Se per Ali Hassoun esiste un luogo dell’anima diverso dalla terra in cui è nato, quel luogo potrebbe essere la Toscana. Non perché possa sostituire il Libano, Sidone, il paese di Ghazieh, gli aranci, i limoni e gli ulivi del paesaggio della sua infanzia, ma perché proprio qui, poco più che diciottenne e appena arrivato in Italia, ebbe inizio la sua seconda biografia: prima a Firenze, dove studiò all’Accademia di Belle Arti e si laureò in Architettura, poi a Siena, città con la quale avrebbe mantenuto nel tempo un rapporto tanto profondo da essere chiamato, nel 2010, a dipingere il drappellone del Palio dedicato alla Madonna di Provenzano. “Sono ritornato in Toscana perché sono attratto da questa terra”, racconta oggi. “Qui mi sento nel luogo ideale per continuare il mio percorso artistico e spirituale”.
Milano, tuttavia, è stata per molti anni il centro della vita di Ali: qui ha vissuto con la prima moglie, Paola, e qui è nata Yasmin, oggi una ragazza di poco più di vent’anni che studia Giurisprudenza all’Università Cattolica e porta in sé (anche come interessi e approfondimenti culturali) la sua doppia radice mediterranea, calabrese da parte di madre e libanese da parte di padre. La lunga stagione milanese non ha impedito ad Ali di continuare a muoversi, alternando alla città frequenti ritorni a Beirut, viaggi, mostre e soggiorni in luoghi molto diversi tra loro, in una geografia personale nella quale la partenza non ha mai comportato la cancellazione di ciò che era venuto prima. E sempre a Milano è cominciata anche la storia con Annika Geigel, pittrice autodidatta nata a Monaco di Baviera nel 1995, che aveva scoperto il lavoro di Ali attraverso Instagram e, riconoscendovi il medesimo interesse per l’Africa e per l’Oriente che accompagnava la sua pittura fin dall’infanzia, gli aveva scritto per conoscerlo. Annika prese un autobus notturno da Monaco e arrivò a Milano alle sei del mattino; da quell’incontro nacquero prima una collaborazione, poi una storia d’amore e infine un progetto comune di vita e di lavoro. Durante il Covid, i due lasciarono l’Europa per Dubai, dove realizzarono nel 2023 la mostra Bidaya; dopo l’esperienza emiratina e alcuni periodi trascorsi a Monaco, durante i quali cominciarono a lavorare insieme anche con la ceramica, Ali e Annika, ormai sposati e genitori del piccolo Jamil, hanno scelto di tornare proprio in Toscana, stabilendosi in una casa immersa nel verde a Marina di Pietrasanta.

Prima di trovarla, ne avevano visitate molte: ma tutte apparivano già compiute, definite da chi le aveva abitate prima di loro; questa, al contrario, era trascurata, aveva bisogno di essere ripensata, trasformata, colorata dentro e fuori. Forse è stata proprio quella sua provvisorietà a renderla immediatamente disponibile a una nuova storia: non soltanto una casa nella quale trasferirsi, ma un luogo da costruire insieme, capace di diventare nello stesso tempo abitazione, studio, laboratorio e spazio di meditazione. Ed è proprio qui che, in una luminosa giornata di fine estate, una di quelle in cui le nuvole cominciano ad addensarsi sul cielo della Versilia, nell’aria si avvertono già brevi assaggi di pioggia e tuttavia la luce, tersa e mutevole, sembra restituire a ogni cosa una limpidezza che in piena estate non possiede, sono andato a trovare Ali e Annika; un tempo, questo, che mi ha riportato agli ultimi giorni delle estati trascorse da bambino in Versilia, quando le vacanze sembravano non aver mai fine, il cielo cominciava a cambiare e proprio per questo ogni schiarita sembrava acquistare un’intensità maggiore; la stessa con cui, entrando nella loro casa ancora in divenire, mi sono trovato davanti a tele, mosaici, sculture in ceramica, prove per nuove fusioni in bronzo e opere appena cominciate, frammenti di una vita e di un lavoro che qui sembrano ormai procedere insieme.

