Alma Tancredi, a Pietrasanta la vita segreta delle cose. Tra intimità e memoria

Conosco Alma Tancredi da più di trent’anni. Sposata con Giuseppe Bergomi, uno dei più grandi scultori figurativi italiani di oggi, è stata ed è tuttora la sua musa principale, assieme alle due figlie, Valentina e Ilaria, e oggi anche alle nipotine, che hanno già cominciato a entrare in quel pantheon intimo e famigliare che costituisce l’universo poetico di Bergomi: un microcosmo domestico che, nelle sue mani, si dilata fino a diventare simbolo dell’umanità intera, perché in quei volti amati e in quei gesti quotidiani si riconosce qualcosa che appartiene a tutti.

Ma Alma non è soltanto musa, e non è soltanto compagna: è artista lei stessa, pittrice appartata e rigorosa, che ha scelto una via personale, lontana dai riflettori e nutrita da una sensibilità precisa, fatta di silenzio, di attenzione minuta, di fedeltà ai dettagli della vita quotidiana. Così, ciò che in Bergomi si manifesta attraverso i corpi e le figure della famiglia, in Alma si esprime attraverso le cose che li circondano: non le persone, ma gli oggetti; non le posture dei corpi, ma la fragile immobilità di un frutto, di una tovaglia, di una tazzina appoggiata sul tavolo. È proprio a questo suo mondo intimo e raccolto che Pietrasanta dedica la mostra Tasselli di autobiografia domestica, ospitata negli spazi di ARTE BVLG, in via del Marzocco 67, e visitabile fino al 21 settembre 2025: una mostra che riunisce una trentina di lavori dell’artista, nei quali la vita quotidiana si trasfigura in una dimensione di silenzio e di universalità.

Alma Tancredi, Noci, 2022, tempera all’uovo su tela, 25×25 cm

Il principio, in fondo, è lo stesso che muove entrambi: partire dal microcosmo della famiglia e trasformarlo in metafora del mondo. Per Bergomi è il gesto della figlia o lo sguardo della moglie a diventare icona di un’umanità intera; per Alma è la foglia che si piega, il fiore che appassisce, la luce che si posa su una tovaglia. “Nelle piccole cose quotidiane trovo già tutto”, racconta nell’intervista che segue: “la vita domestica contiene in sé una dimensione universale“.

Non ama mostrarsi, Alma, non ha mai sentito il bisogno di esibire la propria quotidianità sui social né di trasformare in spettacolo i gesti semplici del vivere. Non è, la sua, l’ossessione – oggi molto in voga – di fotografare ogni piatto, ogni oggetto, ogni dettaglio della propria vita per trasformarlo in un feticcio da condividere via social. Prima ancora che la frenesia delle immagini diventasse la regola del nostro tempo, Alma aveva però già intuito che l’unico punto da cui partire è il proprio mondo privato, fatto di silenzi e di oggetti minimi, quelli che ci accompagnano senza clamore e che, se isolati e guardati davvero, diventano più eloquenti di qualunque dichiarazione.

Così, nei suoi quadri, ogni oggetto appare come una presenza assoluta, sottratta al tempo e restituita a una condizione di verità semplice e disarmante. Non si tratta mai di semplici nature morte, ma di piccole epifanie domestiche, in cui un frutto, un fiore, una tovaglia, un lembo di finestra diventano presenze che resistono all’indifferenza del quotidiano. C’è sempre una tensione tra fragilità e splendore, tra la caducità delle cose e la loro capacità di offrirsi come simboli di permanenza: che si tratti delle ciliegie accanto a una scodella di vetro blu, dei cachi disposti sopra una stuoia dorata, delle noci raccolte su un tessuto chiaro, di un fiore già piegato su un panno verde, o del giallo intenso di un limone solitario, ogni immagine è un frammento di autobiografia che trascende la sua origine domestica e diventa icona di un tempo sospeso.

È proprio questo intreccio di luce, colore e silenzio a caratterizzare lo stile di Alma: i suoi oggetti non sono mai messi in scena per stupire, ma per esserci nella loro semplice essenza quotidiana, testimoni della nostra esistenza e in qualche modo della nostra fatale solitudine; non sono descrizioni mimetiche, ma epifanie discrete che aprono a un “altrove”. Anche quando tutto sembra ridotto all’essenzialità di poche forme, la pittura non rinuncia infatti a un palpito interiore, a un’intensità che vibra sotto la superficie e che si consegna allo spettatore come un dato di coscienza semplice, immediato. In questo, la pittura di Alma non racconta semplicemente il privato, ma lo eleva a soglia di meditazione sull’esistente, trasformando il dettaglio domestico in una metafora limpida e senza tempo del nostro abitare il mondo.

Ad Alma Tancredi abbiamo perciò chiesto di raccontarci come è nata la passione per la pittura, da quali immagini parte per i suoi quadri e che posto ha nella sua vita.

Alma, io mi ricordo dei tuoi lavori pittorici da almeno una ventina d’anni, forse anche di più. Li ho sempre seguiti con curiosità, ma alla fine non ci siamo mai fermati davvero a parlare di come tutto è cominciato. Come nasce, per te, l’amore per la pittura?

