Martedì scorso, quanto meno brutale che imprevisto, si è consumato un attacco nei confronti di sei cartelloni firmati Anne Imhof, posti a vista in Austria: opere d’arte vilmente strappate con un atto che l’artista stessa non ha esitato a definire come “un’aggressione violenta”. Questa intolleranza sembra colpire più di un semplice manifesto artistico, andando a ferire un simbolo di apertura e accoglienza verso la comunità LGBTQIA2S+.
L’artista tedesca, depositaria del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2017 per il toccante padiglione tedesco, stava esponendo i cartelloni a Bregenz in concomitanza con una mostra d’arte all’interno della città, tenutasi presso il Kunsthaus Bregenz. Sul manifesto una semplice, ma potente dichiarazione: “WISH YOU WERE GAY”, che tradotto significa “Vorrei che fossi gay”, testo che risuona anche come titolo dello show di Imhof.
Nel corso di un post pubblicato su Instagram, l’artista ha descritto i cartelloni come “una testimonianza della bellezza e della forza che la famiglia scelta offre a coloro che vivono l’esperienza LGBTQIA2S+”. Allo stesso tempo, “Wish You Were Gay” rappresenta una denuncia del profondo conflitto e ostilità che le persone LGBTQIA2S+ affrontano quotidianamente, ovunque nel mondo.
Dilineando gli eventi recenti come un “crimine d’odio”, Imhof ha sottolineato: “Distruggere queste opere d’arte non è solo un attacco ai lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, two spirit e questioning, ma è un attacco alla comunità di Bregenz”. Un’affermazione potente che solleva riflessioni sul valore della libertà espressiva e dei diritti umani.
L’artista ha assicurato che i cartelloni, inseriti negli spazi pubblici, verranno rimpiazzati, senza però fornire un preciso calendario temporale. Nel frattempo, in una dichiarazione separata, Thomas D. Trummer, direttore del Kunsthaus Bregenz, ha condannato l’episodio, definendolo un “lauto attacco all’arte e ai diritti umani. L’omofobia non ha posto nella nostra società”.
La mostra di Anne Imhof al Kunsthaus Bregenz è in gran parte composta da dipinti, video e installazioni che esprimono, in maniera fortemente personale e intimista, varie forme di desiderio, paura e vulnerabilità. Inoltre, l’esposizione comprende diverse nuove opere pittoriche, tutte aventi come titolo variazioni su “Wish You Were Gay”, e che presentano immagini sfocate di una figura che sembra portare una pistola alla propria testa.
Imhof, nel corso di un’intervista rilasciata a Die Zeit a maggio, ha affermato che la natura personale della mostra è in parte un riflesso della sua stessa omosessualità. Ha descritto la realizzazione di vivere “in un mondo eteronormativo in cui non mi sintonizzo realmente”, ammettendo di essere sempre stata sorpresa che gli altri non fossero in grado di percepire le sue stesse sensazioni.
La vandalizzazione dei manifesti di Imhof rappresenta, purtroppo, un’aggressione che trascende l’ambito strettamente artistico per giungere all’attacco dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Un evento, quello avvenuto a Bregenz, che fa riflettere non solo sul delicato e ora più che mai attuale tema del rispetto verso le diversità, ma anche sulla rinnovata urgenza di sostenere e promuovere l’arte quale strumento di espressione e di denuncia sociale.


