In “SAFE. Nessuno si salva da solo”, corpi, macerie e solitudini digitali compongono una mappa del presente.
La sicurezza attraversa il presente come una parola d’ordine, pronunciata davanti agli schermi, ai confini e dentro relazioni sempre più sorvegliate dall’ansia; Andrea Musto raccoglie questa ossessione collettiva e la porta al centro di Spazio MU.RO con SAFE. Nessuno si salva da solo, personale curata da Paola Martino e visitabile fino al 4 ottobre 2026.
Il percorso riunisce guerre, migrazioni forzate, isolamento e iperconnessione dentro uno stesso campo visivo, mentre ciascuna esperienza conserva il proprio peso storico e umano; a collegarle affiora la coscienza di una dipendenza reciproca che il vocabolario dell’autosufficienza prova ogni giorno a nascondere. La promessa di una salvezza privata perde così consistenza davanti ai corpi esposti, alle madri, ai bambini e alle mani che attraversano la mostra come presenze vive, capaci di trasformare una questione politica in un incontro ravvicinato.

Acrilico, legno, stucco, stoffa e resine danno forma a superfici ruvide e stratificate, percorse da abrasioni, innesti e tracce che trattengono l’energia di un urto, quasi che la materia avesse assorbito la pressione del mondo per restituirla allo sguardo. Musto lavora nel punto in cui una figura emerge dal frammento, un gesto resta sospeso e la memoria acquista consistenza fisica; corpi, mani e volti diventano allora dispositivi sensibili, portando nella stanza ciò che la cronaca consegna abitualmente alla distanza.
Con Smombie, opera del 2025, l’artista concentra lo sguardo sulla postura dell’essere connessi, affidando alla fusione linguistica di smartphone e zombie il ritratto di una condizione ormai familiare: il volto assorbito dallo schermo e il mondo circostante sospinto ai margini. La tecnologia ridisegna lo spazio emotivo prima ancora di quello fisico, mentre il gesto quotidiano di abbassare gli occhi acquista uno spessore politico, perché il luogo in cui posiamo l’attenzione rivela anche le vite alle quali scegliamo di accordare presenza.

La curatela organizza questa riflessione come una coreografia precisa, nella quale le opere collocate a pavimento abbassano la linea degli occhi e modificano il passo del visitatore, chiamato a rallentare, deviare e piegare il corpo fino a coinvolgere ginocchia, schiena ed equilibrio nell’atto stesso del guardare. I taccuini sospesi introducono un registro più intimo, fatto di annotazioni e frammenti che trattengono il lavoro nel momento vivo della sua formazione, mentre l’allestimento restituisce prossimità fisica a temi che il consumo quotidiano delle immagini tende a rendere remoti.

Nessuno si salva da solo agisce come asse etico dell’intero progetto e trasforma la sicurezza in un’architettura comune, costruita attraverso la cura, l’attenzione e la responsabilità; ogni riparo dipende infatti dalla qualità dei legami che lo sostengono, così come ogni confine rivela la scelta politica che lo ha tracciato. Musto affida alla fragilità un valore operativo e la assume come punto dal quale ricostruire prossimità e coscienza collettiva, spostando la parola “safe” dal perimetro del rifugio individuale allo spazio aperto di una domanda rivolta alla comunità.
Durante l’apertura del 21 settembre, la musica dal vivo del quartetto d’archi Le String Quartet ha accompagnato le opere e ha aggiunto all’esperienza una trama sonora condivisa, mentre la collaborazione con ArtUp estende il percorso attraverso un QR code dedicato a contenuti digitali e approfondimenti. Suono, materia e racconto compongono così un ambiente poroso, capace di proseguire oltre il tempo della visita e di riportare ogni spettatore alla questione che attraversa l’intera mostra: quanto vale la nostra sicurezza, quando il corpo accanto rimane esposto?