Ho iniziato presto, alla scuola d’arte, dove già dipingevo e disegnavo. Poi ho trovato lavoro in un laboratorio di oreficeria: modellavo cere per le fusioni, piccoli gioielli, oggetti da cesellare. Era un lavoro minuzioso, che mi ha insegnato la pazienza e la precisione, tanto che presto ho chiesto di poter lavorare direttamente sull’oro, una materia viva e difficile, che non ammette errori. Quell’esperienza è stata una vera scuola per me: una disciplina che poi è rimasta anche nella pittura.

E nel frattempo, alla scuola d’arte, avevi anche conosciuto Beppe…

Sì, ci siamo incontrati giovanissimi, eravamo ragazzi, e da allora non ci siamo più lasciati. La nostra vita privata e quella artistica si sono intrecciate fin dall’inizio: i primi anni insieme, le mostre, i viaggi, le visite nei musei. Abbiamo visto tanta pittura, tanta scultura, e tutto questo è rimasto dentro di me. Era come un continuo apprendistato condiviso, un modo di vivere l’arte insieme. Anch’io, infatti, all’epoca, dipingevo, e amavo moltissimo occuparmi delle minuzie dell’artigianato orafo, rappresentava una sorta di forte disciplina per me…

Poi però hai smesso, almeno per un periodo.

Sì, quando sono arrivate le bambine. Ho lasciato il lavoro in laboratorio per occuparmi di loro. Ma non ho mai smesso di guardare e di appassionarmi. La pittura è arrivata in maniera intermittente, ma l’arte è sempre rimasta intorno a me, anche attraverso Beppe: i suoi lavori, i viaggi insieme, le mostre, i musei. Ho sempre sentito di vivere immersa in un dialogo continuo con le immagini, anche nei momenti in cui non dipingevo.

E quando hai ripreso, hai scelto una tecnica tutt’altro che semplice: la tempera all’uovo. Cosa ti ha portato lì?

La tempera all’uovo ha la stessa pazienza dell’oreficeria: ti obbliga a fermarti, a rispettare i tempi. È lenta, richiede dedizione, concentrazione. Non ti consente scorciatoie, ma proprio per questo ti permette di ascoltare meglio quello che stai facendo. Credo che fosse naturale per me arrivarci: la manualità che avevo imparato nell’oro ha trovato nella tempera all’uovo la sua continuità.

I tuoi soggetti sono quasi sempre piccoli dettagli quotidiani. Come li scegli?

Spesso sono cose che ho davanti: un frutto, una foglia, un libro sul tavolo. Altre volte preparo io la composizione, ma sempre con oggetti vicini, familiari. Lavoro sempre dal vero, mai da fotografia: il soggetto deve restare con me per tutto il tempo. Anche se cambia — una foglia che appassisce, un fiore che si piega — non importa, fa parte del processo. È come nella vita: qualcosa resta, qualcos’altro si trasforma.

Alma Tancredi, Vassoio, 2025, terracotta dipinta, cm 7x35x35

C’è quasi un’idea di riduzione all’essenziale.

Sì. Scelgo quello che mi colpisce di più in quel momento. Non c’è mai un progetto rigido, ma un’attenzione al dettaglio che mi parla, che mi dice qualcosa.

Hai dei pittori di riferimento, autori che senti vicini?

Non direi di avere autori particolari che mi abbiano influenzato in modo diretto. Certo, la natura morta l’ho guardata molto… ma più che altro negli anni ho visto tantissimi musei, tantissima pittura, e tutto questo mi ha nutrito. Con Beppe viaggiamo spesso, andiamo a vedere mostre, e non manca mai la tappa nei musei: grandi o piccoli, non importa. Quelle esperienze continuano a sedimentarsi in me, a lasciare tracce sottili. Non saprei legare il mio lavoro a un solo nome, ma ogni visita, ogni quadro visto insieme contribuisce a formarmi.

Ti capita di vedere un quadro in una galleria o in un museo, e sentire il bisogno di tornare subito a dipingere?

Sì, capita spesso. A volte basta una luce, un colore, un’emozione improvvisa. Non ho mai dipinto per mestiere: per me è sempre stato un bisogno, una spinta interiore. Anche nei periodi in cui smettevo per anni, sapevo che sarebbe tornato il momento in cui qualcosa mi avrebbe richiamata davanti al cavalletto.

Alma Tancredi, Limone con tovaglia, 2025, tempera all’uovo su tela, cm 25×25

La tua pittura sembra ruotare sempre e solo attorno alla dimensione domestica.

È il mio mondo, quello in cui mi riconosco. Potrei vivere come un’eremita e non mi peserebbe. Nelle piccole cose quotidiane trovo già tutto: la vita domestica contiene in sé una dimensione universale.

