Addio a Giancarlo Politi, il Grande mattatore del contemporaneo

“Aveva per tutti una buona parola”, si sussurrava un tempo ai funerali, quando la gentilezza veniva considerata una virtù. La frase, certamente, non valeva per Giancarlo Politi, mostro sacro dell’informazione d’arte in Italia, tessitore, fustigatore, spronatore, flagellatore, mattatore (quasi) unico, per molti decenni, del sistema (e del mercato) non solo italiano ma europeo (anticipò dalle sue pagine gli Appunti per una guerriglia di Germano Celant per la nascente Arte Povera nel 1967, e il Manifesto della Transavanguardia di Bonito Oliva nel 1979) e, per un certo tempo, anche mondiale, attraverso la più ibrida, la più influente, la più potente, la più atipica e celebre delle riviste d’arte, Flash Art (“La prima rivista d’arte in Europa”, si auto-incensava nel claim sotto la testata, quasi a ricordare la celebre frase della Settimana Enigmistica: “La rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione”: e in fondo, entrambe dicevano a loro modo la verità), creatura di cui per oltre quarant’anni fu ideatore, direttore, dominus indiscusso e indiscutibile.

Dalla culla dei nuovi curatori al Complotto di Tirana

Influentissimo tessitore di relazioni e di trame artistiche tra la periferica Italia (suo chiodo fisso, ripetuto mille e mille volte dalle pagine del suo giornale: uscite dall’Italia, emigrate, prendete il volo, andate in America, se volete contare qualcosa!) e i centri di potere mondiale; sponsor, sempre attraverso Flash Art, di artisti (da Cattelan alla Abramovic, passando per De Dominicis, Kounellis, Jeff Koons, Salvo, e tanti, tantissimi altri, impossibile anche solo immaginare di elencarne i nomi uno per uno) e di curatori che per decenni avrebbero poi dominato la scena mondiale (da Massimilano Gioni a Francesco Bonami, cooptati a Flash Art ancora imberbi o comunque digiuni di qualsiasi pratica curatoriale, e gettati da Politi nell’agone artistico internazionale senza alcuna preparazione, come un allenatore di nuoto getta in acqua l’aspirante nuotatore ancora del tutto inesperto di qualsiasi pratica natatoria, per poi allontanarsene o rimanerne, a tratti, in qualche modo deluso, se non amareggiato, con lo scorrere del tempo: “Talvolta mi chiedo”, scriveva qualche anno fa in una delle sue rubriche, “visto che Francesco (Bonami, ndr) nelle sue biografie omette ostentatamente di essere stato American Editor di Flash Art per sette anni, fondamentali per lui, se io nel 1987 non mi fossi recato, per pura curiosità all’asta di Christie’s, dove incontrai casualmente Francesco, come sarebbe stata la sua carriera? Avrebbe impiegato più tempo per diventare Bonami e attraverso quali vie? Oppure sarebbe rimasto impastoiato nell’anonimato di New York che risucchia tante bellissime intelligenze che non sono riuscite a prendere al volo un treno in corsa? È una domanda che talvolta Helena (Kontova, sua compagna di sempre, ndr) e io ci poniamo”).

