Alice Channer al Museo di Storia Naturale: la natura diventa metallo per sopravvivere

Il Museo di Storia Naturale “Giancarlo Ligabue” accoglie fino alla fine del mese di settembre all’interno del suo giardino l’installazione Megaflora (2021), ad opera dell’artista e scultrice britannica Alice Channer, ponendo al centro una importante riflessione su tematiche ambientali legate alla tutela della natura e della biodiversità all’interno di un ecosistema fragile come quello lagunare.

L’opera contemporanea, che si presenta ai visitatori subito varcata la soglia d’ingresso al Museo, a prima vista appare come un grande tronco argentato e spinoso, solcato da venature e bitorzoli tipici del legno, ingannando i sensi. Nonostante ciò, esso è perfettamente calato nel suo ambiente: circondato da erba, alberi e cespugli, di fronte alla ricostruzione di un grande granchio abituato ad accogliere i visitatori del Museo, che ora sembra alzare le chele in segno di difesa da questo intruso, a metà fra il naturale e l’artificiale.

Questo corpo estraneo, presentato per la prima volta in uno spazio aperto, non è altro che la trasmogrificazione (intesa qui come la trasformazione di un elemento di origine naturale in modo sorprendente e un po’ magico) di uno stelo di rovo, prelevato in natura dall’artista e trasformato in una scultura cava e autoportante in alluminio di oltre tre metri di altezza. Progettato a partire da una scansione tridimensionale, il tronco prende forma tramite un processo che prevede la creazione di un primo modello ligneo, inserito in una cassa di formatura riempita di sabbia compattata attorno al modello, mantenendo una cavità negativa che acquisirà così la forma desiderata. Attraverso i canali di colata l’alluminio fuso viene quindi versato nello stampo, riempiendo tutte le cavità. Dopo essersi solidificato il calco in sabbia viene rotto e rimosso, estraendo quindi la parte in alluminio successivamente rifinita.

Megaflora 2021 detail © Kunstgiesserei St Gallen

Attraverso questo processo che, come tutta la sua produzione, è da considerarsi a metà fra natura e artificio, Alice Channer si immerge in materiali organici e sintetici per trovare forme e soggetti da sviluppare poi attraverso la scultura. Laureata alla Goldsmith nel 2006 in Belle Arti, decide di specializzarsi in scultura, concludendo il suo percorso nel 2008 al Royal College of Art di Londra.

Da sempre sensibile alle tematiche ambientali, realizza opere che rappresentano la natura nei suoi vari stadi trasformativi, trasfigurando le forme e l’aspetto esteriore della flora e della fauna che ci circondano.

Con Megaflora – che segna per l’artista un ritorno in laguna dopo la partecipazione alla 55. Biennale di Venezia nel 2013 e alla mostra Senza Respiro. Arte contemporanea a Londra presso Ca’Pesaro – Galleria Internazionale di Arte Moderna nel 2019 – l’artista porta all’attenzione di tutti alcune tematiche sempre più attuali e urgenti, sotto forma di domande e riflessioni. Una fra queste richiama il titolo della 19. Mostra Internazionale di Architettura in corso quest’anno, che riflette su temi ecologici e di convivenza con l’artificialità in un contesto naturale-artificiale-collettivo. Allo stesso modo Channer, partendo da una forma di vita vegetale come quella del rovo, la trasforma e la modifica per mezzo di materiali artificiali che oggi compongono la nostra realtà capitalistica in modo molto più pregnante rispetto a quelli naturali, conducendoci verso un destino sintetico.

Altro riferimento molto importante nell’opera della scultrice risulta, come sottolineato dal professor Jacopo Galimberti (docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università IUAV di Venezia), il parallelismo fra il suo lavoro e le briccole, il complesso sistema di pali in legno su cui è costruita Venezia, in termini di “processo, materiali e tempo”.

Se le briccole hanno supportato, letteralmente, la città e i suoi abitanti per più di un millennio portandone i segni addosso – segni che oggi sono sintomo di una lenta erosione che potrebbe causarne danni irreparabili – l’opera di Channer si propone come una “radice” artificiale, che crea una sorta di continuità con questi elementi vivi attraverso materiali e tecnologie all’avanguardia, invitando i visitatori a trovare una possibile relazione fra artificialità e forme di vita. 

La scelta della pianta di rovo, cosparsa di spine per natura, non è stata assolutamente casuale. La spina secondo la poetica dell’artista, come suggerito anche dal curatore della mostra Harry Woodlock, ha una doppia valenza: se da un lato protegge la pianta dalle forze esterne che minacciano la sua esistenza, dall’altra è il simbolo della sua estrema fragilità di fronte ad un mondo costruito sempre più a misura d’uomo. In questo modo diventa più semplice comprendere la vulnerabilità della natura, che la sua stessa letalità cerca strenuamente di difendere, in un secolo in cui più che mai il cambiamento climatico annebbia ciò che le nostre capacità sensoriali ci fanno percepire. 

La forza evocativa e le ambiguità insite nell’opera di Alice Channer si propongono quindi come strumento di difesa, come modo per risvegliare le coscienze lanciando una critica ecologica al capitalismo, in un’epoca che si preannuncia di estremo adattamento per qualsiasi forma di vita animale, vegetale o umana che sia.

3 Commenti

  1. Complimenti alla relatrice. Mi piacciono molto gli articoli di Laura Ferrone che ormai seguo da un po’. Mi sembra di ritrovare quella stessa forza evocativa dei lavori che presenta.
    Davvero brava.

  2. Ottimo articolo in cui la passione di chi scrive arriva dritta dritta al cuore di chi legge!
    Complimenti Laura

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