A Taranto Post Disaster Rooftops esplora la palude siderale tra arte, resistenza e immaginazione collettiva

È cominciata il 3 aprile, e continuerà fino al 13, la rassegna “Rooftops EP05”. Protagonista, ancora una volta, la città di Taranto, con il tema “La palude siderale”. Da oggi fino al prossimo fine settimana, la città pugliese ospiterà talk, incontri, presentazioni e, soprattutto, momenti di riflessione collettiva

Post Disaster Rooftops, si spiega sul programma 2025, «è una piattaforma critica e spaziale ambientata a Taranto, città-manifesto della crisi, urbana ed ecologica, contemporanea». Attraverso un viaggio nella città, il progetto pone l’attenzione su questioni urgenti e intersezionali, partendo dall’interpretazione dei tetti come «spazi urbani non convenzionali, liberi dalle principali forme egemoniche di controllo». È dai tetti che Taranto tenta di ripartire, immaginando una rinascita osservando la città dal suo punto più alto, da dove è possibile avere una visione complessiva e drammaticamente immediata degli effetti del disastro ambientale, economico e politico. Non solo, i tetti sono anche un luogo da cui ricominciare, immaginando futuri differenti e ricostruendo uno spazio nuovo da poter consegnare al presente.

Gli spazi urbani, nel progetto di PDR, diventano palcoscenici performativi, in cui la collettività diventa la vera protagonista e la speranza nasce dal confronto e dal dialogo, dallo scambio di punti di vista e dalla comprensione reciproca. Non una struttura fissa, non un monumento, non un’opera da ammirare, ma un momento di “costruzione” che è destinato a scomparire e che, per questo, nel tempo effettivo della manifestazione racchiude tutta la sua potenza.

«PDR è stata generata da una tensione di decentralizzazione» si spiega, «spostare la produzione del discorso critico dai contesti culturalmente privilegiati a quelli sacrificali, dove le urgenze non si possono solo discutere ma anche, e soprattutto, sentire». Il disastro sembra essere ovunque, davanti agli occhi di uomini e donne, nelle parole che ci si scambia, nella percezione del reale e nella paura del futuro, ma la domanda a cui si vuole dare risposta continua a risuonare: il disastro è in corso o è già avvenuto?

L’edizione 2025, si concentra sulla palude, intesa come luogo da contemplare. «La palude è un pianeta che sto sorvolando, un luogo alieno, e tuttavia un luogo che mi è caro, e forse abbandonerò tutti gli altri pianeti, incluso il pianeta da cui provengo, per scendere su questo spazio ignoto» scrive Giorgio Manganelli nel romanzo La Palude Definitiva. In questa palude, risiede l’invito rivolto alla comunità di partecipazione, occupando le infrastrutture portuali e le ecologie lagunari e osservando il territorio «attraverso la lente della palude: spazio mostruoso eppure generativo, contro-antropocentrico, dove le relazioni gerarchiche tra l’umano e l’altro sono invertite, sovvertite».

Si avviano così due movimenti speculari, una sinfonia tra la terra e il mare: da una parte c’è la laguna, stagnante, dall’altra si staglia la città, il sogno della modernità. Il primo movimento si sviluppa in tre giorni, dal 4 al 6 aprile, e si compone di tre sezioni. La prima è “Waterbowls” di Tomoko Sauvage, una performance sonora realizzata con acqua, idrofoni, ciotole di porcellana e vetro, pietre, conchiglie ed elettronica. Il giorno dopo, è il turno di “Il Cielo, Fa Acqua Dappertutto” di Ludovica Guarnieri, una lecture performance che, partendo dai cantieri navali della città, rivendica la possibilità di resistere e di rinascere dallo sfruttamento del territorio e dalle manovre spietate del capitalismo e di “Iride” di Trifoglio (Marta Bellu, Donato Epiro, Andrea Sanson), performance di suono, movimento e luce, una riflessione sul luogo, su chi lo abita e sul suo modo di percepire lo spazio all’infuori di sé. Il 6 aprile, invece, si darà spazio alla conversazione tra Markus Bader (UdK Berlin, Raumlabor, Floating University) e Silvia Gioberti (UdK Berlin, Guerilla Architects)

Il secondo movimento, dall’11 al 13 aprile, si articolerà come il primo, in tre giornate. Nella prima, “Paludofobia” di Giulia Crispiani, reading in due atti, che racconta la separazione sentimentale tra mare e terra e la sound performance “Waterfront” di Gaspare Sammartano, un canto inaugurale che preannuncia una nuova era «esotica e oscura, in cui si immagina le possibilità di questi luoghi e dei loro abitanti, umani e non, di riorganizzarsi per riconquistare la propria indipendenza e autonomia». Il giorno dopo, l’esposizione istantanea “Sottosopra / Upside Down: scorie, tracce, incatenamenti” di Mario Lupano con Gianluca Marinelli e Vincenzo Moschetti occuperà gli spazi dell’auditorium della Concattedrale Gran Madre di Dio di Taranto. In mostra, un mosaico di installazioni che si susseguono, esplorando il complesso rapporto tra arte e industria. Per finire, il 13 aprile, il festival si concluderà con il “Cometario” di Extragarbo, un’escursione performativa, un percorso a tappe che attraverserà le vie della Città Nuova, come in una costellazione, creando quasi l’atmosfera di un’allucinazione collettiva. O il sogno della rinascita.

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