Geniale imbastitore – in un periodo in cui era necessario inventare nuovi sbocchi e soluzioni originali e coraggiose a un mondo che si stava lentamente, faticosamente ma inesorabilmente affrancando dall’egemonia americana (ma ben prima, lui stesso aveva portato la sua creatura, Flash Art, proprio in America, a New York, andando a colpire e a intervenire dritto al cuore del sistema, là dove il mercato batteva le sue carte, dove gli artisti che contavano lavoravano ed esponevano, dove i fenomeni esplodevano, e divenendo così nei fatti, con la sua redazione newyorchese, uno dei direttori più influenti del globo); imbastitore, dicevamo, di Biennali squattrinate, strategicamente periferiche (Tirana, Praga) ma così vitali giocose e piene di energia da contenere in se stesse anche la scommessa del proprio fallimento o della possibilità di inaspettate e destabilizzanti infiltrazioni non cercate e non volute: a Tirana, nel 2001, scivolò miseramente, ma con l’onore delle armi della sperimentazione e del rischio, su una “truffa” artistica che era in realtà una delle più geniali operazioni di svelamento della debolezza e delle contraddizioni intrinseche al sistema in un momento in cui tutto cambiava e l’arte stessa cominciava a soggiacere al potere ipnotico della comunicazione, dell’euforia e dello scandalo: il cosiddetto “complotto di Tirana”, ordito dall’artista Marco Lavagetto, nel quale un finto Oliviero Toscani consigliò e fece esporre a Politi 4 finti artisti, completamente inventati, così estremi da andare oltre ogni censura e ogni limite di buon senso (tra gli altri, si annoveravano un presunto artista orgogliosamente pedofilo e un’artista altrettanto orgogliosamente islamista, mettendo a nudo temi scottanti e indicibili del dibattito sociale futuro).

L’arte italiana? “Deprimente”

Politi dunque, scomparso pochi giorni fa a quasi novant’anni, fu davvero il dominus indiscusso, il cardinale Mazzarino di un periodo fecondissimo e allo stesso tempo confusissimo per l’arte mondiale, in cui l’Italia tuttavia, salvo rare eccezioni (tra tutte, Maurizio Cattelan, appunto, da Politi sostenuto e portato in palmo di mano in tempi non sospetti: “Un giorno nei lontani anni Novanta”, avrebbe raccontato pià avanti, “arriva in ufficio un giovane timido e dalla faccia di topo. Balbettando mi fece capire che voleva acquistare 500 copie di Flash Art per realizzarvi un’opera. Io che conoscevo l’artista avendolo visto a Bologna capii che vendergli 500 copie era impossibile. Non aveva i soldi nemmeno per tornare a Bologna! Gli offrii in omaggio tutte le copie arretrate di cui avesse bisogno e lui felice e contento se ne andò dicendo che avrebbe organizzato il trasporto. E che mi avrebbe dato l’opera realizzata. Dopo qualche mese vidi esposta in qualche mostra la sua opera Strategie formata da una piramide di Flash Art. L’opera era bella e noi ne fummo felici. E della nostra copia nemmeno l’ombra”), l’Italia, dicevamo, arrivò piano piano a fare sempre più la parte della Cenerentola (è di ieri la notizia della prima Biennale di Venezia senza neanche un artista italiano), anche grazie, o per meglio dire per colpa, dell’esterofilia quasi maniacale e masochistica di tutti i suoi attori, Politi compreso, che non passava giorno senza sferzare, demonizzare e demolire praticamente l’intera filiera della produzione artistica italiana, da lui sempre considerata “deprimente” (“il livello della nostra produzione artistica è scesa a livelli mai visti”, scriveva una ventina d’anni fa: “ogni volta che torno in Italia subisco uno shock e una depressione”; e ancora: “la qualità è qualcosa che si allontana sempre di più dall’Italia… tutto è ormai triviale, becero, in questo paese: dalla politica all’economia, dalla giustizia alla cultura, alla sanità. Abbiamo politici pseudointellettuali onnivori e clientelari, e intellettuali troppo politici o sempre alla ricerca di un politico a cui portare (e rubare) la borsa. La cultura e l’arte, con la complicità degli assessorati – veri killers della qualità – sono ormai solo baracchini da fiera. E i critici sono i mangiafuoco (neppure gli Zampanò) dell’avanspettacolo”, i quali “mai potranno realizzare una rassegna che si possa ricordare, che possa aver un senso. Per loro l’arte non è più un modello pensato ma una routine sempre più meccanica, ripetitiva e clientelare…”).

