Alessio Musella, una home gallery nel cuore di Dubai. Per promuovere l’arte italiana, e non solo

New York, è una fredda sera di febbraio del 1957. In un appartamento dell’Upper East Side i tappeti vengono arrotolati, i mobili spostati, le stanze temporaneamente svuotate. A farlo è un giovane di origine triestina, con alle spalle  un’esperienza già concreta di gallerista a Parigi, nella centralissima Place Vendôme. Il suo nome è Leo Castelli, la giovane moglie si chiama Ileana. Insieme, senza alcuna enfasi teorica, stanno aprendo uno spazio che nessuno, all’epoca, chiamerebbe ancora home gallery, ma che di fatto ne è già un’anticipazione: una casa che si apre all’arte in maniera intima e informale, dove si ricevono i collezionisti mangiando, chiacchierando, bevendo, alternando incontri più formali a serate pazze e fuori dalle righe. Del resto quello, per New York, è un momento particolarmente delicato e fertile. Dopo gli esordi di Jackson Pollock, mentre Robert Rauschenberg inizia a far collidere pittura, oggettualità e realtà, la scena emergente americana sta cercando spazi, modi e nuove sensibilità per interpretare i tempi in rapido cambiamento. Castelli intercetta quella necessità con un gesto semplice, pragmatico, privo di retorica: mostrare le opere, metterle in circolo, creare contatto. E, all’inizio, per fasi conoscere a New York, nuovo centro mondiale dell’arte dopo il lento declino di Parigi, sceglierà proprio i muri di casa per cominciare a esporre. Il resto (Warhol, Lichtenstein, il trionfo della Pop) verrà dopo.

Stacco. Siamo a Dubai, autunno 2025. In un grande appartamento di quasi 200 metri quadri, situato al 22esimo piano di un grattacielo nel centro della città, a meno di un chilometro di distanza dal Museum of the Future, il grande polo cittadino dedicato alle visioni tecnologiche e ai futuri possibili, un gallerista apre le porte della propria casa trasformandola in spazio espositivo: la Star Home Gallery. Il gallerista si chiama Alessio Musella, è italiano e alle spalle ha un percorso costruito tra architettura, mercato, comunicazione e divulgazione dell’arte, sviluppato in contesti internazionali.
Musella è una figura trasversale, difficilmente riducibile a una sola etichetta. Architetto di formazione, negli anni Novanta lavora come progettista e interior designer tra Medio Oriente, Stati Uniti ed Europa, facendo per quasi dieci anni la spola soprattutto con l’Arabia Saudita. È lui stesso a raccontarlo, in più d’una intervista: “In ogni mio progetto, già all’epoca, appena possibile inserivo un’opera d’arte”. Non un ornamento, ma un punto di equilibrio, qualcosa che cambia la percezione dello spazio. “All’epoca posizionavo un’opera in una stanza, oggi creo una stanza per posizionare un’opera”, dirà più tardi. Da qui l’allargamento del raggio d’azione: analisi territoriali, comunicazione, marketing strategico, il lavoro come mediatore tra mondi diversi (artisti, collezionisti, aziende) e una presenza costante tra Pietrasanta, Forte dei Marmi e circuiti internazionali, sempre con l’idea di costruire ponti più che appartenenze rigide. Musella è stato gallerista, mercante, editore, ma soprattutto un operatore che ha fatto della comunicazione una parte sostanziale del lavoro sull’arte. “Se non ti racconti, non esisti”, ripete spesso, senza indulgere però in facili slogan.

