Alessandro Giannì. La pittura nell’era dell’Intelligenza Artificiale: dopo l’immagine, dentro l’immagine

C’è una pittura che oggi insiste nel guardare indietro, cercando nella memoria una forma di legittimazione, e ce n’è un’altra che sceglie di muoversi dentro un tempo irrisolto, fatto di stratificazioni, fratture e ritorni inattesi. La pittura di Alessandro Giannì non si colloca nel territorio rassicurante della memoria né in quello, altrettanto prevedibile, della nostalgia colta. La personale alla Galleria Mazzoli di Modena mette in campo una pratica che assume la storia dell’arte non come repertorio da citare, ma come materia instabile da attraversare e rimettere continuamente in discussione. Le opere presentate a Modena, riunite in un percorso curato da Lorenzo Madaro, che accompagna la ricerca dell’artista con una lettura attenta alle fratture della storia recente della pittura, si muovono piuttosto in un territorio instabile, dove la storia dell’arte non è citata, evocata o rielaborata, ma attraversata come un archivio vivo, continuamente scomposto e ricombinato.

Alessandro Giannì Lo sguardo che crea cm 130×300 2025 Foto ©Rolando Paolo Guerzoni

Giannì non dipinge “a partire” dalle immagini della tradizione, bensì lavora dentro le immagini; e questa distinzione, apparentemente sottile, è invece decisiva. Le anatomie, i frammenti di corpi, i gesti sospesi e le posture che affiorano sulle sue superfici non rimandano ad un autore, a una scuola o a un’epoca riconoscibile; non importa se una testa possa ricordare Michelangelo o Raffaello o un anonimo manierista. Ciò che conta è la loro persistenza come forme mentali, come tracce sedimentate in una memoria collettiva che precede e sopravvive all’autorialità.

In questo senso, l’intelligenza artificiale, spesso chiamata in causa in modo frettoloso nel dibattito artistico contemporaneo, non è per Giannì un feticcio tecnologico né un alibi concettuale: essa è piuttosto, un dispositivo di pensiero. Il software da lui sviluppato, VASARI, non produce opere finite né sostituisce la mano dell’artista; agisce come una macchina di disturbo, capace di rimettere in circolo dati visivi, storici e formali secondo logiche che sfuggono alla linearità del gusto e del controllo umano. L’output algoritmico diventa così una sorta di campo di possibilità, una mappatura asistematica da cui la pittura emerge come scelta, selezione, responsabilità.

Alessandro Giannì Memoria Nuova (Bagliore) cm 200×150 2025 Foto ©Rolando Paolo Guerzoni

È qui che la pratica di Giannì si distanzia nettamente tanto dalle estetiche post-digitali quanto da un certo ritorno alla pittura “sensibile” che caratterizza molta produzione recente. Non c’è, nelle sue opere, alcuna volontà di rassicurazione emotiva, né quell’intimismo diffuso che trasforma la tela in uno spazio psicologico chiuso, spesso autoreferenziale. Al contrario, la pittura di Giannì è instabile, stratificata, attraversata da tensioni che non si risolvono mai del tutto. Le immagini sembrano emergere e dissolversi nello stesso momento, come se fossero colte in una fase intermedia della loro esistenza. Questa condizione liminale è centrale nella mostra modenese. Le grandi superfici pittoriche non si offrono come composizioni compiute, ma come campi di forze: zone di attrito tra figurazione e disgregazione, tra riconoscibilità e perdita. Il colore, denso, persistente, non serve a “illustrare” la forma, bensì a metterla in crisi, a renderla instabile. La pittura non è mai mera traduzione di un’immagine digitale: è piuttosto il luogo in cui l’immagine viene rallentata, costretta a confrontarsi con la resistenza del corpo e del tempo.

In questo senso, Giannì lavora contro l’idea di una pittura come “revival” colto o come esercizio citazionista. Non c’è alcuna malinconia nei confronti di un passato perduto, né il desiderio di reinscriversi in una genealogia prestigiosa. La storia dell’arte è per lui un territorio già fratturato, attraversato da cesure, terremoti, discontinuità. Ed è proprio in queste fratture che la sua pittura trova spazio. L’intelligenza artificiale, allora, non appare come una forza aliena o antagonista, ma come una lente che rende visibile la natura già instabile delle immagini che abitiamo.

Alessandro Giannì Memoria Nuova (Eco) cm 200×150 202 Foto ©Rolando Paolo Guerzoni

Il punto forse più radicale della ricerca di Giannì sta proprio qui: nel riconoscimento che, nella storia del mondo, solo due entità hanno davvero generato immagini: l’uomo e l’intelligenza artificiale. Una constatazione che sposta il discorso dall’ambito tecnico a quello ontologico. Se le immagini non appartengono più esclusivamente all’umano, cosa significa oggi dipingere? Quale statuto ha l’opera d’arte in un universo visivo che sembra potenzialmente infinito, replicabile, autonomo? La risposta di Giannì non è teorica, ma pratica. È una risposta che passa attraverso la pittura come gesto incarnato, come atto che implica una presa di posizione. Dipingere, per lui, significa entrare nelle viscere dell’immagine, attraversarne l’opacità, accettarne l’ambiguità. Le sue opere non offrono soluzioni né visioni pacificate; propongono piuttosto una convivenza forzata tra ordine e caos, tra calcolo e intuizione, tra macchina e corpo.

Alessandro Giannì Sguardo interrotto cm 100×70 2025 Foto ©Rolando Paolo Guerzoni

C’è, infine, una dimensione quasi trans-apocalittica che attraversa la mostra: l’idea che le immagini possano sopravvivere all’essere umano, continuare a esistere in un flusso che eccede la nostra presenza. Le opere di Giannì sembrano provenire da questo tempo sospeso, da un “dopo” che è anche un “prima”. Non sono rovine né anticipazioni futuristiche, ma frammenti di un presente espanso, in cui la pittura continua a essere possibile proprio perché ha rinunciato a ogni pretesa di centralità. La personale alla Galleria Mazzoli conferma Alessandro Giannì come una delle voci più lucide e non allineate della pittura italiana contemporanea. Una pittura che non chiede di essere amata, ma interrogata, che non consola, ma apre, che non guarda indietro per nostalgia, né avanti per promessa, ma resta ostinatamente dentro il problema delle immagini, là dove, oggi, si gioca ancora una parte essenziale del senso dell’arte.

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Alberto Mattia Martini
Alberto Mattia Martini
Alberto Mattia Martini, critico d'arte, docente e giornalista ha al suo attivo numerose ed importanti mostre organizzate sia in spazi pubblici, che in gallerie private. Attualmente insegna Storia e teoria dei metodi rappresentazione presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, Storia dell'arte Contemporanea e Sistema, mercato dell'arte presso l'Accademia di Belle Arti di Cuneo Ha rivestito il ruolo di Direttore dell'Accademia di Belle Arti di Rovereto e di Direttore Artistico presso la Libera Accademia di Belle Arti di Brescia, dove ha insegnato anche Storia dell'Arte Contemporanea e Moderna. Giornalista inscritto all'albo nazionale, ha collaborato e collabora con numerose testate tra cui tra cui: Flash Art, D’Ars, Artein, Espoarte e Artribune.com. É inoltre inscritto all'Albo dei Consulenti Tecnici d'Ufficio del Tribunale di Parma. Ha collaborato per diversi anni, fino alla sua morte con Pierre Restany, noto critico internazionale nonché fondatore del movimento artistico del Nouveau Réalisme.

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