C’è una contraddizione al centro del lavoro di Andrea Musto: quella tra la promessa di sicurezza che le società contemporanee continuano a ripetere e la fragilità sempre più evidente di quella stessa promessa. È da questa tensione che nasce Safe. Nessuno si salva da solo, mostra personale dell’artista a cura di Paola Martino, in programma negli spazi di MU.RO, in Viale Campania 33 a Milano, dal 22 settembre al 4 ottobre 2026. Il vernissage è fissato per il 21 settembre 2026, dalle ore 18.00 alle 21.00; lo spazio è aperto al pubblico dal martedì al sabato, ore 9:30–18:30.
Il progetto mette in relazione due condizioni apparentemente opposte ma che Musto considera parte della stessa frattura: da un lato le esistenze segnate dalla guerra, dalla violenza e dalle migrazioni forzate; dall’altro quelle di individui formalmente al riparo, ma incapaci di costruire legami autentici, sempre più isolati nonostante — o forse a causa di — una connessione digitale pervasiva. Non si tratta di un parallelismo consolatorio né di una equivalenza morale forzata: il percorso espositivo lavora piuttosto sulla coesistenza di queste vulnerabilità, sulla loro appartenenza a un unico sistema di relazioni rotte.
Le opere in mostra — sculture, installazioni e lavori materici — non cercano di illustrare il dolore né di renderlo esteticamente fruibile. Musto restituisce la presenza della ferita attraverso una materia aspra, stratificata, che porta su di sé le tracce del processo. Corpi, mani, figure di bambini e madri, frammenti di memoria si traducono in testimonianze di una vulnerabilità che il visitatore è chiamato a riconoscere come condivisa. Alcune opere sono collocate a terra, obbligando chi guarda a modificare la postura, a chinarsi: un gesto fisico che diventa automaticamente un atto di attenzione e partecipazione. Nello stesso spazio compaiono taccuini sospesi, annotazioni e frammenti scritti che non commentano le opere ma ne dilatano la dimensione umana, restituendo alla scrittura un ruolo di resistenza contro la rimozione.
Il riferimento che la curatrice evoca nella sua lettura critica è quello di una tradizione artistica che da Francisco Goya ad Anselm Kiefer ha cercato di dare forma all’irrappresentabile senza illustrarlo, rendendo percepibile il residuo della violenza più che la violenza stessa. In questa linea si colloca anche il lavoro di Musto, che intreccia memorie storiche precise — dall’assedio di Leningrado ai conflitti in corso — con le inquietudini del presente, annullando le distanze temporali e geografiche senza però appiattire le differenze. «I bambini che crescono tra le macerie e quelli che trasformano il gioco in simulazione del trauma appartengono allo stesso tempo. Nel mondo in cui alcuni lottano per sopravvivere, altri scompaiono senza muoversi. Due condizioni diverse, ma inseparabili», osserva Martino.
Safe. Nessuno si salva da solo non offre risposte né soluzioni. La mostra funziona come uno spazio di testimonianza e di coscienza critica, per usare categorie che appartengono a un’idea di arte ancora capace di stare dentro il presente senza edulcorarlo. In un momento in cui i dispositivi di controllo, i confini e le retoriche della protezione si moltiplicano, il progetto di Musto e Martino pone una domanda semplice e necessaria: cosa significa davvero essere al sicuro, e a quale prezzo?
Per interviste e informazioni: [email protected] — tel. +39 333 2939557. La cartella stampa è disponibile a questo link.



