Alessandro Valeri, quando la fotografia sceglie l’imperfezione

Le immagini che vediamo ogni giorno sembrano inseguire una perfezione sempre più artificiale, Alessandro Valeri sceglie la strada opposta. Le sue fotografie non cercano la nitidezza assoluta, non rincorrono la definizione tecnica né la fedeltà al reale. Preferiscono sostare nell’incertezza, nell’errore, nella sfocatura, trasformando proprio ciò che normalmente verrebbe scartato in uno spazio di rivelazione.

È da questa tensione che nasce “Amour Fragile”, il progetto che ha debuttato in anteprima italiana negli spazi di MY VIEW, la home gallery milanese di Federica Ghizzoni. Curata da Beatrice Fellegara, la mostra presenta quattro opere inedite realizzate in Polaroid di grande formato, aprendo un percorso destinato a svilupparsi ben oltre i confini italiani.

Più che una semplice esposizione, Amour Fragile rappresenta infatti il primo capitolo visibile di In-thymos, un progetto di ricerca internazionale avviato da Fellegara nel 2024 e sviluppato con il coordinamento scientifico di ICONE – Centro Europeo di ricerca in Storia e Teoria dell’Immagine dell’Università Vita-Salute San Raffaele, in dialogo con istituzioni come la Rothko Chapel di Houston, Palazzo Strozzi, il Museo del Design di Barcellona, la Biennale di Venezia e la Fabbrica del Vapore. Un percorso che mette in discussione il rapporto tra arte e pubblico, proponendo un modello museale fondato non sulla misurazione quantitativa dell’esperienza ma sulla capacità delle opere di generare relazioni profonde.

È proprio questa idea di intimità a costituire il nucleo della ricerca di Valeri. Nelle sue immagini il soggetto non si offre mai come elemento descrittivo: il dettaglio di un fiore, osservato a distanza ravvicinata, perde progressivamente la propria riconoscibilità fino a trasformarsi in una superficie vibrante di luce, colore e materia. La fotografia smette così di documentare il mondo per diventare un luogo da attraversare.

L’artista, che nel corso della sua carriera ha sperimentato fotografia, pittura, scultura, installazione e video, sembra oggi aver individuato un linguaggio capace di sintetizzare tutte queste esperienze. La Polaroid, con la sua natura irripetibile e vulnerabile, diventa il mezzo ideale per affermare una poetica dell’imperfezione: ogni immagine conserva le tracce del proprio farsi, accetta l’errore come parte integrante del processo creativo e restituisce allo sguardo quella componente emotiva che la fotografia digitale tende spesso ad anestetizzare.

Le opere raccolte in Amour Fragile chiedono infatti un tempo diverso. Non si lasciano consumare con uno sguardo rapido, ma invitano a una contemplazione lenta, quasi fisica, nella quale il vedere coincide con il sentire. È un ribaltamento radicale del paradigma visivo contemporaneo: l’immagine non vuole convincere, ma coinvolgere.

Come osserva la curatrice Beatrice Fellegara, “il medium della Polaroid viene adoperato in Amour Fragile come condizione fragile di approssimazione. È un’immagine che si fa corpo e un corpo che si fa abisso”. Una riflessione che restituisce bene la natura del progetto, sospeso tra ricerca teorica e esperienza sensibile.

Nel lavoro di Valeri l’imperfezione non è mai un limite, ma una forma di autenticità. Le sfocature, le distorsioni, gli slittamenti cromatici raccontano la distanza inevitabile che separa ogni individuo dal mondo e, allo stesso tempo, la possibilità di colmarla attraverso l’empatia. È in questa tensione che la fotografia ritrova una dimensione profondamente umana.

Con Amour Fragile, Milano ospita così non soltanto una mostra, ma l’avvio di una ricerca destinata a interrogare il ruolo dell’immagine contemporanea, restituendole quella fragilità che, paradossalmente, costituisce la sua forza più autentica.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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