Al centro dello studio, Ali e Annika hanno realizzato un mihrab in ceramica, la nicchia che nella tradizione islamica indica la direzione della preghiera, circondandolo con quadri, sculture, ceramiche e opere ancora in lavorazione. È un’immagine che racconta molto della trasformazione avvenuta nella vita di Ali. Per anni, infatti, l’artista aveva cercato nella solitudine dello studio una sorta di deserto interiore, una condizione di silenzio che gli consentisse di sottrarsi momentaneamente al mondo per ritrovarne la struttura spirituale più profonda; oggi, quella ricerca sembra avere assunto una forma diversa, perché la pace non coincide più soltanto con l’isolamento, ma può nascere anche nella comunione di un progetto, nello scambio con Annika, nella presenza del piccolo Jamil, nella foga creativa con cui entrambi scoprono tecniche e materiali mai affrontati prima, nella meraviglia quotidiana di una natura che entra dalle finestre e modifica la luce, il tempo e il modo stesso di lavorare.

Nata a Monaco di Baviera nel 1995, pittric figurativa autodidatta, in questi anni Annika ha sviluppato una ricerca autonoma, affidata soprattutto all’olio su tela, ai colori intensi e a immagini legate all’Africa, all’Oriente, all’incontro tra culture e alla dimensione spirituale dell’esistenza. Aveva scoperto il lavoro di Ali attraverso Instagram, riconoscendovi i temi che la accompagnavano fin dall’infanzia; gli aveva scritto, era salita su un autobus notturno diretto a Milano e, dopo essere arrivata alle sei del mattino, non se n’era praticamente più andata. Dalla collaborazione iniziale come assistente è nato un rapporto nel quale arte e vita sono diventate sempre più difficili da separare, pur continuando ciascuno a conservare una propria fisionomia pittorica. A rafforzare quel rapporto è stata l’esperienza vissuta durante il Covid a Dubai, dove i due hanno lasciato alle spalle case e studi europei per ricominciare con tele, pennelli e pochi progetti ancora da definire. L’incontro con il gallerista libanese Joe Moufarrej, aveva permesso loro di entrare nella vita artistica della città e di realizzare, nel 2023, a Palm Jumeirah, la mostra Bidaya, parola araba che significa “inizio”: trenta opere di grandi dimensioni dipinte in un anno e, come conclusione, un lavoro eseguito a quattro mani durante la mostra. Un’esperienza faticosa, competitiva, a tratti persino buffa, ma determinante nel fare comprendere ad Ali e Annika quanto le loro differenze potessero diventare il motore di una ricerca comune.

Oggi, quella ricerca prosegue qui in Toscana, in una terra che per Hassoun riunisce la freschezza di una nuova vita mentre la pittura si apre alla ceramica, alla fusione in bronzo e al mosaico; quest’ultimo, in particolare, sembra offrire una nuova consistenza a un immaginario fondato da sempre sulla compresenza di mondi differenti: le tessere veneziane funzionano come pixel di materia, da vicino frammenti indipendenti e da lontano immagini compiute, capaci di trasformare la superficie dipinta in qualcosa che, nelle parole dell’artista, non appartiene più soltanto alla pelle, ma entra “nella carne del quadro”. Del resto, tutta la pittura di Hassoun nasce dalla possibilità di far convivere ciò che inizialmente appare distante. Le donne africane o musulmane, i viandanti, le famiglie in fuga e i funamboli sospesi sopra le metropoli occidentali abitano i suoi quadri insieme alla citazione delle opere di Michelangelo, Picasso, Warhol, Capogrossi, Boetti, Tano Festa, Mario Schifano e Mimmo Rotella. È una forma di realismo gioioso, onirico, attraversato dal colore e dall’ironia, nel quale Oriente e Occidente non vengono convocati per rappresentare l’ennesimo “scontro di civiltà”, ma per mostrare quanto le identità siano già il risultato di prestiti, attraversamenti, ricordi e appartenenze molteplici.
Questa conversazione prende avvio dalla Toscana, dunque, dalla nuova casa e da quel laboratorio nel quale biografia, famiglia e creazione sembrano ormai appartenere allo stesso racconto. Al dialogo con Ali si aggiunge in alcuni passaggi la voce di Annika, non come presenza accessoria, ma come parte attiva di un percorso artistico e umano che continua a trasformare il lavoro di entrambi.