E se con i critici, salvo rarissime eccezioni, era sprezzante, certo con gli artisti, specie quelli ingenui o non arrivati ma ambiziosi e speranzosi di farsi conoscere, riusciva ad essere addirittura perfido fino all’umiliazione, soprattutto se osavano scrivergli, pensando magari di tenergli testa, al che lui rispondeva per le rime: “caro… (seguiva il nome del malcapitato): io ho sempre creduto che la scuola dell’obbligo insegnasse per lo meno a scrivere correttamente un italiano di base. Pazienza! La tua lettera dimostra che è più facile fare l’artista (visto che ti definisci tale) che lo scrittore. Non ho voluto correggere, salvo qualcosa, la tua lettera, per dimostrare che in Italia si ha la pretesa (non sei l’unico) di essere artisti (forse pittori?) pur avendo idee banali e confuse e una visione della realtà da sottosviluppo culturale”. Non meno tranchant, a volte, coi collezionisti, se non avevano una collezioni abbastanza up-to-date: “Con la collezione che si ritrova”, scriveva a un collezionista “colpevolmente” rimasto a collezionare opere italiane degli anni Cinquanta e Sessanta, “cosa le possono insegnare gli artisti che lei ha collezionato? Non certo la complessità e la leggerezza del nostro tempo: sono gli epigoni di un mondo scomparso che non hanno mai capito né cercato di farlo, sono i portatori dell’atmosfera del sospetto e della paura che ci aveva inculcato la guerra fredda, con le piazzate tra astratto e figurativo. Quegli artisti creduloni e buontemponi volevano cambiare il mondo con la gamma dei loro grigi o con le textures fatte con il righello… espressioni forse accettabili negli anni Cinquanta ma oggi sinceramente pesanti, noiose, senza legame alcuno con la vita. Perché l’arte o è grande e allora attraversa sociologicamente (quasi mai esteticamente) i tempi, oppure diventa esercizio intimista di qualcuno che pretende di importi la sua distorta visione del mondo”.

Contro la pittura italiana “nazional popolare”

Ne aveva davvero per tutti, Politi, e questo lo faceva essere un personaggio unico, rispettato e temuto ma soprattutto odiato, guardato con sospetto e non senza astio, quanto però ovunque vezzeggiato. Sulla pittura italiana, poi, pur in periodi in cui la pittura cominciava ad esprimere buoni quando non ottimi talenti, ci andava giù pesantissimo: “in Italia da sempre ha avuto una particolare fortuna una pittura figurativa nazional popolare, di qualità non eccelsa e che ha come paladini critici altrettanto popolari (Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi e cento e più menestrelli disseminati nella penisola)”. “Da qui”, proseguiva, “la sua caratteristica di un profilo basso e proiettato verso un mercato semplicistico e facile, con collezionisti di bocca buona, piccoli industriali brianzoli, notai, professionisti non professionali nell’arte e che appagano i loro pruriti culturali con racconti, paesaggi e personaggi sdolcinati o venati di neo-espressionismo d’accatto. Meglio, molto meglio all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni, dove alcuni pittori sono diventati famosi e contesissimi da musei e gallerie di alto bordo. E dove esiste, suppongo, come da noi, una inflazione della pittura figurativa da portineria, ma ai grandi pittori vengono concessi spazi e tributata una visibilità che qui da noi si sognerebbero” (e il risultato, aggiungiamo noi, è appunto che, non avendo mai dato spazi alla pittura italiana, avendole dato poca importanza, poca visibilità e poco credito, sbeffeggiando chi invece ne sosteneva gli esiti migliori e più originali, oggi ci troviamo con opere malpagate e Biennali prive di opere di artisti italiani). Per questo, lui, amava l’America e New York sopra a ogni cosa, con la sua competizione sfrenata e la sua capacità di far emergere i talenti: “io sono da sempre un grande ammiratore di New York”, scriveva. “Amo New York perché è una città aperta, dove il lavoro e la qualità vengono premiati e dove la gente è diretta e cordiale, ti saluta per strada e magari ti chiede il parere su una mostra o su un artista. New York è una città dove non esiste questo statalismo che comprime tutto e la competizione è rivolta verso l’alto, non tende mai al basso, come qui da noi…”.

