Gli archeologi del 2025 sanno leggere i dati, hanno consapevolezza dei rischi e delle opportunità dell’intelligenza artificiale e sono sempre più a loro agio con le tecnologie digitali, in un’evoluzione che procede a passi rapidi. Dai papiri di Ercolano “letti” attraverso gli algoritmi fino alla manutenzione e riparazione di reperti di tremila anni fa, passando per l’individuazione di nuove regioni in cui avviare scavi archeologici, la combinazione virtuosa tra IA e archeologia sta dando forma a nuovi modelli di gestione, interpretazione e preservazione.
L’intelligenza artificiale sta trovando applicazione in archeologia in ambiti molto concreti della ricerca e della tutela del patrimonio. Viene utilizzata per analizzare grandi quantità di immagini satellitari e dati di telerilevamento utili a individuare potenziali siti archeologici, per supportare la ricomposizione di reperti frammentari simulando combinazioni complesse, per rendere leggibili testi deteriorati attraverso l’analisi di superfici danneggiate e per gestire l’enorme mole di dati digitali prodotta da scavi, rilievi e documentazione scientifica. In questi contesti l’IA consente di lavorare su scale e volumi di informazioni difficilmente affrontabili con i soli strumenti tradizionali, affiancando il lavoro degli archeologi, che restano centrali nella definizione delle domande di ricerca e nell’interpretazione dei risultati.

La “voce” dei papiri di Ercolano
Dopo quasi duemila anni di silenzio, i papiri di Ercolano, sepolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e ridotti a rotoli carbonizzati, stanno tornando leggibili grazie all’incontro tra archeologia, filologia e intelligenza artificiale. Un team internazionale di studiosi utilizza tecniche avanzate di imaging, scansione e analisi digitale per studiare i manoscritti senza danneggiarli. Alla guida del progetto c’è Federica Nicolardi, professoressa associata di Papirologia all’Università di Napoli “Federico II”, tra i vincitori di un finanziamento europeo ERC Synergy Grant da oltre 11,5 milioni di euro per il progetto UnLost.
L’obiettivo è recuperare, con metodi non invasivi, i testi ancora nascosti nella biblioteca della Villa dei Papiri di Ercolano, oggi conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il gruppo di ricerca include anche specialisti di informatica e computer vision provenienti da università statunitensi e tedesche, e per i prossimi sei anni sarà l’unità napoletana a coordinare le attività. Il lavoro non riguarda solo la lettura dei testi, ma anche la loro conservazione futura attraverso digitalizzazioni, analisi chimiche e creazione di nuovi dati.
La Villa dei Papiri, una delle residenze più lussuose riemerse dagli scavi archeologici svolti a Ercolano, ospitava una biblioteca unica, composta da oltre 1.800 rotoli, in gran parte in greco antico, con opere riconducibili soprattutto al filosofo epicureo Filodemo di Gadara, ma anche testi latini, tra cui un poema sulla battaglia di Azio e uno scritto attribuito a Seneca padre.
Un impulso decisivo è arrivato nel 2023 con la Vesuvius Challenge, una competizione internazionale sostenuta anche da fondazioni della Silicon Valley, nata per promuovere l’uso dell’intelligenza artificiale nella lettura dei manufatti antichi. Le tecniche sviluppate hanno già permesso di individuare parole e concetti senza srotolare fisicamente i papiri. Napoli si conferma così un centro di riferimento per la papirologia, raccogliendo l’eredità degli studi avviati nel secondo Novecento e realizzando una visione a lungo considerata utopica: leggere i papiri di Ercolano senza mai aprirli.
“Cerchiamo di recuperare i libri che persone come noi leggevano e scrivevano oltre duemila anni fa: è un vero e proprio tuffo nel passato, un tentativo di rimetterci nei panni dei lettori dell’élite romana e greca”, spiega Federica Nicolardi. “Alcuni papiri già aperti – continua – presentano strati sovrapposti oggi illeggibili, ma le nuove tecniche di ricostruzione virtuale potrebbero consentirci di accedere anche a questi livelli nascosti. Uno degli obiettivi principali del progetto di ricerca è proprio far emergere ciò che oggi resta invisibile”.
Un contributo significativo alla comprensione dei papiri carbonizzati di Ercolano arriva anche dal CNR, che ha applicato tecniche di termografia attiva per rendere leggibili testi storici e filosofici altrimenti illeggibili. Grazie a questi metodi non invasivi, i ricercatori hanno potuto analizzare opere di Zenone di Cizio e altri filosofi stoici, aumentando il testo disponibile fino al 45% rispetto alle edizioni precedenti e chiarendo contenuti e cronologia. L’iniziativa, parte del progetto ERC GreekSchools, ha dimostrato come l’integrazione di nuove tecnologie di imaging con la filologia classica consenta di studiare e conservare reperti fragili senza danneggiarli, aprendo nuove prospettive per la ricerca e la tutela del patrimonio culturale.

