Probabilmente la “filosofia della concordia” di Giovanni Pico della Mirandola è un ideale utopico. Ispirata a una nuova immagine del sapere, è un progetto di sintesi universale che mira a unificare le diverse filosofie e religioni, le forme del sapere e i pensieri, al fine di individuare un nucleo comune di verità e promuovere la concordia tra gli uomini e la pace religiosa. La commistione di diverse forme di conoscenza, culture e popoli non è però un fenomeno morto o inverosimile. Nel contemporaneo sta fortunatamente prendendo piede un’arte a più voci che non si incasella in un’unica forma espressiva ma che parla grazie a relazioni culturali e interpersonali.
Francis Nathan Abiamba, in arte Afran, ne è un perfetto esempio per la correlazione nelle sue opere tra la cultura occidentale contemporanea e l’arte tradizionale africana. “È per me la chiusura di un cerchio”, racconta riferendosi ai jeans second hand che gli vengono regalati per la realizzazione delle sue opere, allo stesso modo in cui l’arte africana assumeva valore solo quando gli stessi oggetti erano utilizzati nei rituali o nelle cerimonie. Il valore pratico, concreto, è quindi ponte tra i due mondi che sembrano apparentemente così distanti.

“La trama del Mito” è il titolo della personale dell’artista attualmente in corso presso la ARTantide Gallery di Verona. Visitabile fino al 13 marzo 2026, l’esposizione curata da Sandro Orlandi Stagl è una narrazione tra miti antichi e contemporanei, a dimostrare che questi non siano scomparsi ma si siano semplicemente trasformati. Attraverso più di venti opere di grande formato, tra dipinti, sculture e installazioni, Afran mette in luce la perenne necessità dell’uomo di affidarsi a qualcosa di più grande di lui: dai miti classici della Grecia antica alla religione fino all’epoca contemporanea dei social network. Ognuno con una propria verità, sono per l’uomo sintomo di speranza così come di dipendenza. L’artista sotto diversi punti di vista mette in luce questa dicotomia, attraverso tre sezioni tematiche: il mito antico come specchio del presente, le fake news come nuove verità e la guerra come lacerazione del reale.

Classe 1987, Afran cresce in Camerun nella città di Bidjap, fino al trasferimento in Italia nel 2009. Qui inizia a plasmare il suo linguaggio artistico, già presente in tenera età quando da giovane sviluppa una passione per la pittura e le arti plastiche. Fin dall’origine del suo percorso è sempre stata presente nella sua pratica la commistione tra antico e contemporaneo, tradizione e innovazione. L’istruzione di Afran inizia presso l’Istituto di Formazione Artistica di Mbalmayo e successivamente continua presso atelier di artisti camerunesi e congolesi. Nel 2008 tiene la sua prima personale presso il Centro Culturale Spagnolo di Bata, in Guinea Equatoriale, dal titolo Quien eres?, lui stesso afferma di grande impatto per la sua persona. “Gestire lo sguardo incontrollato e incontrollabile del pubblico – racconta in una conversazione con Sandro Orlandi Stagl – mi ha fatto sentire metaforicamente nudo”. Si tratta del primo passo che lo porterà verso una carriera internazionale, esponendo in Africa, Europa e America.
La sua cifra stilistica è sicuramente l’uso del tessuto, in particolare del denim, materiale che lo ha reso celebre. Estremamente semplice e comune, l’artista ha trasformato il jeans in veicolo di comunicazione potente, strumento che apre tematiche più profonde. Prima tra tutte è sicuramente la dinamica del consumismo di massa, la mercificazione del sociale e l’identità, tanto culturale quanto personale. Tutti i tessuti che lui utilizza sono infatti materiali di scarto, attraverso un’operazione di recupero, i jeans gli vengono donati da chiunque voglia contribuire al progetto.
La stratificazione del contenuto nelle opere di Afran si manifesta nella sovrapposizione del denim, tessuto simbolo della sua ricerca, carico di significati tanto palesi quanto nascosti. Emblema dell’omologazione, da tessuto dei lavoratori con il quale è stata guadagnata la libertà del popolo, a strumento dell’uniformità dell’individuo. Il jeans lo ritroviamo dai magazzini dei brand popolari fino ai negozi di alta moda, senza distinzioni di classi sociali o economiche; è un capo che appartiene a tutti e a nessuno. Come una seconda pelle, Afran sfrutta le cuciture del materiale, trasformandole in linee grafiche, grazie all’estrema malleabilità e plasticità tipica di questo tessuto. Anche la monocromia del denim è un aspetto fondamentale nel racconto dell’artista camerunese. Non c’è diversità cromatica, solo una grande distesa di blu che uniforma il nostro modo di vestire e di essere.