Già, perché il suo modo di spronare, di sferzare, di incalzare, di pungolare, a volte anche di bastonare, seppure metaforicamente, artisti o aspiranti artisti o galleristi o curatori o collezionisti non abbastanza “al passo coi tempi” o non allineati alla sua idea di “contemporaneo”, o non amici, o che, semplicemente, avevano avuto l’ardire di sottoporsi alla gogna pubblica scrivendogli nella sua pagina di Lettere al Direttore, la rubrica in assoluto la più morbosamente letta e più  temuta dell’intera rivista – tentazione, quella di scrivergli, a volte irresistibile per un artista, pur di esserci, di fari vedere, in un tempo in cui non c’era internet e non c’erano i social per avere una tribuna da cui farsi conoscere, e le riviste d’arte in Italia si contavano sulle dita, e per un artista essere su una di queste pochissime riviste voleva dire far conoscere il proprio lavoro, esporre, vendere, in buona sostanza esistere, altrimenti essere consegnati all’oblio; il suo modo, dicevamo, era già di per sé un manifesto, in anticipo sui tempi, del politicamente scorretto, lui che pure nell’arte non usciva mai granché dalle linee correnti e dominanti, essendo da sempre l’alfiere, nel bene e nel male, di ciò che di “nuovo” bolliva in pentola nel calderone artistico mondiale.

Una rivista d’opinione selettiva

Del resto, la sua rivista, Flash Art, oggi gestita, seppur cambiatissima e quasi irriconoscibile in un mondo che è anch’esso radicalmente cambiato, dal genero Cristiano Seganfreddo e dalla figlia Gea (che proprio tra quelle pagine esordì, appena adolescente, con una rubrica intitolata “The Gea’s Corner”, altro tocco indubbiamente geniale per un direttore di rivista che non temeva nulla, neppure l’accusa del ridicolo o del “figliolismo”, dando voce a uno sguardo ancora disincantato e vergine sul complesso mondo dell’arte in rapidissimo cambiamento); Flash Art, dicevamo, non era né è mai stata una rivista qualsiasi, ma un organo spurio, mezzo luogo di dibattito e mezzo centro di potere, da quelle pagine si poteva costruire (in qualche modo è accaduto a Cattelan, da Politi sostenuto fin da tempi non sospetti) o anche demolire, attraverso poche parole ma anche e soprattutto attraverso un ben calibrato oblio (“il mio nome non compare mai su Flash Art! Mai!”, era la lamentela tipica dell’artista frustrato dal timore dell’oblio), la carriera di un artista. E, che non fosse realmente una rivista d’informazione, pur facendo un’ottima informazione, capillare, da ogni borgo d’Italia (seppur mirato solo a ciò che interessava a lui, Politi: del resto, di ciò che era considerato “passatista” o mediocre, non si doveva proprio parlare, secondo la logica per cui ciò che non “meritava” di essere considerato abbastanza “contemporaneo” non meritava neppure di essere menzionato), beh, che non fosse una rivista tradizionale, era lo stesso Politi a dirlo: “Non ritengo Flash Art”, scriveva appunto in una delle sue Lettere, “una rivista di informazione sull’arte bensì una rivista di opinione e di informazione critica sull’arte di oggi. Non è un caso che Flash Art venga ritenuta la rivista leader sull’arte di oggi e questa non è una mia opinione ma un dato di fatto: basta sentire il parere dei maggiori curatori e critici internazionali o guardare le più prestigiose rassegne internazionali — Documenta, Whitney, Biennale Venezia, Johannesburg, Manifesta, Kwangju ecc. — per ritrovarvi ciò che sta passando o è passato con largo anticipo su Flash Art (non su altre riviste). Dunque si tratta di una informazione molto qualificata e selettiva che tiene conto della qualità e della stretta attualità di un artista o di un’opera. Flash Art non garantisce la copertura dell’informazione, ma il giudizio critico, che manca tanto oggi, quello sì”.