Ali, la Toscana non è la terra in cui sei nato, ma è il luogo nel quale sei arrivato poco più che diciottenne, hai studiato, hai cominciato a costruire la tua identità italiana e al quale oggi hai scelto di tornare. Può un luogo incontrato nel corso della vita diventare più profondamente nostro di molti luoghi d’origine? Possiamo definire la Toscana il tuo “luogo dell’anima”?
Sì, sono ritornato in Toscana proprio perché mi sento profondamente attratto da questa terra. È il luogo ideale nel quale continuare il mio percorso artistico e spirituale.
Da alcuni mesi vivi con Annika e con il vostro bambino in una casa immersa nel verde a Marina di Pietrasanta. Come avete incontrato questo luogo e che cosa vi ha fatto capire che avrebbe potuto diventare non soltanto la vostra casa, ma anche il centro della vostra vita creativa?
Prima di approdare qui abbiamo visto molte case, ma ci sembravano tutte già fatte, già compiute. Questo luogo, invece, a prima vista appariva trascurato, e forse proprio per questo si è rivelato quello giusto. Lo abbiamo colorato all’interno e all’esterno, trasformandolo nella nostra casa e nel nostro studio, nel luogo in cui vivere e lavorare insieme.

Tornare in Toscana significa anche ritrovare i luoghi della tua formazione: Firenze, l’Accademia, gli studi di Architettura, poi Siena e, molti anni più tardi, il drappellone del Palio. Che cosa ritrovi oggi del ragazzo arrivato dal Libano nei primi anni Ottanta? E che cosa, invece, riesci a vedere soltanto adesso, dopo una vita trascorsa tra paesi e culture differenti?
Ritrovo la freschezza e la vitalità della mia giovinezza, ma nello stesso tempo porto con me la consapevolezza e la serenità della maturità, insieme all’esperienza internazionale compiuta in città molto diverse tra loro come Milano, Dubai, Beirut e Monaco di Baviera.
Anni fa avevi definito lo studio milanese il tuo “deserto”, un luogo di isolamento nel quale raggiungere la pace interiore. Oggi quella pace sembra nascere anche da una condizione quasi opposta: la vita con Annika e con il bambino, la natura, i progetti comuni, la scoperta di nuovi materiali e la foga stessa del fare. È cambiato il tuo modo di intendere la concentrazione e la ricerca spirituale? Hai scoperto che la pace può trovarsi anche nella comunione creativa?
L’incontro con Annika ha cambiato profondamente il mio modo di operare, che non è più solitario e isolato. Abbiamo intrapreso insieme una sorta di percorso alchemico, un progetto artistico e di vita comune, oggi condiviso anche con nostro figlio Jamil. È un progetto profondamente impregnato di spiritualità. Nel nostro studio abbiamo realizzato e installato un mihrab in ceramica, una nicchia orientata verso la direzione della preghiera e della meditazione, circondata dalle nostre opere di pittura, scultura e ceramica, alcune compiute e altre ancora in corso di realizzazione.

