La fierezza di Bagnoli sta nelle sue intricate maglie ortogonali. Uno scudo fatto di angoli non smussati, a difesa dell’identità. Ha le spalle forti, una storia fatta di proletariato e tutta la volontà del vivere quotidiano. Di Napoli resta un quartiere periferico ma centrale, isolato eppure comunitario. Con un mare che sembra essere il secondogenito sfavorito di Partenope.
Da qualche tempo, il quartiere Flegreo è al centro delle novità sportive più interessanti degli ultimi tempi: ospiterà infatti l’America’s Cup 2027, orientativamente schedulata per i mesi tra maggio e luglio. La scelta del team defender New Zealand, rappresentato dal Royal New Zealand Yacht Squadron, è stata definita strategica e l’accordo con l’Italia, annunciato ufficialmente il 15 maggio dello scorso anno ha portato con sé tutta una serie di inevitabili riflessioni.
Le acque in cui si disputeranno le gare di vela più prestigiose al mondo, sono state cercate, volute, scelte. Ma a Bagnoli appartengono poco: quel mare, a ridosso delle sue strade, è tanto vicino quanto inaccessibile. Un litorale, figlio dell’ex complesso siderurgico Italsider, che al blu guarda da sempre, ma con desiderio e un velo di malinconia. Dapprima sfruttato, poi requisito, infine negato: l’inquinamento dei fondali è ancora uno dei temi più delicati e sensibili da affrontare, nella misura in cui un’immersione prolungata in mare può provocare danni all’ambiente e alla salute.
In tutti questi anni (la chiusura definitiva dell’impianto è avvenuta nel 1990) la fascia di litorale che va da Nisida e arriva fino al confine con Pozzuoli, attraversando Coroglio , è stata – ed è ancora – interessata da un divieto di balneazione: un’area che è una specie di zona grigia dalla sorte comune, un po’ terra di tutti, un po’ terra di nessuno. Tra edifici abbandonati e officine da smantellare, la fruizione del mare in un lasso di tempo così ampio è lentamente scivolata in un‘apatica anarchia, mentre il clima percettivo ha sempre oscillato tra la disciplina e il fatalismo. Un’eventuale bonifica avrebbe rimesso in circolo i metalli pesanti oramai sedimentati. La lentezza di burocrazia, inchieste e finanziamenti ha fatto il resto.
Un paesaggio fantasma e immobile, che conta su pochi progetti di successo, tra cui Città della Scienza, che dal ’96 ha riconvertito una delle aree dell’ex Italsider in centro di ricerca, innovazione e divulgazione scientifica. Un incendio doloso, nel 2013, scosse le coscienze del quartiere, ponendo nuovi dubbi ed quesiti sul prossimo futuro di Bagnoli e su celati interessi di burattinai nascosti e criminalità organizzata.
La sedimentazione di materiali industriali di risulta, comunque, non è l’unica questione ancora aperta. Se il pontile – che prima occorreva per lo scarico delle merci – è ora una camminata nel blu, lo stesso non può dirsi sulla celebre colmata, il cui destino mancato è dipeso dalle stesse complessità dei fondali marini: colmata sì / colmata no è sempre stata la controversia su quel terrapieno risalente agli anni ’60-70′ e creato con rifiuti industriali, fanghi contaminati e materiali di scarto. Tre decenni di dibattito: procedere con un intervento di rimozione intrusivo e pericoloso o convivere con un rischio ambientale permanente e una mai completa bonifica dell’area?
La messa in sicurezza con conseguente riutilizzo controllato è la strada intrapresa negli ultimi anni: la colmata sarà infatti molto probabilmente uno degli spazi utili alla logistica dell’America’s Cup, che pare abbia scelto Bagnoli non unicamente per le condizioni ideali del mare o per la praticità della zona, ma anche e soprattutto per lasciare un’eredità simbolica, utilizzando lo sport come spinta propulsiva e acceleratore burocratico della riqualificazione di un contesto urbano prigioniero da tempo immemore di un eterno work in progress.
La percezione generale nei confronti di questa opportunità sembra essere complessivamente positiva: l’immediata disponibilità di fondi ha sbloccato lavori mai portati a termine e il rilancio di Bagnoli appare imminente. Le polemiche restano tuttavia accese e non si placano gli interrogativi sulla qualità degli interventi in programma: il timore è che azioni superficiali si tramutino in opere permanenti, e che l’evento sia fumo negli occhi rispetto alle reali esigenze socio-culturali di un quartiere segnato dalla propria storia. L’altra faccia della medaglia di un enorme successo – o di una fallace illusione – è l’insidia di una possibile speculazione, un’esaltazione momentanea, una commercializzazione opportunistica su di una grande scommessa. L’adrenalina di un evento di tale portata distoglie lo sguardo dalle effettive risposte che Bagnoli merita?
Se l’America’s Cup sarà effettivamente il punto di partenza di un nuovo capitolo, lo si vedrà nelle soluzioni prospettate e se saranno o meno all’altezza del futuro che il quartiere finalmente merita.