E nello stesso tempo continui a essere anche la musa delle sculture di tuo marito, Giuseppe Bergomi

Non mi sento una protagonista, non è mai stato cercato. È semplicemente la nostra quotidianità che diventa scultura. Con Beppe succede così: mi guarda in un momento qualsiasi e mi dice “fermati lì”. Può essere mentre leggo, o mentre mi rannicchio su un cuscino. Da quel gesto quotidiano nasce un’immagine che lui porta nella scultura. Per lui il nostro microcosmo familiare è il punto di partenza, ma poi diventa qualcosa di più grande, un simbolo che riguarda tutti. Io, le nostre figlie, oggi le nipoti: siamo dentro questo processo da sempre. Fa parte della nostra routine, e io lo vivo con naturalezza.

Giuseppe Bergomi, Ritratto di Alma, 1998. terracotta policroma, cm 35×54,5×43,2

Che effetto ti ha fatto, col tempo, essere riconosciuta come “la musa di Bergomi”?

All’inizio mi sorprendeva. Ricordo la volta in cui, davanti al Trevi Museum, mi hanno fermata perché mi avevano riconosciuta da una scultura. È stato strano, perché io non mi sono mai sentita un personaggio. Poi è capitato spesso, soprattutto in concomitanza con le mostre di Beppe: ricordo ad esempio quando c’era la mostra al Chiostro del Bramante a Roma, capitava che mi fermassero o mi additassero mentre, che ne so, ero in autobus camminavo per strada, e così è capitato anche in altre città, soprattutto in occasione delle mostre pubbliche. All’inizio era spiazzante, ora ci sorrido: fa parte della nostra storia.

La tua produzione non è vastissima. Quanti quadri hai realizzato in tutto?

Non molti. Mi piace pensare che sia un lavoro concentrato, intenso. Questa è la mia cifra, il mio modo di approcciarmi alla pittura. E poi c’è il rapporto con il soggetto, che deve restare davanti a me per tutto il tempo necessario, anche se col tempo, col passare dei giorni, magari cambia in maniera impercettibile, o anche in maniera più evidente. Una foglia appassisce, un fiore si piega: non importa, fa parte del processo. Al massimo lo sostituisco, ma non cerco mai di fermare le cose come se scattassi una fotografia.

Poi, oltre alla pittura, hai sperimentato anche altre tecniche, come gli altorilievi, le sculture in terracotta…

Sì, ho lavorato anche con rilievi e piccole sculture. Anni fa ho partecipato, con Beppe e molti altri artisti, a un progetto legato alla Via Francigena: gli artisti erano invitati a intervenire sulle fontanelle che costellano il percorso, realizzando piccole sculture ispirate all’acqua da collocare accanto a queste fonti. In passato, vicino alle fontanelle c’erano spesso statue di sante o immagini sacre, e l’idea era di riprendere quella tradizione in chiave contemporanea. Io ho scelto di lavorare su un rilievo, pensando al gesto del pellegrino che si ferma, alla fatica del viaggio e al sollievo che trova nell’acqua. E così ho realizzato un rilievo con uno specchio d’acqua, con dentro dei pesci, delle carpe. Anche quando mi avvicino alla scultura, però, lo spunto viene sempre dal mio mondo intimo e quotidiano: non cerco mai grandi racconti o figure monumentali, ma piccole immagini che nascono dalla vita di tutti i giorni e che possono trasformarsi in segni più universali. È lo stesso principio che guida la pittura: partire dal particolare, da quello che ho accanto, e farne il punto da cui guardare più lontano. Mi interessava il legame tra la fatica del cammino e il sollievo dell’acqua. Ho trasformato quelle immagini in opere essenziali, legandole a simboli come le croci o le stampelle lasciate dai viandanti. Anche in quel caso sono partita dal reale, da ciò che vedevo con i miei occhi, cercando di restituirne l’essenza più che la descrizione.

Alma Tancredi, Stagno con carpe e bambu, 2016 bronzo patinato, cm 21x21x7

In alcuni lavori – penso allo stagno con le carpe realizzato proprio per la via Francigena – si sente un’eco orientale, quasi giapponese. Ti ci ritrovi?

Forse sì. Non ho mai studiato a fondo l’arte giapponese, ma mi ha sempre attratta, soprattutto nelle stampe: penso a Hokusai, a Utamaro… Nei miei lavori ritorna spesso un senso di minimalismo, di essenzialità: immagini brevi, veloci, che racchiudono più di quanto mostrano. Però, in realtà, il paradosso è che poi anche quelle carpe fanno parte anche del mio mondo quotidiano: non sono le carpe giapponesi, ma, più semplicemente, sono quelle del laghetto che abbiamo nel giardino della nostra casa a Ome, e mi piaceva riportarle sulla tela proprio come parte del mio microcosmo.

Mi viene spontaneo pensare agli haiku giapponesi: poche parole, poche immagini, eppure capaci di evocare un mondo intero. Alla fine, come gli haiku, anche i tuoi quadri sembrano piccole epifanie: non grandi racconti, ma dettagli che diventano universali…

Sì, credo sia così. Non ho mai pensato alla pittura come a un lavoro da fare tutti i giorni a orari fissi. Per me è sempre stata un’emozione, un bisogno. E quando arriva quel bisogno, basta un frutto, una foglia o una tazza sul tavolo per farmi ricominciare. Nelle piccole cose c’è già tutto.

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