A Napoli la mostra su Erwin Olaf: “I am” è il grido di libertà del fotografo olandese

C’è un tangibile momento di attesa nelle fotografie di Erwin Olaf. Una dimensione riflessiva che ci lascia vagare nell’opera alla ricerca del più intimo dettaglio che ci riconduca alla totalità della narrazione. In quell’angolo in basso a destra di “The Kite”, è forse il colore rosso di quella tovaglia da pic-nic, a fare da calamita. Una piccolo lembo di tessuto dall’incredibile pattern, ossessivamente reminiscente.

Erwin Olaf_The Kite_2018_from the series ”Palm Springs”.© Studio Erwin Olaf, Courtesy of Paci contemporary

Dal 15 Novembre è possibile ammirare il lavoro dell’artista olandese, scomparso prematuramente poco più di un anno fa, a Napoli. Quelle esposte in galleria Al Blu di Prussia, nella mostra intitolata “I am”, sono frutto delle sperimentazioni degli ultimi venti anni dove, spiega la curatrice Maria Savarese, “l’atmosfera delle immagini viene permeata da un senso di sospensione del tempo, dello spazio e delle emozioni dei protagonisti […]. Le inquadrature sono tecnicamente perfette, la luce sembra scolpire le figure, niente è lasciato al caso: dall’ambientazione degli interni, agli abiti, a tutti i dettagli che compongono la scena, di fronte alla quale l’autore invita sempre l’osservatore a spingersi oltre l’apparenza.”

Erwin-Olaf_Keyhole7_2012_from-the-series-Keyhole©-Studio-Erwin-Olaf-Courtesy-of-Paci-contemporary

Ma Erwin Olaf, e questo lo si sa bene, era anche e soprattutto il fotografo degli esclusi, delle minoranze, del buio e del nascosto. Un giornalista prima,  documentarista poi, che indagò nel suo primo incarico la vita notturna di Amsterdam. La sensibilità di un artista che comprendeva quanto la vita potesse divenire un luogo scoraggiante, reso inospitale dall’ipocrisia della critica sociale:  semplicemente ne aveva preso atto, tentando di comunicarlo al prossimo. Ed infatti la mostra prende il titolo dalla frase “I exist in freedom, therefore I am”, affermazione presente nella monografia pubblicata nel 2019, che eleggeva Olaf, nell’anniversario dei suoi sessant’anni, a cantore della libertà e dell’inclusione.

La sua formidabile contemporaneità, che ad oggi lo Studio Ewrin Olaf continua a promuovere, rimane sotto gli occhi di tutti: la capacità di mescolare il presente e il passato, con temi sì d’attualità eppur stilisticamente profondamente influenzata dalla storia dell’arte fiamminga. Non solo per la scelta del soggetto nei suoi ritratti, ma anche e soprattutto per significativi camei – ed è lì che ritroviamo quella tovaglia da pic-nic precedentemente menzionata. Si tratta dell’attenzione posta a trame, decorazioni, fantasie e stoffe. Come la carta da parati della serie  “Keyhole”, n. #5 e #7, assimilabili a fiabesche rifiniture come quelle di una Madonna del canonico Van der Paele di Jan Van Eyck. Impossibile non menzionare anche il racconto di preziosità del vestito indossato in Portrait 01, della serie Hua Hai, o i fregi, intagli, ottoni e maniglie dell’interno di Portrait 01 della serie Du Mansion.

Ma soprattutto, se parliamo di citazioni fiamminghe è impossibile non considerare il fondamentale utilizzo che Olaf fa della luce, “catturata, manipolata e piegata alla volontà della propria cifra stilistica, che deriva dalla conoscenza di altri protagonisti dell’arte classica, quali Cornelis van Harlem, Johannes Verspronck, Jan Mostaert, Pieter Danredam, Joannes Vermeer e, non ultimo, Rembrandt.”, spiega la curatrice.

Erwin Olaf approda Al Blu di Prussia anche grazie alla collaborazione con la galleria Paci Contemporary. Si consuma, nei pressi uno dei palazzi più fotografati di Napoli, il Mannajuolo, una mostra che ben si sposa con l’assillo del decoro, del particolare, dell’ornamento dell’architettura di contesto. 

I am, rimarrà visitabile fino al 28 Febbraio 2025: ne fa da richiamo una delle opere di “April Fool”, serie che l’artista creò durante la pandemia (2020). Tendiamo ad immaginare che tutto resti sempre a nostra disposizione, lì dove l’abbiamo lasciato. E quando ciò non accade, ci sentiamo i protagonisti di un film vuoto, a cui possiamo sopperire solo con la nostra presenza. Ed è in questa serie che si è forse manifestato il massimo concetto di attesa dell’artista, letterale ma anche brutalmente percepito. 

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