Annika ha una formazione molto diversa dalla tua: è autodidatta, è cresciuta a Monaco di Baviera e ha sviluppato una pittura figurativa dai colori intensi, rivolta soprattutto all’Oriente, all’incontro tra culture e alla dimensione spirituale dell’esistenza. Tu hai invece alle spalle l’Accademia, l’architettura e un confronto lungo decenni con la storia dell’arte. Come vi siete incontrati e quanto vi arricchisce questa differenza?
È stato un tocco di magia per entrambi. Annika è autodidatta e, da questo punto di vista, mi ricorda la mia giovinezza in Libano, quando anch’io lo ero. La formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze e, successivamente, gli studi di Architettura mi hanno dato una struttura e una conoscenza della storia dell’arte e dell’architettura italiana ed europea. Tra noi esiste un interscambio continuo e qualche volta anche uno scontro, data la differenza di età, di esperienza e di approccio artistico. La cosa curiosa è che Giorgio de Chirico studiò proprio all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera: mi piace considerarlo un piccolo segno legato al nostro incontro artistico. Dopo le prime esperienze e mostre a Monaco, venendo in Italia Annika ha cominciato a dare un ordine diverso al proprio lavoro, avvicinandosi anche alla Metafisica nelle opere presentate alla mostra collettiva in Corea del Sud curata da Maurizio Vanni. In seguito ha guardato a David Hockney, uno dei grandi pittori figurativi contemporanei, realizzando una nuova serie che dovrebbe essere esposta prossimamente a Milano. Per quanto mi riguarda, l’incontro con lei ha rinfrescato la mia pittura, aprendomi ad altre visioni e ad altri materiali e facendo nascere soprattutto il desiderio di modellare con le mani, realizzare sculture in ceramica e arrivare alla fusione in bronzo.

(qua interviene Annika, ndr): Io ho sempre dipinto. Mia madre racconta che avevo cominciato già a due anni e, crescendo, mi sono scoperta sempre più attratta dall’Africa e soprattutto dall’Oriente. È stato proprio attraverso questi temi che ho trovato Ali su Instagram: anche lui dipingeva l’Africa e il mondo orientale, e nei suoi quadri riconoscevo molte delle cose che mi interessavano. In quel periodo sentivo di avere bisogno di una struttura. Dipingevo in maniera molto libera e istintiva, seguendo ciò che mi piaceva, ma volevo che l’arte diventasse il mio lavoro principale e desideravo crescere davvero come artista. Ho scritto ad Ali perché sapevo che era un professionista e ammiravo molto la sua pittura. Mi ha risposto quasi subito, invitandomi a Milano per lavorare con lui come assistente. Sono partita da Monaco con un autobus notturno e sono arrivata a Milano alle sei del mattino. Ho conosciuto Ali e, praticamente, non sono più andata via. Mi ha invitata subito ad accompagnarlo in Toscana, per visitare una galleria con la quale lavorava, e da quel momento è cominciata la nostra avventura. Ci siamo riconosciuti perché, in fondo, siamo fatti della stessa materia: siamo entrambi artisti, ci interessano temi simili e condividiamo lo stesso modo di vivere. Per noi l’arte non è soltanto un lavoro, ma coincide con la vita, ed è difficile trovare una persona con la quale condividere una condizione simile. All’inizio lavoravo come assistente di Ali, ma poco alla volta ho ricominciato a realizzare i miei quadri accanto ai suoi, costruendo una strada autonoma. Lui mi ha insegnato tecniche nuove e mi ha aiutata a comprendere come trasformare la pittura in un percorso professionale. Oggi continuiamo a scoprire materiali e possibilità differenti: siamo entrati in un flusso creativo che sembra portarci sempre più avanti.

Entrambi siete pittori figurativi, ma i vostri realismi hanno origini e sviluppi differenti. Come nasce concretamente un’opera condivisa? Esiste ancora un confine riconoscibile tra il lavoro di Ali e quello di Annika, oppure colori, figure e idee cominciano ormai a circolare liberamente dall’uno all’altra?
Quello che stiamo vivendo è molto intenso: sembra quasi che sia l’arte stessa a guidarci e che molte cose avvengano spontaneamente. Continuiamo a scambiarci idee e spunti per nuove opere, mantenendo ciascuno il proprio modo di lavorare e il proprio stile, anche se qualche volta i nostri lavori finiscono per assomigliarsi. A Dubai abbiamo realizzato insieme un’opera a quattro mani nella quale convivono visibilmente lo stile e la tecnica di entrambi.

