Antonio Guccione e la New York degli anni Ottanta: “Bright Lights” alla Galleria Vik Milano racconta quando la moda era ancora luce analogica

C’è un archivio, da qualche parte, che contiene oltre centodiecimila negativi analogici. Appartiene ad Antonio Guccione, fotografo nato ad Alia, in provincia di Palermo, nel 1947, e formatosi tra scenografia e fotografia prima di costruire una carriera internazionale che lo ha portato a muoversi tra Milano, Parigi, Londra e New York. Da quell’archivio immenso è stata tratta una selezione essenziale, e il risultato è Bright Lights, la mostra personale che la Galleria Vik Milano presenta negli spazi di VikPellico8, in Via Silvio Pellico 8a, dal 14 settembre al 14 ottobre 2026, con inaugurazione lunedì 14 settembre alle ore 18.30. La mostra è curata da Alessandro Riva e apre alla vigilia della Milano Fashion Week (22–28 settembre), collocazione non casuale per un lavoro che interroga il rapporto tra fotografia di moda e memoria visiva collettiva.

Il nucleo del progetto è una New York degli anni Ottanta e Novanta, quella in cui moda, arte, cinema e musica condividevano ancora la medesima scena quotidiana, in cui il Made in Italy usciva definitivamente dai confini nazionali e la figura della modella acquistava una presenza pubblica fino ad allora sconosciuta. I nomi che compaiono nell’archivio di Guccione — Cindy Crawford, Iman, Tyra Banks, Elle Macpherson, Micaela Bercu, Susie Bick, Pia Klover — non erano soltanto interpreti di un abito o di una campagna pubblicitaria, ma personalità capaci di trasformare una fotografia in un’immagine generazionale. Guccione quell’epoca la attraversò dall’interno, lavorando per Prada, Gucci, Versace e Gianfranco Ferré, e fotografando, parallelamente alla moda, personaggi come Richard Gere, Dustin Hoffman, Federico Fellini, Alberto Moravia, Umberto Eco, Ettore Sottsass e Mario Schifano.

La selezione in mostra è composta da poche opere scelte con precisione: otto fotografie in bianco e nero di formato 50 × 40 cm, due immagini verticali di formato 150 × 120 cm, l’opera Jasmin & Pomodoro (120 × 150 cm) e il trittico Silver Body, tre fotografie di formato 50 × 40 cm nate da una richiesta di Gianfranco Ferré. Non una ricostruzione cronologica, dunque, ma — come suggerisce la curatela — un montaggio di presenze e apparizioni che restituisce il ritmo visivo di quegli anni. Il bianco e nero, dominante nel percorso, non funziona come patina nostalgica ma come struttura formale: toglie all’immagine tutto ciò che è accessorio, rende il corpo quasi scultoreo, concentra l’attenzione sul gesto, sulla posa, sulla relazione tra tessuto e luce.

Il colore compare come eccezione, e lo fa in modo significativo proprio laddove la moda incontra apertamente l’arte. Jasmin & Pomodoro, realizzata nel 1984 davanti a una sfera di Arnaldo Pomodoro, è forse l’esempio più eloquente: corpo, abito e superficie metallica non condividono semplicemente lo spazio, ma costruiscono una geometria comune in cui la fotografia smette di essere documento della moda e diventa immagine autonoma. Nel trittico Silver Body, invece, la modella interamente ricoperta di colore argento e fotografata di spalle — per mettere in evidenza la costruzione del costume di Ferré — assume la fissità di una statua antica. È una delle immagini che meglio restituiscono il metodo di Guccione: un impianto studiato con rigore, capace però di lasciare spazio alla variazione imprevista, al momento in cui la persona emerge dalla posa e obbliga il fotografo a seguirla.

Il titolo Bright Lights porta con sé l’eco del romanzo Bright Lights, Big City di Jay McInerney, e condensa due luci diverse: quella concreta dei set, strappata al buio dello studio e della camera oscura, e quella più ampia di anni vissuti con la sensazione che tutto fosse possibile. Guardare oggi quelle fotografie significa misurare la distanza tra due regimi dell’immagine radicalmente diversi: da un lato la lentezza della fotografia analogica, fondata sull’attesa e sulla concentrazione; dall’altro l’attuale circolazione istantanea e ininterrotta dei contenuti visivi. Tra questi due tempi, le fotografie di Guccione — che vive e lavora tra Italia e Svezia insieme alla moglie Pia Klover, modella, attrice e artista — conservano qualcosa che non coincide né con la moda né con la nostalgia, ma con la qualità irripetibile di un incontro. Come ha dichiarato lo stesso fotografo, ripensare oggi quelle immagini «non è nostalgia: è il tentativo di capire cosa resta, cosa resiste, cosa continua a parlarci».

Bright Lights è visitabile presso Galleria Vik Milano – VikPellico8, Via Silvio Pellico 8a, Milano, dal 14 settembre al 14 ottobre 2026, tutti i giorni con orario 10.00–21.00. Il vernissage è in programma lunedì 14 settembre 2026 alle ore 18.30.

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