’infanzia all’età adulta, il termine indica una fase di crisi e trasformazione, una soglia in cui ciò che era smette di funzionare mentre ciò che sarà non è ancora definito. È uno spazio instabile, fatto di fratture e ridefinizioni. Se esteso a una dimensione collettiva, questo modello descrive efficacemente la condizione contemporanea. Viviamo in un tempo di interregno — per riprendere una nota riflessione di Antonio Gramsci — in cui “il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Le forme di vita ereditate non risultano più adeguate, mentre quelle future restano ancora incerte. Ciò che emerge è un paesaggio di macerie, materiali e simboli, all’interno del quale si apre uno spazio ambiguo: al tempo stesso perdita e possibilità.

La foresta di Fierro sembra collocarsi esattamente in questa soglia. La cenere non è soltanto ciò che resta, ma anche ciò da cui qualcosa potrebbe emergere. Il lampeggiare della luce rossa, allora, non è soltanto un segnale di pericolo, ma una fragile possibilità di coscienza: un ritmo che insiste, che interrompe la passività dello sguardo e invita a una presa di consapevolezza. L’opera evita ogni retorica e si mantiene in una dimensione trattenuta, quasi meditativa. Non spettacolarizza la distruzione, ma costringe a sostare tra i residui, con la cenere come metafora di una perdita di consapevolezza collettiva.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

A Mestre arriva una nuova “casa” della contemporaneità: il MUVEC tra grandi nomi e identità da costruire

Inaugura a Mestre MUVEC – Casa delle contemporaneità un nuovo museo dedicato all’arte contemporanea, parte del circuito MUVE (Fondazione Musei Civici di Venezia). All’interno della nuova struttura in Piazzale Candiani è stata presentata una collezione d’arte dal 1948 a oggi, una proposta educativa e il Premio Mestre di Pittura (ora alla sua decima edizione).

Tentare di dare ordine all’informe: le nuvole di Beyond the Clouds in mostra a Piacenza

Se davvero tutto il folle amore lo soffia il cielo (cit. Modugno, Pasolini e Benvegnù), le nuvole possono essere considerate il go-between del celebre film di Joseph Losey. Ma oltre a ipotizzarne un ruolo di messaggere d’amore, nei fatti le nuvole si presentano come un’entità particolarmente eclettica
Alessandro Calvanese
Alessandro Calvanese
Alessandro Calvanese (1999) vive e lavora a Napoli come Project Art Manager nel campo delle arti contemporanee. Dopo aver conseguito gli studi in Economia Aziendale, si specializza all'Accademia delle Belle Arti di Napoli nel corso di Mediazione Culturale del Patrimonio Artistico. Entra nel settore delle arti contemporanee ricoprendo il ruolo di Gallery Assistant presso la Galleria Lia Rumma nel 2023. Nello stesso anno, entra a far parte del consiglio direttivo di Quartiere Latino, un progetto ideato da Nicola Vincenzo Piscopo, impegnato nella costruzione di un museo condominiale d’arte contemporanea. A giugno 2023, collabora con l’artista Eva Frapiccini come Junior Assistant, supportando l’allestimento e le visite guidate del progetto itinerante DREAMSCAPE presso il Museo Madre. A marzo 2024, coordina la mostra "Le Forme dell’essere" di Alessandra Falcone presso il PAM – Parete Art Museum. Nello stesso anno, ricopre anche il ruolo di Project Manager per la mostra "Giata Tam Vivis - ero così felice di essere in vita" di Lucas Memmola e Roberto Pugliese, curata da Marta Ferrara.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui