Alla Glenda Cinquegrana Art Consulting di Milano una doppia personale mette in dialogo due ricerche fotografiche diverse, accomunate dalla necessità di interrogare l’immagine, la memoria e ciò che resta fuori campo
La fotografia non è mai soltanto ciò che mostra. Può diventare una superficie sulla quale la memoria si deposita, un corpo da attraversare, manipolare, ferire. È proprio intorno a questa possibilità che si costruisce il dialogo tra Ada Marino e Nico Mingozzi, protagonisti della doppia personale ospitata da Glenda Cinquegrana Art Consulting fino al 7 novembre 2026. La mostra è curata da Glenda Cinquegrana e Rebecca Delmenico e rientra nel programma di Milano Centrale Festival, la rassegna curata da Chippendale Studio che dal 2 al 4 ottobre coinvolge artisti, curatori e spazi espositivi nell’area della Stazione Centrale di Milano e lungo la direttrice della Martesana.
L’esposizione inaugura inoltre un nuovo ciclo di doppie personali della galleria, pensato come confronto tra pratiche differenti. Nel caso di Marino e Mingozzi, il punto di contatto è una fotografia che rinuncia alla neutralità documentaria per assumere una funzione più ambigua: non conservare semplicemente qualcosa che è accaduto, ma interrogare il modo in cui immaginiamo, ricostruiamo e trasformiamo ciò che ricordiamo.
Nella ricerca di Ada Marino la fotografia diventa uno spazio di costruzione psicologica e antropologica. L’immagine non racconta il trauma attraverso una rappresentazione esplicita, ma lo lascia affiorare attraverso simboli, gesti, assenze e tensioni compositive. La dimensione teatrale delle sue fotografie produce così una realtà sospesa, nella quale il dato autobiografico si apre a una riflessione più ampia sulla memoria, sull’identità e sulla condizione femminile.
La prima personale milanese dell’artista presenta una selezione di lavori appartenenti alla serie Pater Familias, insieme ad alcune immagini di New Moons. Due nuclei che permettono di leggere la ricerca di Marino secondo una traiettoria che dalla ferita guarda verso la possibilità di una trasformazione.
In Pater Familias il potere patriarcale diventa una presenza che attraversa il corpo e la memoria. La fotografia costruisce una scena nella quale il trauma non viene spiegato, ma evocato. È proprio questa sottrazione a rendere le immagini perturbanti: ciò che non viene mostrato diventa parte essenziale della narrazione.
Con New Moons lo sguardo cambia direzione. La dimensione del trauma non scompare, ma viene affiancata da una possibilità diversa, legata alla rinascita e alla costruzione di un futuro. La biografia personale diventa così materia critica, capace di misurarsi con temi come la trasmissione intergenerazionale della memoria, la violenza patriarcale e la possibilità di interrompere una determinata eredità.
Marino lavora dunque sulla fotografia come messa in scena, costruendo immagini nelle quali realismo, visione e surrealtà convivono. Il corpo, più che soggetto, diventa luogo nel quale la memoria prende forma.

Se Marino costruisce la fotografia come scena, Nico Mingozzi interviene direttamente sulla sua materia. La sua ricerca parte spesso da fotografie trovate nei mercatini delle pulci: immagini anonime, album di famiglia, frammenti di vite che hanno perso il proprio contesto originario. Il valore documentario di queste fotografie viene però messo radicalmente in discussione attraverso un processo fisico di alterazione.
Tagli, graffi, bruciature, suture e ricostruzioni trasformano la superficie fotografica in un campo di tensione. L’immagine viene trattata come un corpo sul quale il gesto dell’artista lascia una traccia. La fotografia, da dispositivo deputato alla conservazione, diventa così il luogo della perdita, dell’usura e della trasformazione.
Nei lavori di Mingozzi il volto assume una funzione centrale. Quello che dovrebbe essere il punto più riconoscibile dell’immagine diventa invece uno spazio di incertezza. Chi sono queste persone? Quale storia appartiene davvero a quel volto? E quanto di ciò che vediamo dipende dall’immagine e quanto dalle nostre proiezioni?
È qui che il familiare scivola nel perturbante. Le fotografie provengono da un universo riconoscibile – la famiglia, il ritratto, l’album, il ricordo – ma l’intervento dell’artista ne interrompe la rassicurante continuità. La memoria non appare più come un archivio stabile, bensì come qualcosa di continuamente riscritto.
Il confronto tra Ada Marino e Nico Mingozzi nasce quindi da una differenza di metodo che produce una comune interrogazione. Marino costruisce l’immagine attraverso la messa in scena e utilizza il corpo come luogo simbolico nel quale far emergere traumi, eredità e possibilità di trasformazione. Mingozzi agisce invece sulla fotografia esistente, intervenendo fisicamente sulla sua superficie per mostrarne la fragilità.
In entrambi i casi, però, la fotografia perde la sua presunta trasparenza. Non è più una finestra affidabile sul passato, ma un dispositivo instabile, attraversato da assenze, manipolazioni, fantasmi e sovrapposizioni.
La memoria diventa così una materia da interrogare più che un patrimonio da conservare. E il gesto fotografico – costruire una scena o incidere una superficie – assume una funzione quasi archeologica: scavare nell’immagine per capire che cosa rimane quando la certezza del ricordo viene meno.
La doppia personale di Glenda Cinquegrana Art Consulting mette in scena proprio questa instabilità. Due pratiche lontane per linguaggio e procedimento finiscono per incontrarsi in un territorio comune, dove la fotografia non documenta soltanto ciò che è stato, ma rende visibile il processo attraverso cui continuiamo a costruire la nostra idea del passato, degli altri e, inevitabilmente, di noi stessi.



