La mitica Biblioteca di Alessandria è uno dei simboli più famosi del mondo antico, al pari delle Piramidi di Giza, dei Giardini pensili di Babilonia, e di altre meraviglie architettoniche descritte da poeti e filosofi di tempi ormai lontani. Tuttavia, nonostante la sua notorietà, sappiamo molto poco sulla Biblioteca, su come fosse stata costruita, su quanto fosse ampia, e persino su quando venne distrutta. In effetti, ci rimane un’unica descrizione delle strutture, tramandataci dallo storico e geografo greco Strabone, che visitò la città costiera egiziana tra il 30 e il 25 a.C.
Strabone descriveva il Museion come parte integrante dei palazzi reali, dotato di un passeggio pubblico, posti a sedere e di un’ampia sala dove gli uomini di cultura condividono pasti in comunità. La guida di questo luogo di cultura era inizialmente un sacerdote nominato dai re, in seguito dall’autorità di Cesare. Potrebbe sorprendere il lettore moderno che Strabone si riferisca alla Biblioteca come a un museo. Si tratta di una terminologia che non rispecchia l’idea di raccolta di reperti antichi, ma fa riferimento a un luogo di apprendimento e ingegnosità umana associato alle Muse, le nove sorelle divine che, nella mitologia greca, incarnavano le arti, la scienza e l’ispirazione divina.
Non sappiamo con precisione quando la Biblioteca di Alessandria fu eretta, ma si fa solitamente risalire la sua costruzione ai regni di Tolomeo I e Tolomeo II, faraoni successori di Alessandro Magno, il condottiero macedone che portò sotto il suo controllo gran parte dell’Asia Minore, Egitto compreso. Data la loro origine greco-macedone, si sospetta che molti dei libri presenti nella Biblioteca di Alessandria fossero scritti in greco.
Il numero di libri custoditi all’interno della Biblioteca è un altro mistero persistente. Un anonimo scrittore ebreo del I secolo a.C., che visitò l’Egitto nello stesso periodo di Strabone, affermò che il complesso conteneva “tutti i libri del mondo”, una dichiarazione che, pur essendo quasi sicuramente esagerata, sottolinea l’incomparabile grandezza della Biblioteca. Lo stesso autore afferma che il luogo contenesse da 200.000 a 500.000 libri, una testimonianza della ricchezza della letteratura antica che si è perduta nel tempo.
Sappiamo un po’ di più su come la Biblioteca di Alessandria acquisì i suoi libri. Galeno, un medico greco che servì tra gli altri l’imperatore romano Marco Aurelio, scrisse che Tolomeo (non sappiamo quale dei due) “era talmente desideroso di collezionare libri, che ordinava di portargli i libri di chiunque viaggiava verso di lui. I libri venivano quindi copiati in nuovi manoscritti. L’esemplare nuovo era donato ai proprietari dei libri originali, mentre quest’ultimi venivano collocati nella biblioteca con l’iscrizione ‘un [libro] dalle navi'”.
Si tramanda che la Biblioteca venne distrutta quando Giulio Cesare invase l’Egitto per dare la caccia al suo alleato diventato nemico, Pompeo Magno. Impegnato in una guerra civile tra la sua amante, Cleopatra, e suo fratello, Tolomeo XIII, il dittatore diede fuoco alle navi nella baia di Alessandria, provocando un incendio che, secondo il poeta romano Lucano, si diffuse nel resto della città.
Sebbene per lungo tempo questa versione dei fatti sia stata accettata come verità storica, gli storici moderni hanno trovato contraddizioni nelle fonti antiche che mettono in dubbio la colpevolezza del dittatore. Per esempio, uno dei luogotenenti di Cesare descrive i danni causati dall’incendio limitati alla flotta e al porto, senza menzionare la Biblioteca. E’ dunque verosimile che la perdita dell’incalcolabile patrimonio della Biblioteca di Alessandria sia da attribuire ad altri eventi storici, come le violenze dei cristiani contro i pagani nel 391 d.C. o l’invasione araba nel 642 d.C.
Elemento tragico e affascinante della storia antica, la Biblioteca di Alessandria rimane di per sé un enigma, espressione di una sete di conoscenza e sapere che attraversa i secoli. Il suo presunto distruttore, Giulio Cesare, forse si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, diventando il comodo capro espiatorio di una colpa storica molto più complessa e avvolta dalle pieghe dell’oblio. Quello che possiamo fare oggi è soltanto immaginare che tesori, che conoscenze, che capolavori umani siano andati perduti nelle fiamme di quel lontanissimo dramma. Un’eco di un passato che ci consegna un insegnamento vitale: la conservazione del sapere, della cultura, dell’ingegno umano è un bene prezioso, una responsabilità e un dovere verso le generazioni future.





