Fino al 2 giugno 2026, PARMA 360 Festival della Creatività Contemporanea celebra i suoi primi dieci anni riaffermando una vocazione precisa: essere un osservatorio attivo, diffuso e stratificato sulla creatività contemporanea in Italia. Nato sotto la direzione curatoriale di Chiara Canali e Camilla Mineo, il festival ha progressivamente costruito un modello riconoscibile, capace di intrecciare produzione artistica, rigenerazione urbana e coinvolgimento del pubblico. Non una semplice rassegna, ma un ecosistema culturale che negli anni ha trasformato Parma in una piattaforma sperimentale, dove linguaggi e discipline convivono e si contaminano.
Per il decennale, il tema scelto è LUX. Visioni sulla Luce: una dichiarazione programmatica che invita a considerare la luce non solo come elemento fisico, ma come struttura percettiva, linguaggio e materia.
In questo contesto si inserisce con coerenza la mostra personale di Antonio Barrese, Morphology Light. Viaggio nella forma della luce, ospitata alla Galleria San Ludovico. Un progetto che non si limita a presentare un corpus di opere, ma costruisce un vero e proprio attraversamento della ricerca dell’artista, figura cardine della sperimentazione tra arte, design e scienza sin dagli anni Sessanta.

Barrese, già protagonista del Gruppo MID (Mutamento Immagine Dimensione), ha sempre lavorato su un’idea di opera come sistema aperto, dinamico, attivabile. La luce, nelle sue opere, non illumina: struttura, genera, destabilizza. Nei cicli Big e Mini Shining così come nelle celebri sperimentazioni stroboscopiche, tra cui il disco del 1965-66, la percezione viene messa in crisi, sollecitata, ridefinita. L’immagine non è mai data una volta per tutte: accade, si trasforma, sfugge.
La mostra raccoglie oltre settanta lavori tra opere storiche e produzioni più recenti, articolate in sezioni che restituiscono la continuità di una ricerca radicale. Dalle Morphology Light, immagini sintetiche che tentano di fissare l’instabilità del movimento, alle installazioni interattive, fino alle più recenti sperimentazioni tra luce e digitale, emerge una tensione costante verso ciò che eccede il visibile.
L’esposizione restituisce con rigore e intensità la traiettoria di Antonio Barrese, figura imprescindibile della ricerca tra arte, design e scienza. Un percorso che oggi si offre come una chiave di lettura sorprendentemente attuale per comprendere le dinamiche percettive e culturali del contemporaneo.

Ma è soprattutto nella parola dell’artista che questa complessità emerge con maggiore forza. Diretta, talvolta spiazzante, sempre lucida, la sua riflessione mette in discussione il sistema dell’arte, il ruolo dell’artista e il significato stesso della ricerca. Ne nasce un confronto serrato, che alterna memoria storica e visione critica, attraversando temi come l’interattività, l’eredità dell’arte cinetica e il rapporto tra innovazione e linguaggio.
L’intervista che segue è un ingresso dentro un pensiero che rifiuta compromessi e continua a rivendicare, con urgenza, la necessità dell’avanguardia.
Antonio Barrese, lei ha più volte dichiarato di sentirsi più uno scienziato che un artista. È ancora così oggi?
“Io faccio molta fatica a parlare di arte oggi. Vengo da un’epoca che non esiste più. Mi considero uno scienziato: invece di studiare il cosmo o i batteri, indago i metalinguaggi, cioè quei sistemi che permettono di costruire altri linguaggi e, quindi, le civiltà”.
Questa posizione implica una distanza critica rispetto al sistema dell’arte contemporanea?
“L’arte è diventata una scemenza assoluta. Tutti parlano, tutti producono. Io continuo a fare ricerca. Il mio lavoro è qui, visibile: spero provochi almeno il desiderio di conoscere”.
Nella sua pratica la luce è elemento centrale. Come nasce questa ossessione?
“La luce è materia plastica. Con la luce stroboscopica, una scoperta degli anni Sessanta, possiamo vedere ciò che normalmente resta invisibile. Forme che esistono ma sfuggono allo sguardo”.

L’interattività è un altro nodo cruciale del suo lavoro. Quanto è stata anticipatoria l’arte cinetica in questo senso?
“Totale. Oggi usiamo il mouse e ci sembra normale. Ma l’idea di interattività nasce lì, negli anni Sessanta. È stata un’anticipazione colossale, poi dimenticata. Per questo si parla di ultima avanguardia”.
Lei lega questa rimozione anche a dinamiche storiche più ampie. Quanto hanno inciso, secondo lei, fattori politici e culturali?
“Molto. Negli anni Sessanta c’era una cultura potentissima in Italia. Poi è stata interrotta, anche attraverso operazioni di colonizzazione culturale. Io, come molti altri, sono stato cancellato per decenni”.
E oggi? Ha senso parlare ancora di avanguardia?
“Se non è avanguardia, non è arte. Se fai qualcosa che esiste già, non serve. L’arte deve immaginare ciò che non c’è”.
Nel percorso espositivo, queste parole trovano una traduzione concreta: opere attivabili, dispositivi ottici, strutture luminose che chiedono allo spettatore di partecipare, di intervenire, di completare il processo. Non esiste una fruizione passiva: ogni lavoro è un campo di possibilità.
All’interno di LUX, la mostra di Barrese si impone così come uno dei momenti più densi e coerenti del festival. Non solo per il valore storico della ricerca, ma per la sua capacità di interrogare il presente, mettendo in discussione, con lucidità e radicalità, le categorie stesse attraverso cui leggiamo l’arte oggi.