In questa nuova fase stai lavorando sempre più con la scultura, la terracotta e il mosaico. Da dove è nata l’esigenza di uscire dalla tela e confrontarti direttamente con la materia? Ha influito anche la vicinanza con Pietrasanta, con i suoi laboratori, i suoi artigiani e la sua lunga tradizione plastica?
Avevo già avuto rapporti con Pietrasanta in occasione di mostre personali e collettive organizzate con la Galleria Marco Rossi Arte Contemporanea, e avevo cominciato ad avvicinarmi alla città realizzando alcune sculture in ceramica. L’idea più concreta di iniziare un nuovo lavoro scultoreo è nata però in Germania, a Monaco di Baviera, dove abbiamo realizzato diversi pezzi in ceramica, sperimentando la seconda e la terza cottura. Da lì è nata anche l’idea di trasferirci a Pietrasanta, un luogo ideale per lavorare vicino alle fonderie. Ho già avviato due piccole tirature in bronzo, Gli amanti e Narciso, pensando di arrivare progressivamente anche a dimensioni maggiori. Annika ha realizzato nuove opere in ceramica e continua a lavorare in questa direzione. Il suo primo incontro con la Versilia risale però a una gita scolastica a Carrara, durante la quale scolpì nel marmo una piccola testa di leone che conserva ancora gelosamente. A Pietrasanta si trovano inoltre alcuni tra i migliori artigiani del mosaico figurativo, abituati a realizzare soprattutto opere classiche destinate alle chiese, comprese quelle ortodosse. Il mio approccio è differente e più contemporaneo: per me il mosaico diventa un’opera autonoma, simile a un quadro, non necessariamente destinata al pavimento o a una parete.

Prima di tornare in Toscana, tu e Annika avete vissuto insieme un periodo importante a Dubai. Che cosa vi aveva portati negli Emirati e che cosa cercavate in quella città? Che cosa ha significato per te tornare a vivere in Medio Oriente dopo tanti anni trascorsi in Europa?
Eravamo nel pieno delle restrizioni dovute al Covid. Annika mi convinse a chiudere lo studio, preparare le valigie e partire per Dubai, perché l’Europa sembrava essersi addormentata. Ovunque ti infilavano un tampone nel naso, ma riuscimmo a partire e ci ritrovammo improvvisamente a Dubai, con venti gradi in più. È una città piena di contraddizioni, ma interessante e fuori dagli schemi abituali. Il sistema marcio dell’arte occidentale è riuscito a penetrarla, come ha fatto quasi ovunque, eppure resta ancora un certo spazio di manovra per gli artisti capaci di pensare out of the box. Per me è stato rivelatore vivere nuovamente in Medio Oriente ed entrare in contatto con il contesto culturale arabo, libanese e internazionale. La nostra fortuna è stata incontrare Joe Moufarrej, un talent scout libanese che ci ha introdotti nell’ambiente artistico e ha deciso di investire su di noi, mettendoci a disposizione un appartamento al cinquantatreesimo piano del Burj Khalifa e uno studio panoramico in un edificio nella zona di Jumeirah Lakes Towers, dove abbiamo lavorato alla nostra prima mostra bipersonale.