Ma la sua non era sempre una critica supponente, o perfida, o sprezzante: a volte, o forse anche spesso, era illuminante, partendo dall’idea che l’arte dovesse essere sempre e soprattutto rischio, avventura, sperimentazione: “l’arte vera non è mai rassicurante”, scriveva a un altro lettore. “È spostamento continuo, è rischio, è contraddizione. L’artista che si adagia su una cifra stilistica perché “funziona” è già finito. Diventa produttore di sé stesso, replicante del proprio successo. Meglio sbagliare, cambiare, tradire le aspettative, perdere pezzi di mercato, piuttosto che diventare la caricatura della propria immagine. Non esiste coerenza senza trasformazione. E chi pretende di essere sempre uguale a sé stesso confonde la fedeltà con la paura”.

Il “caso” Brener

A volte, in questo gioco a rimpiattino con la novità, col rischio e la sperimentazione, creò veri e propri polveroni: come quando, nel 1997, difese Alexander Brener, che aveva deturpato a spray un enorme segno del dollaro su Suprematismo di Kazimir Malevič, esposto allo Stedelijk Museum di Amsterdam, provocando un processo e una condanna per danneggiamento di opera d’arte come gesto di critica al commercio e al mercato nell’arte contemporanea. “Sì, difendo sempre di più il gesto di Alexander Brener, che è il gesto creativo di un artista”, scrisse su Flash Art. “Difendo la libertà di espressione, come la libertà di respirare, come la libertà di sorridere, la libertà di morire o il desiderio di vivere. Difendo il gesto di Alexander Brener perché è energia pulsante, perché opera la respirazione bocca a bocca a un’opera morta, quale è ogni opera dell’arte e della cultura sedimentata nella nostra memoria, nelle nostre coscienze e dentro i nostri libri”.

Gli Amarcord di una vita alla ricerca della novità

Ma, se le pagine di Flash Art sono tutt’ora un termometro vivo di una storia che da una parte sembra non ancora del tutto trascorsa, e dall’altra sembra appartenere a un’epoca già giurassica rispetto a ciò che tutti noi siamo diventati oggi, bisogna andare a scavare nella sua ultima rubrica, Amarcord (sottotitolo:Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie), redatta in tarda età, e spedita via mail a mezzo mondo (poi ripubblicati nel volume Amarcord vol. 1, racconti post situazionisti di arte e antiarte, Politi Segangfreddo edizioni), per trovarvi la vitalità, la straordinaria ricchezza e complessità della sua avventura umana più ancora che intellettuale, quel suo essere da sempre in mezzo agli artisti e in mezzo alla mischia, là dove le cose succedono e dove lui stesso le faceva accadere, raccontando di quando andava, ai primi tempi della sua rivista, in auto in giro per l’Europa con le copie nel bagagliaio a venderle una per una o a farsi conoscere alle prime fiere d’arte, o a conquistarsi, palmo palmo, galleria per galleria, le prime pagine di pubblicità con cui far star su la sua creatura.  “Da giovane e per oltre sessant’anni ho inseguito la novità e la qualità forse elitaria dell’arte e della poesia”, scriveva pochi anni or sono. “Come uno scatenato scout cercavo il meglio, il nuovo, volevo cadere in abissi inimmaginabili di ebrezza inedita e di sgomento intellettuale… ero un fanatico del nuovo e un impavido rottamatore della tradizione… Non a caso ero amico ed estimatore di Tony Shafrazi che aveva spruzzato sulla Guernica di Picasso con una vernice la scritta “KILL LIES ALL” (Bugie che uccidono tutti). E per cercare questo nuovo, correvo, talvolta con Piero Gilardi, qualche volta con Germano Celant, ma più spesso da solo e poi sempre con Helena Kontova, a Londra, Stoccolma, Düsseldorf (per Beuys), e quindi quasi sempre a New York, dove in quegli anni Settanta passava tutto e di più. Abitavamo a casa di Christo, di Dennis Oppenheim, di James Collins, di Bernar Venet, di Arman. Conducevo una vita molto simile agli artisti del tempo. Alcuni abitavano in un garage con una parete che di notte si trasformava in letto… è stato incredibile vivere la trasformazione di SoHo da quartiere commerciale e maleodorante con autotreni inquinanti che caricavano e scaricavano le merci in enormi depositi che poi diventeranno i loft sofisticati di Arman, Christo, Venet, Smithson, Clemente, Schnabel, ecc.”. E ancora: “Volevo sostituire Morandi con Basquiat, o Keith Haring, Montale o Quasimodo con Ezra Pound o Edoardo Sanguineti. Non mi incollavo a un dipinto di Van Gogh ma ero fermamente incollato, talvolta in modo cieco, alla novità. Il gioco è stato bellissimo, pieno di illusioni e oggi di rimpianti ma è stata una lotta generazionale di Cancel Culture che alla fine si è imposta senza veramente cancellare la cultura precedente ma certamente oscurandola”.

