C’è un’arte antica e molto affascinante che si presta naturalmente anche all’esplorazione tattile: è quella del mosaico. La sua bellezza è legata al fatto che l’unicità di ogni singola tessera contribuisce alla creazione di un’immagine originale e complessa per la varietà di colori, forme e significati che può assumere. Quello del mosaicista è da sempre un lavoro di ricerca lento, attento e paziente, che ispira sentimenti di cura nella scelta scrupolosa, per ciascun tassello, delle dimensioni, dei materiali, dei supporti e degli strumenti più idonei.
Nel caso del Progetto contemporaneo Antikythera, il discorso si fa molto più articolato e interessante, ed è particolarmente apprezzabile la proposta del Museo Nazionale Romano diretto da Federica Rinaldi, organizzata dal Servizio Educativo in collaborazione con Stefania Vannini, responsabile dei programmi di accessibilità della Galleria Borghese, e svolta da Carlotta Caruso del Servizio Educativo MNR e dalla stessa artista Christina Nakou, che ha messo in relazione il mosaico contemporaneo con alcuni altri esemplari antichi appartenenti alle collezioni del museo.
Il progetto didattico, l’Antikythera Mosaic Open Studio, reso possibile da un accordo di valorizzazione tra il Museo Nazionale Romano, il Parco Archeologico Campi Flegrei, diretto da Fabio Pagano e l’American Academy of Rome, diretta da Aliza Won, e Christina Nakou, ha avuto inizio nel marzo 2025 nella sala IV del MNR Palazzo Massimo e proseguirà con l’allestimento del mosaico negli spazi del Castello di Baia.
Nato durante un periodo da Visiting Artist all’Accademia Americana di Roma, il mosaico Antikythera si presenta come un’opera di dimensioni ragguardevoli (da 1,5×5 m), realizzato in sezioni modulari interconnesse, composte da numerosissime tessere in marmo bianco tagliate a mano e inserite in una malta di calce idraulica grigia.
A prima vista vi è rappresentata l’espansione di un’onda marina sulla riva, ma in realtà l’opera è essa stessa un tassello di un progetto molto più articolato, ispirato al Relitto di Anticitera del I secolo a.C., che veicola una riflessione esistenziale profonda sull’esperienza umana del tempo e sul suo significato trasformativo, a partire dal concetto di usura dei materiali e degli esseri viventi in generale.
L’isola di Anticitera, il sito archeologico di Baia, l’isola di Kato Koufonissi, nelle Cicladi, e il sito archeologico di Amathus, a Cipro, sono alcuni degli arenili simbolici nel Mediterraneo, individuati per ospitare questa creazione e trasformarla da artefatto statico e definito a “pietra viva”, soggetta anch’essa all’ineluttabile erosione e corruzione perché è in questi luoghi che verrà esposta per un determinato periodo in modo che le intemperie, il continuo avanzare e ritirarsi delle onde del mare, la salsedine e i raggi del sole la modifichino “rovinandola”.

Per questo l’esplorazione tattile programmata nel museo non si è limitata a un pretesto per approfondire storia, iconografia, tecniche o materiali dei mosaici, ma ha cercato di restituire il senso di una condizione esistenziale che ci accomuna tutti, dall’antichità ai giorni nostri e in ogni parte del mondo: l’essere parte di un tempo inteso come flusso continuo che lascia traccia di sé nel cambiamento che genera nelle cose e in tutti noi. L’essere frammenti esposti al continuo degradarsi che si trasforma nella consapevolezza dell’essere imperituri nel far parte di un flusso unitario di vita e materia sovrastorico e più grande di noi.
Così, una dozzina di partecipanti al workshop tenutosi nel museo alla presenza della stessa artista, partendo dall’emblema di un grande mosaico romano raffigurante l’episodio mitico di Hylas e le ninfe, ha potuto seguire con le mani il movimento dinamico del corso d’acqua nel quale e dal quale il fanciullo viene rapito, paragonandolo alla spuma del mare protagonista invece del più astratto e moderno mosaico di Antikythera.

Le innumerevoli tessere bianche che circondano in modo regolare l’emblema antico hanno permesso di cogliere, per contrasto, l’effetto più scomposto di quelle che cercano di riprodurre, attraverso suggestioni sensoriali, l’esplodere e il ritirarsi delle onde del mare, amplificato dal fatto stesso che l’esplorazione tattile è da intendersi come un flusso. Non basta percepire un singolo punto: è l’insieme delle informazioni che derivano dai sensi a permetterci di costruire un’idea organica della realtà.
Inoltre qui erano in gioco non solo i valori tattili, ma anche quelli uditivi: ogni colpo di martellina permetteva di immaginare la frattura del materiale grezzo e di scoprire il ritmo e l’enorme e delicata sapienza artigianale racchiusa in ogni gesto.
Oltre a evidenziare, quindi, ancora una volta l’importante contributo dei sensi nella nostra interazione e comprensione del mondo, questa proposta amplia l’orizzonte dell’esplorazione e suggerisce una connessione autentica con l’ambiente che ci circonda e con l’umanità intera, facendoci riconoscere accomunati dal concetto di cura e dalla nostra intrinseca corruttibilità, che appartiene a tutti noi e rende imperfetta ma unica la nostra storia.