Annika Geigel: Durante il Covid dissi ad Ali: “Perché non andiamo altrove, magari proprio a Dubai?”. Sentivo il desiderio di provare a realizzarmi in un’altra parte del mondo e, in particolare, in Oriente. Ali inizialmente non era del tutto convinto. Pensava che fosse meglio conservare almeno l’appartamento e una base in Italia; poi, il giorno successivo, arrivò in studio con le valigie in mano e mi disse: “Sai che cosa c’è? Lascio anch’io l’appartamento. Yalla, andiamo a Dubai”. Abbiamo lasciato praticamente tutto e siamo partiti. Una volta arrivati abbiamo cominciato a dipingere con quello che avevamo portato, tele, pennelli e alcuni progetti, dicendoci semplicemente: vediamo che cosa succede.
Nel 2023 avete presentato insieme a Dubai la mostra Bidaya, una parola araba che significa “inizio”. È stato anche l’inizio di una vera collaborazione artistica tra voi? Che cosa avete scoperto l’uno del lavoro dell’altra durante quell’esperienza?
Annika dice sempre che Dubai ci ha messi davvero insieme. In un contesto così internazionale, e qualche volta anche superficiale, abbiamo compreso quanto fossimo simili e quanti progetti avremmo potuto realizzare insieme. Prima della mostra avevamo allestito lo studio al quarantesimo piano di un grattacielo. Portavamo le grandi tele in ascensore insieme agli impiegati di molte nazionalità, soprattutto pakistani e indiani: è stata un’esperienza di vita unica, a volte dura, a volte buffa e divertente. Bidaya, a Palm Jumeirah, ha rappresentato davvero l’inizio di una collaborazione importante, molto intensa e faticosa, qualche volta persino competitiva, ma ha funzionato: abbiamo realizzato trenta opere di grandi dimensioni in un anno e, durante la mostra, un lavoro conclusivo dipinto a quattro mani. L’esperienza di Dubai ci ha rafforzati e ci ha dato una nuova energia, facendoci credere maggiormente nelle nostre capacità e nei progetti futuri. Ci ha aperto un mondo dinamico e in continua evoluzione. Lo studio in Toscana è oggi il punto di partenza dal quale portare la nostra arte qui e altrove.
Annika Geigel: A Dubai abbiamo incontrato Joe Moufarrej, il gallerista che ci ha aperto molte porte e ci ha permesso di realizzare Bidaya in un luogo bellissimo a Palm Jumeirah, dove praticamente non erano mai state organizzate mostre di quel genere. È stato un successo e siamo stati molto felici: il modo in cui tutto si è realizzato ha avuto davvero qualcosa di magico.

Il mosaico è composto da frammenti differenti che, accostati, generano un’immagine nuova senza perdere completamente la propria individualità. È difficile non riconoscervi qualcosa della tua pittura e della tua biografia, costruite attraverso l’incontro di culture, luoghi e identità molteplici. Come stai affrontando questa tecnica e che cosa cambia rispetto alla pittura?
In questo periodo sto lavorando a un nuovo mosaico utilizzando non le pietre naturali impiegate dai Romani, che hanno una gamma cromatica limitata, sono piuttosto spesse e richiedono attrezzature particolari per essere tagliate, ma tessere veneziane, che offrono una varietà di colori quasi infinita e possono essere adattate alle gamme cromatiche dei miei lavori. Per ora sto riprendendo temi appartenenti a serie già realizzate. Ho cominciato con quattro o cinque piccoli pezzi legati alle opere più recenti, influenzate dalla matrice pop; adesso sto recuperando i lavori con gli sfondi grigi e i personaggi arabi in movimento, quelli che furono presentati da Maurizio Sciaccaluga, costruiti attraverso un uso della luce al quale sono ancora molto legato. La cosa che mi colpisce maggiormente è che da vicino percepisci le singole tessere, mentre da lontano compare l’immagine completa, quasi fossero pixel. È come entrare nell’anima e nel corpo del quadro: la superficie piana diventa materia, non è più soltanto una pelle, ma qualcosa che penetra nella carne dell’immagine. Per chi pratica la meditazione, può assomigliare a un ingresso nel vivo della materia e dell’universo, come se si potesse incidere in profondità anziché rimanere sulla superficie. Nel mosaico avviene inoltre qualcosa di simile a quando, dipingendo, riesci a dare la pennellata giusta con un solo gesto. Può accadere che tu abbia bisogno di una tessera particolare, magari tagliata in maniera irregolare o triangolare, e che improvvisamente trovi proprio quella del colore desiderato: la collochi e sembra che fosse stata preparata fin dall’inizio per occupare esattamente quel punto. È il momento in cui cominci a comprendere davvero i passaggi e a fluire nella materia stessa del mosaico.