Durante il lockdown questa posizione prende forma in Art&Investments, piattaforma nata (parole sue) per reazione: “Ero stufo di vedere che proprio nel mondo dell’arte molti prendevano l’alibi della chiusura per lamentarsi, senza cercare vie alternative”. Il progetto evolve rapidamente da vetrina a spazio editoriale, con interviste e testi pensati per “dare voce a chi voce troppo spesso non ha”, usando un linguaggio volutamente accessibile. Poco dopo arriva Exit Urban Magazine, mensile cartaceo di quattro pagine, grafica Neo Pop, formato non convenzionale: un oggetto che tiene insieme carta e contemporaneità, e che Musella difende senza esitazioni. “Il successo spesso sta nella semplicità e nella facilità di comprensione”, dice, rivendicando la scelta di togliere l’arte dal piedistallo. La sua idea di arte resta coerente lungo tutto il percorso: “L’arte è lo specchio dei tempi”, ma anche “un investimento personale, per crescere, per non smettere mai di farsi domande”. E ancora: “Non esiste l’arte bella o brutta, ma quella che ti arriva”. Da qui un rifiuto tanto dell’élitarismo quanto della riduzione puramente finanziaria: il mercato conta, ma non può essere l’unico metro.

La home gallery di Dubai nasce esattamente dentro questa visione. Non come gesto nostalgico, né come operazione di immagine, ma come spazio abitato in cui new pop, pittura contemporanea, scultura, tecnologia e nuove soluzioni visive possano incontrare un pubblico in trasformazione, fatto anche di nuovi collezionisti, più giovani, meno legati a rituali consolidati. Uno spazio in cui, per usare ancora le sue parole, “parlare di arte deve essere solo una chiave d’accesso”. È da questo insieme di esperienze, convinzioni e attraversamenti che prende avvio questa intervista ad Alessio Musella, per capire com’è nata l’idea di aprire una home galelry a Dubai, quali sono i progetti e le prospettive future.

Alessio, ci racconti che cos’è per te Star Home Gallery e cosa ti ha spinto ad aprirla proprio a Dubai?

È un concept di galleria d’arte innovativa, uno spazio intimo e dinamico dove l’arte si fonde con l’ambiente domestico, creando un’esperienza di fruizione più personale e meno formale. Ho scelto Dubai per il suo dinamismo, la sua apertura all’innovazione e come ponte strategico tra culture diverse.

Tu vieni da un lungo percorso tra progetti espositivi, gallerie, collaborazioni a Milano e Pietrasanta, e da numerosi progetti editoriali nel mondo dell’arte: in che modo questa esperienza ha preparato o ispirato la nascita della Star Home Gallery?

​Il mio percorso professionale mi ha fornito una visione completa del mercato e delle sue dinamiche, portandomi a cercare un formato espositivo che superasse la rigidità tradizionale, mettendo al centro l’esperienza umana e la narrazione.

Perché hai scelto il formato della home gallery invece di una galleria tradizionale? Cosa permette che altrove non accade?

Ho scelto questo format perché abbatte la distanza tra opera e spettatore, tipica della galleria tradizionale. Permette una relazione più rilassata e un dialogo più profondo, mostrando come l’arte possa vivere concretamente nelle case dei collezionisti.

Che tipo di pubblico stai incontrando a Dubai e quali tendenze del collezionismo e della fruizione artistica stai osservando?

​Sto incontrando un pubblico cosmopolita, curioso e in rapida evoluzione. Noto un crescente, anche se lento, interesse per l’arte contemporanea, con una forte propensione all’investimento e una ricerca di pezzi che combinino estetica e valore concettuale.

Dal tuo punto di vista, come si sta evolvendo il mercato dell’arte a Dubai e quali dinamiche ti sembrano oggi più interessanti o significative?

​Il mercato è in forte espansione, con una dinamica molto veloce e un ruolo sempre più centrale come hub globale. L’interazione tra lusso, innovazione tecnologica e arte contemporanea è la dinamica più significativa.

Qual è, secondo te, il ruolo delle tecnologie nell’arte a Dubai – dal digitale ai nuovi media – e come questo scenario entra (o entrerà) in dialogo con le proposte della Star Home Gallery?

​Il digitale e i nuovi media sono cruciali, riflettendo la natura avanguardista di Dubai. Star Home Gallery intende dialogare con questo scenario ospitando progetti che esplorino i confini tra arte fisica e digitale, come NFT e realtà aumentata.