L’artista nella sua produzione critica la contemporanea necessità di apparire e lo spasmodico bisogno di mostrarsi. Esempio emblematico non può che essere i social network, letteralmente la droga più diffusa al giorno d’oggi. Lo scrolling infinito del quale soprattutto le nuove generazioni sono dipendenti è diventato un buco nero che risucchia il tempo, mascherando l’assorbimento individuale in svago se non addirittura in divertimento.
Ad aggravare la situazione è la messa in scena di vite fittizie e corpi sempre perfetti, contro i quali gli utenti sbattono la testa ogni giorno. Chiunque, interagendo con questo tipo di contenuti, vuole assomigliare un po’ di più a quello che vede sullo schermo, cercando a sua volta di mostrarsi simile e desiderabile. Devi rendere la tua vita invidiabile in ogni suo aspetto, mostrare solo il lato bello delle cose, scoprire cosa va di moda e fartelo piacere non tanto per te ma per il pubblico, perché per essere qualcuno devono essere loro ad accettarti.
Il ciclo dei funghi allucinogeni è una serie di opere dell’artista, di cui in mostra sono presenti diversi esemplari che mettono perfettamente in luce questa dinamica. Afran analizza come i social network siano diventati le nuove divinità del contemporaneo. Quello di Instagram è un vero e proprio culto, con i suoi adepti e le sue leggi, strategie per diventare virali e regole da seguire per non essere bannati. In questo sistema il tutto è condito da una spasmodica proliferazione di fake news. Qui non è importante che quello che venga detto sia vero ma che riscuota scalpore e faccia successo.
Il ciclo dei funghi allucinogeni nasce in origine come gruppo di sculture, presentato nel 2022 alla Biennale di Venezia, all’interno del padiglione del Camerun. In occasione della cinquantanovesima edizione, l’artista espone insieme alle sculture anche il ciclo delle Amanite. Si tratta dei più famosi funghi allucinogeni in cui l’artista sostituisce le classiche macchie bianche con iconografie riconducibili al mondo dei social media. Loghi delle applicazioni più famose crescono sui cappelli dei funghi insieme alle più svariate emoticon. Il messaggio è chiaro: mostrare il parallelismo tra gli effetti causati dalle più comuni droghe e quelli derivati dai social media.

Ecco che enormi funghi invadono le strade della città di New York e dei canali veneziani, prendono possesso delle sale del Louvre e si fanno spazio nella città di Douala. Attraverso un intervento acrilico sulle fotografie di questi luoghi, l’artista inserisce le sue installazioni in ogni angolo del mondo, rendendo difficile la distinzione tra reale e immaginario.
Ne “La trama del Mito”, questo ciclo di opere fa parte del secondo grande filone tematico della personale: le fake news come nuove verità. Dimostrazione della vastità del fenomeno, è la diversificazione geografica con cui questi funghi si moltiplicano. Trattandosi di una condizione al giorno d’oggi così radicata, la vera scenografia è il mondo intero.Sottolineando come col tempo l’umanità abbia sostituito il verbo essere col verbo avere, Afran affronta queste tematiche nel ciclo dei Cartoni da imballaggio.

In questi lavori la superficie pittorica diventa emblema del consumismo, l’artista utilizza infatti cartoni di noti corrieri e piattaforme di e-commerce al posto delle tele canoniche. Su questi supporti Afran inserisce immagini iconiche della storia dell’arte, dalla zuppa Campbell alla banana di Warhol, passando per Napoleone a cavallo e per la Zattera della Medusa. Il contrasto tra due mondi così distanti mette in luce come anche l’arte sia diventata merce di consumo, perché non è possibile svincolarsi da questo sistema. Un’opera significativa è il cavallo di Troia costruito con scatole Amazon, vero nemico silenzioso, personificazione del “voglio tutto e subito”, attuale pensiero corrente.


