Alessandro Grassani e il dramma dell’emergenza climatica ignorata al Museo Diocesano di Milano

Da oltre vent’anni, Alessandro Grassani, classe 1977,  utilizza la fotografia per raccontare le conseguenze delle crisi globali. Fotoreporter e giornalista visivo, ha documentato guerre, migrazioni e disastri ambientali in più di 40 Paesi, pubblicando su testate come The New York Times, TIME e CNN. Il suo lavoro si concentra su chi spesso rimane invisibile: comunità vulnerabili, travolte dagli effetti del cambiamento climatico e dimenticate dalla politica internazionale.

Alessandro Grassani Mongolia

Pastori mongoli costretti ad abbandonare la steppa gelata, famiglie bangladesi in fuga dalle inondazioni, agricoltori kenyoti schiacciati dalla siccità, haitiani privati della loro terra dagli uragani: le immagini di Grassani raccontano storie di sopravvivenza, ma anche di ingiustizia. L’emergenza climatica, infatti, non è solo una questione ambientale, ma anche sociale ed economica. E mentre milioni di persone vengono spinte alla migrazione forzata, i governi delle nazioni più ricche continuano a rimandare azioni concrete, minimizzando la portata del problema.

Questo impegno trova spazio nella mostra Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo, ospitata dal Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano fino al 27 aprile 2025. Curata da Denis Curti, l’esposizione presenta quaranta scatti che compongono un viaggio attraverso quattro Paesi – Mongolia, Bangladesh, Kenya e Haiti – mettendo in luce il dramma di chi subisce direttamente il cambiamento climatico.

Alessandro Grassani Kenya

“La mostra vuole essere una risposta all’appello di Papa Francesco a sensibilizzare sull’emergenza climatica, un tema che non riguarda solo popoli lontani, ma ciascuno di noi” – afferma Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano.

Attraverso la fotografia, Grassani dà voce a coloro che soffrono nell’indifferenza generale e denuncia il comportamento di chi, con decisioni politiche miopi e spesso guidate da interessi economici, nega la gravità della crisi. Mentre scienziati di tutto il mondo avvertono delle conseguenze sempre più devastanti del riscaldamento globale, alcuni leader preferiscono deridere o ignorare questi allarmi, impedendo l’adozione di misure concrete.

Ogni immagine racconta una storia. Come quella di Erdene Tuya, 29 anni, pastora mongola che ha visto il proprio gregge decimato dal gelo estremo e che ora sogna di trasferirsi in un luogo meno ostile. O di Rose Juma, 34 anni, che con la sua famiglia ha lasciato il Kenya rurale per sfuggire alla violenza scatenata dalla scarsità d’acqua. E ancora, Nadie Preval, 28 anni, ex contadina haitiana che vive in una baracca a Port-au-Prince dopo che le tempeste tropicali hanno reso la sua terra incoltivabile. Storie diverse, unite da un comune denominatore: l’emergenza climatica e il disinteresse di chi avrebbe il potere di intervenire.

Come racconta Denis Curti, curatore della mostra, “Alessandro si muove come uno sciamano contemporaneo. Il suo talismano è la macchina fotografica. E il suo è un esercizio inquieto all’interno di un mondo che appare capovolto. L’emergenza climatica vive dentro e fuori ognuno di noi”.

Alessandro Grassani Bangladesh

Questa visione si riflette nelle sue immagini, che raccontano una crisi ormai innegabile. Le immagini di Grassani, infatti, non sono solo una testimonianza, ma un monito: il riscaldamento globale non è una minaccia astratta, è una crisi che sta già stravolgendo la vita di milioni di persone. Eppure, mentre scienziati e attivisti lanciano allarmi sempre più urgenti, c’è ancora chi sceglie di ignorare la realtà, negando il problema o anteponendo interessi economici a scelte politiche responsabili.

Alessandro Grassani Haiti

Attraverso i suoi scatti, Grassani restituisce dignità e voce a chi subisce l’apatia e l’indifferenza dei potenti. Ogni fotografia è la prova di una crisi che non può più essere ignorata.

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