Il termine “diafano” definisce un corpo parzialmente trasparente che consente una vista attraverso: le opere di Scaccabarozzi in mostra sono teli di polietilene, sorretti e separati da un filo di nylon, che rileggono e reinterpretano il materiale consentendo una visione ulteriore. È da questo concetto che parte la mostra Diafanés al Museo Fortuny a cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, un dialogo tra le opere di Antonio Scaccabarozzi e la casa museo.
Scaccabarozzi gioca con le ombre e le pieghe del polietilene, in uno spazio museale che non può non portare alla memoria le plissettature dei tessuti di Mariano Fortuny Y Madrazo esposti al piano superiore.
Nato nel 1936, Antonio Scaccabarozzi si forma a Milano negli anni Cinquanta, dove seguirà la Scuola di Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano. Sempre nella stessa città avrà modo di conoscere artisti quali Carlo Carrà e Lucio Fontana, appartenenti all’ambiente braidense. Gli anni della formazione sono anche quelli dei viaggi, prima a Parigi dove lavorerà in teatro come pittore di scena e poi a Londra per imparare la lingua. Lo stretto contatto con il teatro è ciò che permea e permane nella sua arte. E anche ciò che si evince e viene portato alla luce in Diafanés presso la dimora di Mariano Fortuny Y Madrazo, di cui si ricorda lo stretto legame con l’ambito teatrale.

Il contesto artistico è importante per comprendere Scaccabarozzi, ascrivibile al concettuale o al Cinetismo – senza essere mai davvero etichettabile. Infatti, a partire dagli anni Sessanta, crea uno stile basato sul rigore e sulla regola che perseguirà e infine supererà. Anche per questo, si distinguerà dal panorama artistico a lui coevo e reinventandosi sfuggirà da ogni definizione. Le sequenze matematiche e gli elementi cilindrici ripetuti dei Fustellati negli anni Settanta cedono il passo a nuove prospettive e metodi di fare arte. Sarà negli anni Ottanta, dopo importanti esposizioni in Austria e Germania, che Scaccabarozzi solcherà una strada propria priva di riferimenti.
In occasione della mostra, esposte all’interno del Museo Fortuny si trovano venti opere successive agli anni Ottanta, momento in cui Scaccabarozzi si dedica al nuovo materiale: il polietilene. Questo approdo alla plastica è il risultato di un lungo processo che passa per le Quantità libere – con una pittura priva di misurazioni – fino agli Essenziali che riducono il corpo della pittura al suo scheletro. Si tratta di cicli di opere all’interno dei quali cambia l’uso del colore, si trasforma e si disinteressa gradualmente di norme e supporto. Infatti, quest’ultimo nel ciclo degli Essenziali è assente e poco più tardi diventerà un sacchetto di plastica come in Polietileni (1996–2005), Ekleipsis (2002–2003), Banchise (2003–2005) e Velature (2004–2008). L’avvicinamento al polietilene è un percorso che coglie dalla formazione pittorica la conoscenza di luce e colore che diventano ora un sipario trasparente. Ritornano allora, nelle superfici in plastica, il teatro, la sua vita in Grecia, i giochi di ombre nei templi dorici. Come in Ekleipsis, ciclo nel quale le due tele di plastica si eclissano vicendevolmente, riprendendo quel contrasto di luce-ombra in una forma del tutto nuova.

A definire la pratica artistica di Antonio Scaccabarozzi sono le esperienze acquisite nel corso della sua vita, dal lavoro in teatro alla sensazione provata dall’artista all’interno del Tempio di Éfesto – “Allorché gli giro intorno, le colonne lasciano intravedere il muro interno, e da certe angolazioni lo chiudono completamente, provocando così un misto magico di aria circolante e di ulteriore protezione a clò che è custodito all’interno. Accadeva cinque anni fa ad Atene.” (Antonio Scaccabarozzi, 1999).
Ecco perché la compagna Anastasia Rouchota scriverà poi “Scaccabarozzi non ha paura di non avere un’etichetta che gli permetta di sedersi comodo nel salotto della storia dell’arte. lo spesso lo punzecchio: “Sei astratto? Sei concreto?” e lui mi risponde stizzito e fiero: “Natassy, io sono un uomo libero“ (in Sfumature cromatiche del quotidiano, Anastasia Rouchota, da Antonio Scaccabarozzi | Progettare sconfinare, Corraini Mantova 2022).
Non è necessario ascrivere l’artista a un movimento o una situazione artistica perché la sua produzione è frutto della sua libera esperienza che non dipende da altro se non dalla sua vita e lo porta a riflettere su una fenomenologia del visibile. Questo aspetto emerge con forza in Diafanés che, esponendo i cicli dal polietilene in avanti, mostra l’unicità dell’artista, il distacco da altre espressioni e la singolarità delle sue esperienze. Come testimonia il racconto di Anastasia Rouchota nell’audio presente in mostra.
La mostra negli spazi del Museo Fortuny consente una rilettura dell’opera di Scaccabarozzi che, proprio nel teatro, e nella volontà di svelare incontra la storia di Mariano Fortuny Y Madrazo. Delle opere esposte, due dialogano con la collezione del museo al piano superiore: una appesa davanti a un affresco, mentre l’altra davanti a una finestra. Gli altri lavori sono allestiti al pianterreno dove dialogano a coppie uno di fronte all’altro, separati da un tavolo con materiali d’archivio. Poi ancora, un’ultima sala dove le opere di Scaccabarozzi sono poste in dialogo con un vestito della stilista contemporanea Maria Calderara; con ulteriori materiali d’archivio e con l’audio di Anastasia Rouchota che ripercorre la biografia dell’artista.

Diafanés non solo racconta un artista nella sua complessità ma ne permette una nuova lettura proprio in relazione con Mariano Fortuny Y Madrazo, consentendo un dialogo diretto – al piano superiore – ma anche di concetti con la collezione della casa-museo. Inoltre, l’esposizione porta alla luce tutta la complessità dell’opera di Scaccabarozzi e della cura nella costruzione dell’archivio.
L’archivio viene fondato nel 2010 da Anastasia Rouchota – due anni dopo la prematura scomparsa dell’artista – con obiettivi di scoperta, valorizzazione, conservazione e trasmissione della sua opera. Ma anche di accessibilità, con la proposta di nuove prospettive su una pratica che, per sua stessa natura, gioca sulla molteplicità di punti di vista. Ecco perché la collaborazione con la Fondazione dell’Istituto dei ciechi di Milano ha un altro carattere che emerge nella mostra presso Palazzo Fortuny.
Per questo Diafanés si propone di rileggere l’opera di Scaccabarozzi garantendo quella continuità prospettata dall’archivio. Da un lato la forte presenza archivistica nell’esposizione di documenti e fotografie (di vita dell’artista, di retrospettive ma anche del lavoro di collaborazione da parte dell’archivio con l’Istituto dei Ciechi di Milano); dall’altro la rilettura delle opere all’interno di una casa-museo segnata dalla memoria di Mariano Fortuny Y Madrazo. Se la trasparenza e lo “sguardo attraverso” sono caratteri propri dei polietileni, in questi spazi espositivi questo viene ulteriormente accentuato dal riferimento ai tessuti e dal sipario nella dimensione teatrale. Così la mostra segna in modo autentico il passaggio di un artista, garantendo la trasmissione e la memoria di una poetica propria di Scaccabarozzi e del suo archivio.


