È morto a 86 anni il pioniere italiano della videoarte. In quasi sessant’anni di ricerca ha trasformato monitor, fuoco, acqua, ferro e vetro in un linguaggio capace di unire tecnologia, scultura e forze primordiali.
Fabrizio Plessi aveva affidato all’elettronica i due elementi più antichi del mondo: l’acqua e il fuoco. Dentro i suoi monitor scorrevano cascate, maree, colate incandescenti e bagliori dorati. Le immagini acquistavano peso, temperatura, perfino un suono immaginario. La tecnologia, nelle sue mani, diventava materia viva.
L’artista è morto a 86 anni, lasciando una delle esperienze centrali della videoarte europea. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, si trasferì a Venezia durante l’adolescenza e studiò all’Accademia di Belle Arti, dove in seguito avrebbe insegnato pittura. La laguna diventò presto il suo laboratorio mentale: un luogo nel quale l’acqua costruisce prospettive, dissolve i contorni e trasforma ogni superficie in un’immagine instabile.
Alla fine degli anni Sessanta Plessi iniziò a concentrare la propria ricerca sull’elemento acquatico attraverso disegni, film, videotape, installazioni e azioni performative. Pensava a spugne gigantesche capaci di assorbire l’acqua alta, progettava tagli simbolici nei fiumi, cercava di camminare sulla superficie dei laghi. Nasceva così la sua “acquabiografia”, un racconto personale scritto attraverso flussi, riflessi e trasformazioni.
Il video entrò nel suo lavoro quando il monitor apparteneva ancora all’universo domestico e televisivo. Plessi lo trattò come una superficie scultorea, inserendolo dentro strutture di ferro, legno, pietra e marmo. Lo schermo smetteva di essere una finestra: diventava un blocco luminoso, una sorgente di energia incastonata nella materia.

Nel 1986, alla Biennale di Venezia, presentò Bronx: ventisei monitor accostati ad altrettante pale di ferro, come una macchina industriale attraversata da un flusso elettronico. L’anno seguente partecipò a Documenta 8 a Kassel. Le sue presenze alla Biennale veneziana sarebbero diventate quattordici, costruendo un rapporto continuo con l’istituzione e con la città che aveva formato il suo immaginario.
Nel 2000 Waterfire accese la facciata del Museo Correr con un dialogo monumentale fra acqua e fuoco. Nel 2005 Mare verticale emerse dalla laguna davanti ai Giardini della Biennale: una stele alta 44 metri, percorsa da una cascata tecnologica. Plessi trasformava il paesaggio veneziano in una scenografia elettronica, portando l’immagine digitale alla scala dell’architettura.
Nel 2011, con Mari Verticali, grandi imbarcazioni d’acciaio attraversate da flussi dorati invasero il Padiglione Venezia. Le barche apparivano sospese fra naufragio e partenza, mentre il mare diventava energia, memoria e ricchezza futura. La stessa visione sarebbe tornata nel 2023 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano: dodici strutture lunghe nove metri, inclinate sul limite della caduta, proteggevano idealmente un ambiente segnato dai bombardamenti del 1943.
Sempre nel 2023, per Bergamo Brescia Capitale italiana della Cultura, Plessi sposa Brixia mise in relazione il Parco archeologico di Brescia romana e il Museo di Santa Giulia. Portali luminosi, anelli monumentali e flussi d’oro costruirono un matrimonio fra archeologia e videoarte. Il patrimonio antico diventava il corpo sul quale innestare una nuova circolazione digitale.

Le ultime mostre: dal nero al vetro
Nel 2024 la Fondazione Alberto Peruzzo affidò a Plessi l’intero complesso di Nuova Sant’Agnese a Padova. Plessi. Nero Oro occupò la navata, la sacrestia e l’ipogeo con installazioni, sculture e disegni. Il nero rappresentava la profondità dalla quale nasce l’immagine; l’oro diventava luce, energia e apparizione. L’antica chiesa si trasformò in una liturgia tecnologica.
Nello stesso anno, al Broletto di Como, Plessi costruì un percorso dedicato alla soglia fra visibile e invisibile. Architettura, immagini elettroniche e presenze luminose accompagnavano il visitatore dentro uno spazio mentale, confermando la sua capacità di leggere ogni edificio come parte attiva dell’opera.
Nel 2025 la Tornabuoni Art di Parigi presentò Histoire d’Eau, una mostra dedicata alla relazione fra acqua, disegno e memoria. Le linee tracciate sulla carta sembravano galleggiare, oscillare, perdere consistenza. Dopo decenni di installazioni monumentali, il disegno rivelava l’origine intima di ogni progetto: un pensiero fissato rapidamente prima di diventare ambiente.
Il passaggio decisivo arrivò a Murano con Perdersi in un bicchier d’acqua, ospitata da Barovier&Toso Arte dal 21 novembre 2025 al 21 giugno 2026. Fu il primo grande progetto di Plessi dedicato al vetro muranese. Bottiglie e bicchieri diventavano sculture attraversate da increspature e vortici, mentre una grande installazione circolare univa immagini e suoni d’acqua al fuoco delle fornaci.
Plessi riconosceva nel vetro una forma di acqua solidificata: trasparente, fragile, capace di imprigionare la luce. La collaborazione con Barovier&Toso univa arte contemporanea, manifattura e impresa. Il percorso terminava con Movimenti dell’anima, una bottiglia di profumo concepita come opera multisensoriale, sintesi fra forma, luce e percezione.
Poche settimane dopo la chiusura della personale, il suo lavoro entrò in Glasstress 2026, la rassegna internazionale promossa da Fondazione Berengo e Berengo Studio, aperta dal 12 luglio al 22 novembre fra Ca’ Tron a Venezia e il Berengo Art Space di Murano. È l’ultima presenza espositiva di Plessi durante la sua vita: un ritorno al vetro, alla laguna e alla città che aveva alimentato tutta la sua ricerca.

Dal 2013 il suo nome è legato anche al Plessi Museum al Passo del Brennero, uno spazio permanente nato nel luogo che aveva ospitato Electronic Forest durante Expo 2000. Un museo d’artista collocato lungo un’autostrada europea, fra paesaggio alpino, architettura e movimento: quasi una stazione di passaggio dentro la sua geografia creativa.
La scomparsa di Plessi apre ora una questione decisiva: la conservazione della videoarte. Monitor, software, supporti digitali e impianti luminosi possiedono cicli di vita differenti da ferro, vetro e marmo. Musei, archivi e restauratori dovranno custodire insieme gli oggetti, i dati, le istruzioni e l’esperienza immaginata dall’artista.
Fabrizio Plessi ha dato volume all’immagine elettronica e movimento alla scultura. Le esposizioni degli ultimi anni raccontano una ricerca rimasta fertile fino alla fine, capace di attraversare palazzi, chiese, siti archeologici, gallerie e fornaci. La sua acqua continua a scorrere: nei monitor, nel vetro di Murano e nella memoria luminosa dell’arte italiana.




