La prima volta che ho visto un’opera di Giuseppe Ragazzini era il 2021, un periodo particolarmente significativo per la scena digitale italiana, quando molti progetti artistici legati alle nuove tecnologie stavano trovando una nuova visibilità critica.
Ci siamo incontrati per la prima volta durante un talk in libreria: da lì è nato un dialogo che nel tempo si è consolidato, fino a diventare oggi anche un’amicizia. Ragazzini è un artista che stimo ed è una persona generosa nelle sue condivisioni: il suo background filosofico (ha una laurea in Filosofia ndr) rende ogni confronto un’occasione di riflessione su temi centrali del nostro presente — dall’arte all’intelligenza artificiale, dal ruolo delle macchine alla creatività, fino alla relazione, sempre complessa e fertile, tra fisico e digitale. Da allora seguo con particolare attenzione il suo lavoro, anche per la capacità di tenere insieme pratica artistica e pensiero critico, materia e algoritmo, controllo e apertura all’imprevisto.
La sua ricerca attraversa medium differenti: dalla pittura alle installazioni cinetiche , dalle applicazioni interattive fino alle più recenti sperimentazioni con l’intelligenza artificiale. Un percorso coerente, segnato da un fil rouge ben delineato: il tema dell’identità come processo e della metamorfosi come condizione permanente, dove il divenire diventa la chiave di lettura dell’essere umano.
Ho avuto il piacere di esporre una sua opera, The Face Wheels, nella mostra L’opera d’arte nell’epoca dell’intelligenza artificiale, che ho co-curato con Chiara Canali e Davide Sarchioni. Riprendendo tutti i nostri discorsi tra talk e studio visit, voglio presentarlo al pubblico con una frase di Gilles Deleuze: “Non si tratta di essere questo o quello, ma di diventare.” E con questo spirito di continua trasformazione, vi lascio all’intervista con Giuseppe Ragazzini.

Quando nasce l’artista Giuseppe Ragazzini e quando hai sentito che l’arte sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
Non c’è stato un momento preciso, una specie di illuminazione. Piuttosto una continuità. Disegno da sempre e sono cresciuto in un ambiente in cui l’immagine era una cosa viva, quotidiana, sperimentale. A un certo punto ho capito che quello era il mio modo naturale di stare al mondo e di pensare.
Per molto tempo, però, ho fatto fatica anche solo a dirlo agli altri. Dire “sono un artista” mi ha sempre messo in imbarazzo, forse perché è una definizione abusata, troppo carica. Per anni dicevo che facevo il pittore o l’animatore, spesso con esiti comici e qualche malinteso.
Oggi, se devo usare una definizione, dico “artista visivo”, anche se mi rendo conto che è una formula quasi tautologica. Per me non esiste un’arte che non sia visiva. È semplicemente il modo più pratico che ho trovato per farmi capire, anche se continuo a sentirmi più a mio agio nel lavoro che nelle definizioni.
La tua produzione parte da opere fisiche e arriva progressivamente al digitale e all’intelligenza artificiale, mantenendo però una forte relazione con la materia e con lo spazio. Quanto è centrale per te questa connessione con la dimensione materiale?
È fondamentale. Anche quando lavoro in digitale, penso quasi sempre in termini fisici.
Opere come The Face Wheels nascono proprio da questa esigenza: riportare il digitale dentro una dimensione concreta, meccanica, quasi artigianale. Non mi interessa un’immagine “senza corpo”. La materia per me, anche quando è simulata, è ciò che rende un’opera credibile.
Credo che oggi il rischio maggiore sia il fatto che le immagini scivolino via senza lasciare traccia. Io cerco immagini che abbiano una loro necessità, che chiedano allo spettatore, ma soprattutto a me stesso, di fermarmi ad osservarle.
Nelle tue opere il leitmotiv è il cambiamento: metamorfosi, trasformazioni, identità in divenire. Ci racconti la genesi di questa ricerca?
GR: Probabilmente nasce dai miei studi di filosofia, ma anche da un’osservazione molto semplice della realtà.
Non esiste nulla di stabile: né le immagini, né le persone, né le identità. Eppure siamo ossessionati dall’idea di fissare le cose, di definirle una volta per tutte.
Le mie metamorfosi cercano di rendere visibile questo stato fluido. L’identità, per me, non è qualcosa di dato, ma qualcosa che accade. Si costruisce nell’incontro, nell’errore, nella relazione con l’altro. Il collage, la trasformazione continua, sono il modo più ‘onesto’ e gratificante che ho trovato per raccontarlo.

Quali sono oggi le tue considerazioni sull’intelligenza artificiale nel mondo dell’arte?
Credo che siamo davanti a un passaggio enorme, che culturalmente non abbiamo ancora metabolizzato, e la tecnologia corre molto più veloce della nostra capacità di comprenderla. Ci troviamo di fronte a una trasformazione profonda, che mette profondamente in discussione alcuni tratti fondamentali della nostra natura di ‘sapiens’.
L’intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo, capace di produrre immagini di grande qualità estetica, a volte sorprendenti. Il problema come sempre non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo.
Se l’artista rinuncia al controllo, al rischio, alla responsabilità del processo, l’IA porta rapidamente a un’estetica omologata. Se invece viene dominata, piegata a un linguaggio personale, può diventare uno strumento straordinario. Il punto, come sempre, non è cosa fa la macchina, ma cosa facciamo noi con la macchina.
Riprendendo Hubert L. Dreyfus: che cosa i computer non possono (ancora) fare?
I computer non hanno esperienza del mondo. Oggi possono simulare l’errore, l’imperfezione, persino l’intuizione, ma non vivono nulla di tutto questo. Non desiderano, non provano frustrazione, non hanno paura di fallire.
La creatività umana nasce anche da questi limiti, da una tensione continua tra ciò che vorremmo fare e ciò che non riusciamo a fare.Finché le macchine non avranno un corpo, una finitezza, un’esperienza del mondo, continueranno a produrre risultati impressionanti ma privi di una reale necessità, nel senso di un bisogno interno, di un’autentica urgenza.
Che cos’è per te la bellezza nell’era dei big data?
La bellezza oggi è diventata accessibile, replicabile, abbondante. Forse troppo.
Per me la bellezza non è assolutamente legata alla perfezione, ma alla presenza di qualcosa di irriducibile, di non completamente spiegabile. Un’immagine bella è un’immagine che resiste, che non si esaurisce subito, e che ha una propria urgenza di essere. In un mondo ormai saturo di immagini super patinate, elaborate, “perfette”, la bellezza invece è spesso silenziosa, imperfetta, sorprendente. È qualcosa che bypassa la razionalità e arriva alla mente prima del pensiero.
Guardando al futuro: quali direzioni senti oggi più urgenti nella tua ricerca?
Sento sempre più urgente il bisogno di rallentare e di tornare a un rapporto più diretto con il fare. Sto lavorando su progetti che mettono insieme meccanica, pittura, generazione combinatoria e interazione, cercando di mantenere un equilibrio tra controllo e apertura all’imprevisto.
Mi interessa continuare a esplorare il tema della metamorfosi, ma anche riflettere sul rapporto tra uomo e tecnologia in modo meno ideologico e più concreto.