In un contesto dove l’innovazione è così presente, come immagini che una home gallery possa inserirsi, distinguersi o completare l’offerta culturale della città?

Una home gallery può distinguersi offrendo un’esperienza curata e intima, un “rifugio” di qualità e ricerca. Si inserisce completando l’offerta con proposte altamente selezionate e un approccio più “boutique”.

Ci racconti come è nata la mostra inaugurale di Lorenzo Marini, e quale percorso hai immaginato per presentarla al pubblico di Dubai?

​È nata dal desiderio di presentare un artista italiano che avesse un linguaggio universale e di forte impatto visivo. Ho immaginato un percorso che enfatizzasse l’energia del suo lavoro in un contesto domestico, creando un contrasto stimolante.

Quali opere hai scelto per questa prima esposizione e quale filo conduttore lega i lavori esposti?

​Ho scelto le sue opere più rappresentative della Type Art, il filo conduttore è la celebrazione del segno tipografico non come strumento di lettura, ma come forma d’arte pura, colore e composizione.

Come descriveresti a un visitatore che non lo conosce il lavoro di Lorenzo Marini e la sua ricerca sulla Type Art?

Marini scompone l’alfabeto e i caratteri tipografici, li libera dalla loro funzione semantica e li trasforma in immagini astratte e dinamiche. La Type Art è la sua ricerca per restituire alla lettera la sua dignità estetica e formale.

Alessio Musella con Lorenzo Marini

Quali aspetti del suo modo di lavorare sul segno tipografico ti interessano di più e credi possano dialogare con il contesto di Dubai?

​L’energia, il dinamismo e la pulizia formale del suo lavoro sul segno tipografico. Ritengo che la sua ricerca sul design e sulla composizione visiva sia in perfetta sintonia con l’architettura e lo spirito innovativo e internazionale di Dubai.

Che tipo di programmazione immagini per i prossimi mesi?

​Intendo alternare mostre personali di artisti contemporanei, con un focus sul dialogo tra Italia e Medio Oriente, e progetti speciali che includano design e intersezioni con il digitale.

Quali sono gli artisti – italiani o internazionali – che vorresti ospitare e che senti affini allo spirito dello spazio?

​Vorrei ospitare artisti, italiani e internazionali, che esplorino la relazione tra segno, materia e spazio, con una predilezione per linguaggi contemporanei che abbiano una forte componente concettuale e una raffinata esecuzione, il collezionista sembra  stia tornando alle origini, predilige la capacità tecnica dell’artista come propulsore per una creatività ad ampio spettro.

Che linguaggi ti interessa esplorare nella galleria: pittura, fotografia, installazione, digitale, performance… o preferisci restare aperto a tutto? E che tipo di stile o di tendenza senti più vicina allo spirito della galleria?

​Voglio rimanere aperto a tutte le forme espressive – pittura, fotografia, installazione, digitale – purché siano guidate da una ricerca autentica. Lo stile che sento più vicino è quello che unisce rigore formale, innovazione e una narrazione potente.

Cosa vorresti che accadesse concretamente dentro questa home gallery? Incontri, dialoghi, collezionisti che tornano, scambi culturali… cosa ti auguri che questo luogo generi?

​Mi auguro che Star Home Gallery diventi un punto di riferimento per l’incontro, lo scambio culturale e il dialogo costruttivo. Vorrei che generasse nuove connessioni, collezionisti affezionati che tornano e, soprattutto, una fruizione dell’arte sentita e partecipativa. In sintesi, la Home Gallery è concepita per generare una comunità coesa che si riconosce nel valore dell’arte come esperienza umana, motore culturale e investimento consapevole. Infine, una notizia in anteprima: nell’estate 2026 anche Pietrasanta ospiterà una sede di Star Home Gallery, con lo stesso concept e lo stesso modus operandi.

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