Oggi hai una figlia, Yasmin, ormai adulta, e un bambino appena nato; vivi nella natura, lavori accanto ad Annika e sperimenti tecniche che fino a poco tempo fa non appartenevano alla tua pratica. Quanto questa nuova quotidianità sta entrando nelle opere? La famiglia, la casa e il paesaggio toscano possono affiancarsi alle donne africane, ai viandanti, alle migrazioni e alle citazioni della storia dell’arte che hanno popolato finora il tuo immaginario?
Questa idea della famiglia immersa nella natura toscana rappresenta una novità molto importante per me. Lasciare Milano è stato faticoso, perché è una città che ti prende e, quando ci vivi, sembra quasi che non sia possibile andare altrove. Sinceramente mi manca ancora, ed è normale: ci torno spesso con Annika e Jamil, anche quando siamo di passaggio per andare a Monaco di Baviera. Vivere qui, però, ha qualcosa in più. Ti svegli al mattino in mezzo a una natura meravigliosa e sei vicino al mare, che mi ricorda il luogo in cui sono nato, a Sidone, in Libano. Comincio ad abituarmi a questa nuova condizione e credo che faccia molto bene sia a me sia ad Annika. Abbiamo più tempo a disposizione e tutto ciò che riguarda il lavoro è più vicino e accessibile. Il processo creativo comincia ad acquistare una maggiore fluidità. Abbiamo impiegato più di sei mesi per adattarci, ma la scultura e gli altri materiali che stiamo affrontando completano e proseguono naturalmente le nostre attività. Anche per quanto riguarda il mio lavoro non avverto una frattura: non è necessario vivere in una grande città per incontrare fisicamente persone immigrate e provenienti da altre culture. A Viareggio, ad esempio, esiste anche una moschea e ci sono molte persone arrivate da altri paesi che vivono nel contesto italiano con una certa armonia, forse persino con meno problemi rispetto a quelli che si avvertono nelle grandi città. Il mio discorso continua, ma in una maniera più allusiva e, dal punto di vista spirituale, più approfondita e meditata. Mi sembra naturale che il lavoro attraversi un percorso di questo genere, mantenendo la propria continuità e nello stesso tempo trasformandosi.

Hai sempre sostenuto che la tua arte non vuole offrire risposte né limitarsi alla denuncia, ma mostrare attraverso il colore la possibilità della convivenza. Oggi questa casa sembra quasi dare una forma concreta a quella stessa intuizione: culture, generazioni, linguaggi, opere e materiali differenti che riescono ad abitare insieme. Chi è Ali Hassoun in questo momento della sua vita? E quale domanda sta cominciando a rivolgergli questo nuovo luogo dell’anima?
Questa casa è un punto d’arrivo, una sintesi di tutto ciò che ho portato avanti fino a oggi. Mi sento come un punto d’appoggio, un perno: come se il cielo, per appoggiarsi al mondo fisico, avesse bisogno di persone capaci di reggere determinate energie. Ognuno di noi può avere un compito specifico, secondo la propria storia e la propria esperienza. Penso di rappresentare un punto di appoggio rispetto ai temi dell’incontro e dello scontro tra civiltà, anche se personalmente non credo che debba necessariamente esistere uno scontro. Tutto ciò che sta accadendo nel mondo – le guerre, i grandi movimenti di persone, le trasformazioni che stiamo attraversando – mi fa pensare che l’umanità abbia raggiunto una sorta di punto di saturazione e si stia aprendo, forse, verso una destinazione comune. Siamo davanti a scelte epocali e dobbiamo cercare, in ogni campo, un nuovo equilibrio, la possibilità di vivere in un mondo fondato su valori migliori, nel quale tutti possiamo riconoscerci. Forse il mio compito è proprio quello di connettere culture differenti e, soprattutto, le nostre antiche religioni: il cristianesimo, l’Islam e anche quella parte dell’ebraismo che desidera contribuire alla costruzione di un mondo nuovo, più pacifico e più stabile.


