A Punta della Dogana la storia non è finita: Nazareth e Simpson la rimettono in discussione

Un tempo era la Dogana da Mar tra il Canal Grande e quello della Giudecca, dove si svolgevano le attività doganali almeno fino agli anni 2000. Un luogo iconico per la sua posizione e la sua storia, che conserva ancora il gruppo scultoreo rotante di bronzo dorato sulla torretta, opera dello scultore Bernardo Falconi (1620-1696): due uomini piegati nell’atto di sorreggere il peso del globo e, sulla sommità, la dea Fortuna come “Occasio”, con una vela e i capelli al vento. Un’immagine che potrebbe raccontare, a distanza di secoli, l’attualità contemporanea percorsa da cambiamenti geopolitici, instabilità, trasformazioni culturali e sociali. 

Nella città lagunare tutto appare sotto una luce diversa, complice quell’atmosfera senza tempo che attraversa i canali e le calli in cui perdersi. Nel sestiere di Dorsoduro si fermavano le navi per lo svolgimento delle pratiche di registrazione delle merci e il pagamento dei dazi; oggi Paulo Nazareth (nato a Borun Nak, Vale do Rio Doce, nello Stato del Minas Gerais) disegna il perimetro di quelle navi con chili di sale, l’”oro bianco” dell’Europa medievale, mostrando il passaggio di un tumbeiro, le navi portoghesi che trasportavano la manodopera dall’Africa alle Americhe. 

Un tuffo nel blu degli oceani, ma anche dell’Artico e dei cieli è quello che Lorna Simpson (nata nel 1960, Stati Uniti) dipinge richiamando la cultura afroamericana, il blues e la coltivazione dell’indaco con le sue piantagioni e le sue rivolte: quella nota come Rivolta dell’Indaco del 1859 dei coltivatori bengalesi, e quelle sociali degli anni ’60 per affermare i diritti negati o per contestare le ingiustizie.

Interior gallery with brick walls, wooden ceiling beams, and a chair stacked with papers; open doorway reveals a blue-tinted cityscape outside with a tall tower in distance.
(from left to right) Lorna Simpson, 5 Properties, 2018, Private Collection; Head on Ice #4, 2016, The George Economou Collection, Athens; Head on Ice #3, 2016, courtesy of The Modern Art Museum of Fort Worth, Gift of the Director’s Council and Museum purchase, 2017 (2017.6)
Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Gli artisti riflettono sulla condizione umana, sulle evoluzioni storiche e culturali, sulle omissioni esito di processi colonialisti attraversando geografie e continenti. Fino al 22 novembre 2026, Punta della Dogana diventa un crocevia di incontri che completa il percorso veneziano della Pinault Collection, insieme al primo capitolo di Palazzo Grassi (su cui abbiamo già scritto) con gli artisti Michael Armitage e Amar Kanwar. Il nomadismo rituale di Paulo Nazareth con la mostra Algebra, curata da Fernanda Brenner (curatrice indipendente), e le stratificazioni di Lorna Simpson con Third Person, con la sua prima mostra europea curata da Emile Lavigne (direttrice e curatrice della Pinault Collection), realizzata con il supporto esclusivo di Bottega Veneta (proseguimento della mostra Source Notes, nella primavera 2025 al Metropolitan Museum of Art di New York, curata da Lauren Rosati), spostano il passo e lo sguardo verso una diversa visione della storia, restituendo una narrazione non alterata dall’uomo bianco. 

Arched window in a rustic brick wall overlooking a harbor with boats, viewed from a craft studio table cluttered with small models and materials.
Paulo Nazareth, TEMPO: Coleção de barcos de Iemanjá, 2023­2033, courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York. Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Paulo Nazareth percorre chilometri e incrocia confini a piedi, via terra, prima girando le Americhe e i Caraibi, ora nel continente africano in cui si trova. È un trecheiro “[…] colui che si muove di trecho in trecho, ovvero di tappa in tappa [… ]”, scrive Philippe Rekacewicz (1960) nel catalogo della mostra edito da Marsilio Arte, che si sposta per necessità, sperimentando il mondo e l’alterità. Il suo è un atto performativo continuo non disgiunto dalla vita quotidiana, un’arte de preceito, sperimenta il mondo e restituisce memorie, facendosi attraversare dal confine, seguendo il pensiero dello scrittore e filosofo afroeuropeo Dénètem Touam Bona: “Non abbiamo attraversato il confine, è il confine che ha attraversato noi”, come ricordato nel catalogo dalla curatrice. 

