Sono le ore 21,30 a Pesaro quando nell’antica chiesa della Maddalena va in scena “Fuoricampo”, uno spettacolo di e con Lucia Mauri, giovane danzatrice e coreografa marchigiana. La regia è di Guido Mannucci, a Riccardo Novaria è stata affidata la drammaturgia. Siamo nella cornice di Hangartfest, il festival che dal 2004 promuove la cultura della danza contemporanea e delle arti performative. Antonio Cioffi è l’appassionato direttore artistico fondatore della manifestazione, il suo volto a restituire l’attesa come quella della nascita di un figlio.
Mentre il pubblico occupa i posti, la danzatrice è immobile sulla scena, veste bermuda neri, una maglia trasparente che lascia intravedere una fantasia chiara. Sulle note della Sinfonia n. 3 di Henryk Górecki, Lucia sostiene, per interminabili minuti, una posizione improbabile: bilanciata sulla zona delle natiche, tiene sollevato completamente da terra sia il busto, sia gli arti inferiori. Le braccia tese in avanti a creare una figura di cui si teme il crollo.
I minuti scorrono, la posizione sfida la gravità, richiede uno sforzo eccessivo, i minuti paiono eterni. Lucia resiste, domina il suo corpo, la singolare bellezza del gesto si unisce alla violenza della fatica fisica e crea un corto circuito emotivo. Come spettatori ci si rende partecipi dello sforzo fisico che la danzatrice sostiene e si comincia a respirare il suo ritmo.
Un incipit di grande suggestione, sottolineato dalla espressività musicale di un’opera monumentale che poggia sul tema universale della perdita, del lutto di una madre per il figlio. Composta nel 1976, la sinfonia di Górecki poggia su pochi elementi melodici ripetuti in modo ipnotico per un lungo arco di tempo, capace di avvolgere lo spettatore in una dimensione contemplativa.
Il corpo di Lucia pare una scultura vivente, il ritorno a terra avviene lentamente, senza rompere l’incantesimo, e ha il respiro di una foglia che cade. Tanto basterebbe per descrivere la sacralità dei gesti in dialogo con l’andamento fluido e inarrestabile della sinfonia.
Azioni e figure di straordinaria potenza come tutte le altre che seguono, in un ritmo che non concede riposo, e il lavoro performativo diviene metafora di una condizione di resilienza, insieme alla spiritualità della musica, alla maestosità degli accordi.

In un percorso sonoro che scuote soprattutto quando inizia l’interpretazione vocale della sinfonia con Beth Gibbons, leggendaria cantante della band trip-hop inglese Portishead. Una scelta perfetta, questa versione, per l’assolo di Lucia Mauri, in grado di restituire il pathos della drammaturgia.
Come sottolinea il regista Mannucci, Gibbons è un’artista che possiede un registro vocale da contralto per cui si è sottoposta ad un esercizio intenso per ottenere l’eccellenza del risultato. Quello di un canto intimo, sussurrato, un lamento che restituisce la solitudine, la fragilità e, insieme, la straordinaria forza fisica cui si sottopone la danzatrice in un rituale, quasi mistico, che affascina.
Il tessuto sonoro e il corpo si fondono in parallelo per un tempo di 48 minuti, la durata dell’intero lavoro performativo.
La sequenza narrativa restituisce altri momenti di intensità: allarga le braccia avanzando lentamente verso il pubblico e pare una crocifissione. O quando si muove nel registro di un equilibrio difficile e di movenze calibrate per un flusso che delinea, via via, nuove architetture della metamorfosi corporea.
Una gamba in orizzontale, il corpo poggia sull’altra, taglia lo spazio come una lama creando una linea di tensione pura che si contrappone alla verticalità del corpo. La danza continua con altre azioni dove il corpo si snoda e si muove fluidamente in una bellezza liberatoria: una scelta coreografica fondamentale che consente di assorbire i quadri più forti.
Quando il progetto di Lucia si ispira alla complessità del nostro tempo, al quotidiano, al tempo dei conflitti, il lavoro performativo include una sequenza di immagini ricavate da telecamere di sorveglianza pubblica, proiettate sullo sfondo.
E ci sono momenti in cui il corpo si sostiene sulla testa in verticale, sfidando le leggi della fisica, fino alla rotazione del corpo che si fonde al tono ripetuto delle note sinfoniche. La danzatrice si consegna al pubblico in una sorta di trance fisica, una spirale interminabile, espressione di una energia fisica inarrestabile che diviene metafora della resistenza rispetto agli accadimenti del reale.

La rotazione diviene la forma visibile della serialità del lavoro di Górecki e anche un passo che rivela il senso politico e concettuale dell’opera, legando la fatica del corpo ad una riflessione sulla società contemporanea.
Poi Lucia si abbandona su se stessa e resta a terra, immobile, per alcuni minuti. Riprende il movimento per consegnarci altri passaggi, altre emozioni. E le immagini digitali ci portano sulle strade, sulle piazze, negli ambienti di una lavanderia self service, nello sguardo di un cecchino che sta centrando il suo bersaglio, quello di un uomo che attraversa le strisce pedonali davanti ad un passaggio a livello.
I movimenti proseguono, la musica non commenta più solo la fatica del corpo singolo ma si estende e diviene il lamento di una moltitudine anonima delle città, di una solitudine amara, di una quotidianità banale che, forse, banale non è.
Ecco il fuoricampo: tutto ciò che noi non vediamo o che ignoriamo mentre siamo osservati costantemente. La potenza di linguaggi diversi per riflettere sulla complessità del presente, sulla dimensione inquieta di chi abita un mondo saturo di immagini, quando siamo privi di una connessione reale, persino con noi stessi.
Un capolavoro.