Il mio destino? Essere frainteso”

Per Giancarlo Politi, in fondo, considerato da noi ex giovani giornalisti e curatori d’arte cresciuti professionalmente nel tempo della sua ingombrantissima influenza, di volta in volta idolo nero, arcinemico, avversario temibile e temuto, e tuttavia sempre rispettato, perché indiscutibilmente geniale, invitto e invincibile arbitro del destino di un artista o di una tendenza, e d’altra parte fustigatore di tutto ciò che trovava provinciale, mediocre, vecchio, o a volte semplicemente non allineato alla sua idea di avanguardia; ebbene, per Politi, oggi che non c’è più a fustigare e a spronare e a inventare nuovi modi di condizionare e reinventare Biennali e manifestazioni mondiali e creare e tenere a battesimo i futuri curatori a scatola chiusa, bisognerebbe coniare un nuovo modo di dire, opposto al vecchio: “Aveva per tutti una cattiva parola”. Ma forse, al netto di tutto, intemperanze, anatemi, sferzate, duelli verbali, smargiassate, uno come Giancalo Politi meriterebbe in fondo di essere ricordato ancora e ancora con le sue stesse parole, quelle che scriveva, in una delle sue celebri risposte, a un lettore, per una volta senza sferzarlo: “ogni tanto fa piacere sentire che finalmente qualcuno riesce a leggerti senza offendersi, senza considerarti un presuntuoso o un marziano solo perché cerchi di cogliere il senso immediato delle cose, non solo le apparenze”, scriveva. “Purtroppo il mio destino è quello di essere frainteso sempre (sta scritto anche in un curioso oroscopo legato al giorno della mia nascita: 31 gennaio), anche dalle persone che io amo di più e che non riescono a decriptare le mie espressioni e i miei paradossi reali, costringendomi a un perenne e doloroso equivoco. E per molti (che però considero osservatori inattendibili) io sono un cinico, un opportunista, un materialista legato al denaro e al successo: eppure chi mi conosce sa che nulla è più falso. Certo, non disprezzo il successo né il danaro, allorché sono legati alla qualità ed esigo da me sempre più che dagli altri. Disprezzo profondamente il cialtronismo politico e culturale, le demagogie facili; le prese in giro. Non amo rivestire il mio pensiero di illusioni: vivo intensamente e abbastanza felicemente allenandomi giorno per giorno all’idea della morte e senza illusioni di eternità, né qui né altrove”. L’eternità certamente no, non l’ha raggiunta, ma un bel pezzo di storia, quella, indubbiamente, possiamo ben dire che l’abbia segnata.

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Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

1 commento

  1. Grazie Alessandro, un lavoro ben fatto che descrive quasi in modo perfetto mio padre, un uomo dalla mente straordinariamente brillante, sempre contro tendenza, che in qualche modo, la tendenza è riuscito a dettarla. Ti ringrazio, Gea

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