Il suo lavoro documenta queste tappe: immagini fotografiche, video, pitture (marine che ricordano le traversate dei migranti), installazioni e oggetti. Traccia la cultura materiale e le ritualità dei popoli che si inseriscono all’interno di una pratica antropologica, sociale ma anche politica e economica sulle rotte delle grandi migrazioni passate. Parte dalle origini, le sue, con la serie Amor de Mãe, panos de prato brasiliani – strofinacci ricamati dalla madre in lingue diverse, che richiamano il calore della famiglia, il ruolo delle donne ma anche la violenza inflitta, perché in gergo carcerario identifica i condannati per femminicidio. Dalla nonna materna, indigena borun che lavorava nelle piantagioni e fu costretta a subire l’Olocausto brasiliano (il manicomio di Barbacena 1903-1980), privata della sua identità e di una sepoltura, poiché i cadaveri venivano venduti alle scuole di medicina o alle collezioni forensi. 

Interior gallery with a wall of handwritten tile panels, rustic wooden beams, and pallet seating benches.
floor) Paulo Nazareth, Cadernos de Africa, 2014, Pinault Collection. Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection
(wall, from left to right) Paulo Nazareth, Southern África, 2017, Pinault Collection; West África, 2017, Pinault Collection; North África, 2017, Pinault Collection.
Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Nel video Antropologia do negro I e II l’artista si ricopre di teschi della collezione del museo di polizia militare di Bahia a Salvador restituendo un’identità e una dignità ai defunti. In Notícias de América racconta dieci mesi di cammino tra il Brasile e New York; in Products of Genocide, un progetto in corso, raccoglie i prodotti commerciali che riportano etichette con nomi e immagini di indigeni e neri. Evocativo il progetto Cadernos de África della Pinault Collection, con poster in bianco e nero esposti insieme a un’installazione a parete con i gruppi etnici dell’Africa sud-orientale vittime di genocidio, scritti su carta di giornale. 

La mostra Algebra, dall’arabo al-jabr ricomposizione di parti rotte”, riposizionamento di ossa rotte”, riprende un trattato del IX secolo del matematico persiano Mohammed ibn Mūsā al-Khwārizmī, facendo riferimento a una pratica chirurgica e una matematica nella risoluzione delle incognite. Nazareth ha un atteggiamento radicale, non risolve le incognite, ma il suo sguardo si posiziona all’interno di una prospettiva che attraversa l’esperienza in cui il corpo è il primo mediatore e costruttore di relazioni, che si tratti di oggetti, persone o luoghi. L’artista accompagna lo spettatore all’interno dei suoi viaggi innescando un cortocircuito tra geografie di cui fa esperienza o da cui ha origine, innescando un dialogo con Veneza, nello stato di Minas Gerais, Brasile (come in occasione della Biennale di Venezia del 2013, curata da Massimiliano Gioni). 

Interior of a brick-gallery with exposed wooden ceiling beams, blue abstract paintings on both walls, and stacks of wooden pallets on the concrete floor at center. Photo emphasizes architecture and artworks in a large exhibition space.
(floor) Lorna Simpson, Vibrating cycles, 2026, Courtesy of the artist and Hauser & Wirth
(wall, from left to right) Lorna Simpson, Night Fall, 2023, Private Collection; Thin Bands, 2019, Courtesy of the artist and Hauser & Wirth; Time, 2021, Private Collection; Howling, 2020, Gina and Stuart Peterson Collection.
Installation views, Lorna Simpson. Third Person, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. James Wang © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Le opere di Lorna Simpson sfidano l’imponenza minimale dell’architettura in cui Tadao Ando (1941) è intervenuto. Se Nazareth dà forma a traiettorie che segnano nuove cartografie, l’artista americana disegna un percorso visivo e sonoro attingendo a materiale d’archivio, a fatti di cronaca, a riviste di cultura afroamericana che utilizza come fonti e materie su cui interviene recuperando tracce e memorie. Simpson indaga alla radice delle immagini nel tentativo di un’affermazione identitaria, che si tratti di fotografie a cui si avvicina molto presto a metà degli anni ’80, del linguaggio pittorico a partire dal 2010 o del collage: “scopro molte cose su ciò che penso mentre realizzo i collage”, scrive nel catalogo della mostra edito da Marsilio Arte. Una cinquantina le opere (spesso di grandi dimensioni) tra dipinti, installazioni, collage e un video, Cloudscape in cui l’artista e musicista Terry Adkins fischietta tra una coltre di fumo, in  un’atmosfera sospesa. 

