Alia Al Farsi: l’artista-imprenditrice che sta rivoluzionando la scena culturale dell’Oman

Ama Modigliani e Pollock. Ha imparato a conoscere l’arte occidentale grazie a suo padre, che fin da piccola la portava con sé nei viaggi di lavoro in Europa (e, per inciso, adora l’Italia). È la più nota e affermata artista del suo Paese e anche una capace imprenditrice: incontrare Alia Al Farsi è stato come spalancare una porta sulla vivace scena artistica di un luogo, l’Oman, di cui in Italia – ad eccezione delle notevoli bellezze naturali, dai deserti alla barriera corallina – sappiamo ancora troppo poco. E se è vero che in questi mesi il Sultanato dell’Oman si è segnalato, sullo scacchiere internazionale, come una sorta di “Svizzera” dell’area del Golfo, capace di ospitare e mediare i complessi rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e l’Iran, anche la scena culturale e artistica del Paese è in piena evoluzione

Non lo si coglie subito. Serve del tempo per capire come funzionano qui le cose. Appena atterrati a Muscat, la capitale appare quasi sfuggente al turista di passaggio, pronto magari per prendersi un traghetto per fare snorkeling nel paradiso delle Isole Daymaniyat. Muscat si sviluppa infatti lungo la costa tra incroci stradali, prati all’inglese e alcune gemme architettoniche quali la Grande Moschea del Sultano Qaboos con le sue decorazioni interne in marmo di Carrara, lampadario gigante in vetro di Murano e tappeto persiano fatto a mano di 4200 mq e, non troppo distante, e la candida Royal Opera House (a proposito: la dirige un italiano, Umberto Fanni). Certamente colpisce per l’architettura il Palazzo Al Alam, una delle sei dimore reali di Muscat, rimaneggiata nel 1972: il sultano non abita più tra queste mura, ma il colonnato d’oro e blu affacciato sul mare è ancora oggi tra le attrazioni più fotografate, sorvegliata a vista dall’Al Mirani da un lato e dall’Al Jalali dall’altro, gli imponenti forti costruiti dai portoghesi che approdarono da queste parti alle fine del XVI secolo. Per ripercorrere la storia passata del Paese dell’incenso la tappa obbligata è l’Oman National Museum, mentre il Museo Bait Al Zubair è un affascinante viaggio nell’artigianato locale, tra pugnali-gioiello, monili e abaya (la tunica tradizionale bianca, ancora indossata dagli uomini specie nelle occasioni di lavoro). 

E il contemporaneo dove sta? 

Dove meno te lo aspetti: negli spazi imponenti del museo nazionale ci sono ben 14 gallerie d’arte e poco distante dal suk il Bait Muzna Gallery è una sorta di hub creativo che sostiene i giovani talenti omaniti. Moltissimi giovani omaniti si danno all’arte ed espongono in gallerie private situate nei migliori hotel della capitale: non è bizzarro se pensiamo che in Oman gli alberghi non sono semplici accomodation, ma punti di ritrovo e di incontro (anche di lavoro). Il giro d’affari? Funziona. L’arte contemporanea locale, firmata da studenti formati all’Accademia di Belle Arti della città, ha prezzi ancora contenuti e attrae il collezionista medio omanita, sempre più propenso a considerare l’arte come un asset di investimento, oltre che come decoro up-to-date di casa. 

In questo scenario, il “caso” di Alia Al Farsi – donna, gallerista, artista quotata, con mostre anche all’estero e una riuscita partecipazione alla Biennale d’arte di Venezia del 2024 nel Padiglione dell’Oman – ha attirato la nostra attenzione: in una caldissima mattinata della scorsa primavera siamo andati a incontrarla di persona. E ne è valsa la pena. 

Ci ha accolto nella sua Alia Gallery di Muscat: una galleria d’arte con annessa libreria e caffetteria, uno spazio che – non appena siamo entrati – ci pareva molto simile a certe cozy gallery nate su spazi industriali in Europa (avremmo potuto essere a Berlino o a Londra). «Sono stata io a volerlo così», ci dice subito l’artista. L’Oman, il “Paese della gentilezza” e dei sorrisi, è capace di stupirti ogni volta: qui le donne (una è anche ministra di governo) sono tutt’altro che irrilevanti. Fin da giovane, una delle cose che Alia Al Farsi sapeva con certezza è che avrebbe aperto la sua galleria d’arte. Nel 2018 ha sentito che era il momento di iniziare quello che descrive come il suo «più grande progetto artistico». L’esperienza del padre (bravo business man) e un impiego, in parallelo a quello d’artista, al Ministero della Cultura e del Patrimonio dell’Oman, sono tornati utili. Alia Al Farsi fin da subito era determinata a fare “qualcosa di suo”, un rifugio artistico speciale in un Paese dove un museo d’arte contemporanea deve ancora essere costruito. Ha riqualificato così un magazzino ad Al Rusayl, una zona industriale di Mascate, e ha creato qualcosa che in Oman prima non c’era: una galleria privata gestita da una donna. «Era un progetto in qualche modo senza precedenti in Oman: ho affrontato molte sfide burocratiche, ma con determinazione e molta resilienza, sono riuscita a farlo», ci ha detto.  Ci sono voluti quasi tre anni per completare la ristrutturazione di questo, oggi godibilissimo, spazio espositivo di quasi 9mila mq: con oltre un centinaio di opere dell’artista che raffigurano la femminilità, la società e il Sufismo, la galleria è attualmente la più grande galleria d’arte privata del Paese ed è diventata un punto di riferimento per gli artlovers omaniti e per i collezionisti stranieri. 

Le opere dell’artista, caratterizzate da colori dai toni accessi e da un’abilità tecnica che dimostra i lunghi anni di studio e un talento evidente per la figurazione, hanno anche una seconda vita online, grazie a un account Instagram ben curato https://www.instagram.com/alia_farsi/ : «Le gallerie online sono più economiche da mantenere, ma credo che il nostro settore abbia bisogno di spazi fisici per raggiungere davvero i suoi obiettivi», dice. Parliamo poi dei progetti futuri e di come l’Oman stia sviluppando sempre una maggiore attenzione all’arte contemporanea e della necessità, per le gallerie già esistenti, di fare sistema, anche per distinguersi dai progetti – che Artuu Magazine sta via via documentando  – dei “vicini di casa” (Arabia Saudita, Qatar, Abu Dhabi, ecc.). Difficile continuare a fare l’artista vestendo anche i panni della gallerista? «Sicuramente è impegnativo: per la “Alia artista”, l’arte è sacra, ma per la “Alia business-woman” è un prodotto da vendere. Serve equilibrio. E per questo mi prendo sempre una sana pausa dalla galleria: ogni tre mesi faccio uno stacco e mi dedico solo alla pittura e a ciò che mi può ispirare». 

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