«L’opera non è fuori dalle norme sanitarie sulla base delle certificazioni in mio possesso. Certo, ha un odore acre, forte, pungente. La morte e la povertà non profumano, credetemi. Ma immagino che fuori a certi contesti la realtà più terribile sia ormai solo uno spettacolo virtuale. Da noi no».
Di nero vestito, volto serio e voce pacata, l’artista turco di origine curda Ahmet Güneştekin è alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma per presentare la sua personale (la prima di un artista turco nel museo) che, ancora prima di aprire, è stata accolta da polemiche.
La sua arte puzza troppo e rende la permanenza nel settore 2 del museo «insopportabile», così almeno la pensano i lavoratori del museo preposti alla sorveglianza e all’accoglienza. «Quelli assegnati a sorvegliare quelle zone lamentano mal di testa e sensazione di nausea», hanno scritto in una lettera inviata al quotidiano La Repubblica, chiedendo alla direzione del museo di provvedere a un’ispezione e a verificare la compatibilità dell’opera con la salute pubblica. Ora, a dire il vero, noi ci siamo stati, alla GNAMC, proprio in “quelle zone”, di lunedì mattina, mentre l’artista stava lavorando sull’opera incriminata e – spoiler – l’odore non ci è parso così ingestibile.

Ma andiamo con ordine.
“YOKTUNUZ (Eravate assenti)”, progetto a cura di Sergio Risaliti e Paola Marino (fino al 28 settembre) presenta sculture, dipinti e installazioni monumentali, un nucleo di opere volte al recupero della storia delle civiltà anatoliche e del Mediterraneo, dai cui miti e leggende Ahmet Güneştekin trae ispirazione.
I lavori sono esposti in dialogo con le opere della collezione permanente della GNAMC e tra tutti spicca per potenza ed efficacia l’opera che dà il titolo alla mostra. L’installazione “YOKTUNUZ” è allestita infatti nella grande sala neoclassica del museo dove si trova l’“Ercole e Lica” di Antonio Canova: la scultura di Güneştekin, 12 metri di base per 4 di altezza, è appesa alla parete ed è composta da centinaia di oggetti quotidiani raccolti tra le macerie di Diyarbakir (città patrimonio dell’Unesco, teatro di grandi scontri nel lungo conflitto turco – curdo), in stridente contrasto con la perfezione apollinea del bianco marmo del Canova.

È invece nella Sala delle Battaglie l’opera della discordia: la monumentale installazione “Picco di Memoria” è una sorta «di montagna del dolore» dedicata a diversi eventi tragici della storia turca (nello specifico, come ha ricordato l’artista: la morte dei minatori rimasti sotto terra a Soma nel 2014; l’assassinio del giornalista turco di origine armena Hrant Dink nel 2007; il lungo esilio degli Ezidi, popolazione curda irakena in fuga da Şengal nel 2014; all’attacco di Roboski del 2011 in cui morirono trentaquattro giovani contadini, migranti e piccoli contrabbandieri).
Dettaglio non secondario: la montagna è fatta di scarpacce di plastica nera, in tutto e per tutto simili a quelle che i contrabbandieri smerciavano sul confine irakeno-turco. Ovviamente, il materiale ha un odore forte, certamente penetrante: fa parte dell’opera (peraltro già esposta in molte altre sedi, senza alcun problema). È disturbante, come forse dovrebbe essere l’arte contemporanea quando si rifiuta di essere solo decoro.
Qui a Roma il personale del museo (parte di esso, a dire il vero) ha ritenuto la situazione intollerabile, complice anche un impianto di areazione antiquato: «Eredito un museo obsoleto, dove molto c’è ancora da fare dal punto di vista impiantistico: sono qui solo da un anno e mezzo e non ho la bacchetta magica per risolvere problemi radicati purtroppo nelle gestioni precedenti», ci ha detto la direttrice Renata Cristina Mazzantini, visibilmente mortificata.

Mentre il personale di sala ieri, durante la conferenza stampa ufficiale, ha ritenuto di dover indossare addirittura mascherine FFP2, l’artista ha colto al balzo l’osservazione e con spirito di rara collaborazione (quanti artisti italiani contemporanei avrebbero fatto lo stesso?) ha deciso di smantellare subito l’opera e di crearne una nuova.
Dalla “montagna di scarpe” è nato così un “cerchio del sole” di scarpe chiuse in sacchi di plastica (che limitano l’odore) al centro del quale Ahmet Güneştekin ha posto solo un paio di calzature di bimbo e di donna. Un gesto non provocatorio, ma delicato, una risposta intelligente a una critica a nostro giudizio un po’ pretestuosa. «”Picco di memoria” può vivere così una seconda vita», ci ha detto l’artista e ora in sala possiamo vedere la nuova opera con le foto del progetto precedente, disinstallato dopo due giorni. Alla fine, e per fortuna, ha vinto l’arte (intelligente).