Il suono è evocato anche da Vibrating cycles, ciotole in ossidiana su blocchi di porfido (un materiale utilizzato per realizzare monumenti e palazzi veneziani), usate nella pratica del buddismo, in dialogo con i grandi dipinti della serie Ice e Mineral of Earth and Sky. Si tratta di paesaggi artici restituiti con una gamma di blu in cui inserisce frammenti e testi riappropriandosi delle omissioni della storia. L’artista utilizza le fotografie scartate durante le spedizioni polari del 1909 ricordando l’esploratore afroamericano Matthew Henson e il mezzadro Ed Bush, nella serie sui meteoriti (in mostra l’opera did time elapse), testimone oculare della caduta in Mississippi. 

Nello spazio del Cubo di Ando è ancora il blu delle grandi tele a fare da sfondo a un immaginario femminile che si disvela lentamente tra nebbie e stelle (Zenith, Observer, All Night), o astrazioni che si fanno largo ancora nel blu di Specific Notation, Night Fall, Cliffs, L.A., Painting. La donna è un soggetto ricorrente nel lavoro di Simpson la cui iconografia deriva dalle immagini pubblicitarie delle riviste “Ebony “e “Jet”. I volti e i corpi  non sono mai completamente nitidi e definiti ma frammentati, evocati, nascosti da intromissioni materiche e da sovrapposizioni. Che si tratti dei collage realizzati dal 2013 al 2018, raccolti nell’installazione Unanswerable (che comprende oltre 40 collage) oppure delle due opere presentate alla Biennale di Venezia 2015, curata da Okwui Enwezor, in cui le figure fluttuano nello spazio della tela tra corpi senza testa di Nightmare?, ispirandosi a un fotogramma del film horror di Brian De Palma del 1976, Carrie – Lo sguardo di Satana e un’ibridazione tra uomo e animale in True Value. 

Nella serie Special Characters interviene con sfocature, cancellature e sbavature creando delle immagini “iperreali”, come lei stessa le definisce. Un campionario visivo che non tradisce una matrice sociale e politica. Le tensioni della società sono rappresentate nella serie Then & Now con i disordini di Detroit del 1967 e le proteste di Birmingham del 1963 in Three Figures; in Black Nebula, la tela macchiata dall’acrilico crea un’esplosione mentre in Polka Dot & Bullet Holes #2, una delle prime tele dipinte, il busto con un abito a pois si scontra con la porzione dell’immagine sottostante che sembra crivellata di colpi di pistola. Le sue fonti sono “Ebony” e “Jet”, considerate la bibbia dell’immaginario nero, come ricorda in altre occasioni, impilate e incelofanate, diventano sculture di grandi dimensioni come in Black Totem, oppure più modeste in 5 Properties, Missing Film e Tried by Fire, formate da  cubi di vetro, busti scolpiti, scatole e sgabelli. Nella grande scultura Woman on Snow ball, una donna con la testa nera è seduta su una palla di neve gigante bianca e sembra restare in equilibrio precario. 

Una precarietà che è figlia del nostro tempo e che si intreccia con l’attualità contemporanea percorsa da cambiamenti, instabilità, trasformazioni culturali e sociali, in cui Paulo Nazareth e Lorna Simpson cercano di ristabilire alcuni punti fermi, intercettano la necessità di recuperare una prospettiva storica svincolata dalle sue tante esclusioni e omissioni. 

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Elena Solito
Elena Solito
Scrive storie di persone e “non luoghi” dell’arte. In particolare è interessata a indagare l'esperienza estetica come fatto antropologico, capace di dilatare il suo spazio fisico e concettuale, attivando dialoghi inattesi e sottraendosi agli spazi più tradizionali. La scrittura acquisisce una dimensione autonoma, diventando materiale di osservazione e di riflessione intorno a possibili (e non univoche) narrazioni della contemporaneità. Autrice indipendente, membro editoriale di Formeuniche, contributor per Made In Mind.

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