Una riparazione tecnologica per gli affreschi pompeiani
Dai papiri di Ercolano agli affreschi della vicina Pompei. Un altro esempio emblematico di questa convergenza tra archeologia e IA arriva da Pompei, dove lo scorso novembre si è concluso il progetto europeo RePAIR (Reconstructing the Past: Artificial Intelligence and Robotics Meet Cultural Heritage). Avviata nel 2021 e finanziata dall’Unione Europea nell’ambito di Horizon 2020, la ricerca ha sperimentato un’infrastruttura robotica guidata da algoritmi di IA e computer vision per la ricomposizione automatica di affreschi ridotti in frammenti, come in un puzzle tridimensionale di estrema complessità.
Il prototipo, testato direttamente nel Parco Archeologico di Pompei, ha dimostrato come robotica e IA possano affiancare concretamente il lavoro degli archeologi, riducendo tempi e margini di errore nelle operazioni di ricostruzione. Il progetto si è concentrato su due casi simbolo: gli affreschi del soffitto della Casa dei Pittori al Lavoro, danneggiati dall’eruzione del 79 d.C. e poi dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, e quelli della Schola Armaturarum, crollata nel 2010 e ancora solo parzialmente ricomposta.
Coordinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e sviluppato in collaborazione con istituti di ricerca italiani e internazionali, tra cui l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), l’esperimento ha utilizzato la digitalizzazione dei frammenti e repliche artificiali per consentire ai robot di operare senza rischi per gli originali. Il sistema, dotato di due bracci robotici con mani morbide, è in grado di analizzare forma, colore e decorazione dei singoli pezzi e proporre soluzioni di ricomposizione anche in assenza di un modello finale noto. Un primo passo, ancora sperimentale ma già concreto, verso un’archeologia in cui l’IA diventa strumento essenziale per affrontare la complessità e la vastità dei materiali del passato.
“Chi si occupa di archeologia oggi non deve necessariamente diventare un informatico – spiega l’archeologo Tommaso Magliaro – ma piuttosto iniziare ad acquisire una solida alfabetizzazione digitale. È fondamentale comprendere come vengono prodotti i dati, come funzionano i modelli di analisi automatica e quali sono i limiti degli strumenti che utilizziamo. In particolare, diventa centrale il tema del training delle macchine: i sistemi di IA sono estremamente potenti, ma devono essere addestrati su dataset affidabili, verificati e costruiti da specialisti”.

Leggere i geroglifici dell’Antico Egitto con le reti neurali
Ancora più indietro nel tempo, il mistero affascinante dei geroglifici egizi trova soluzione anche grazie all’IA, con un progetto avviato nel 2019 dall’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” del CNR, guidato da Andrea Barucci e Costanza Cucci, in collaborazione con l’Università di Firenze e alcuni egittologi. Il gruppo ha sviluppato algoritmi basati su reti neurali per analizzare immagini fotografiche di geroglifici, addestrandoli su oltre 700 simboli provenienti da musei internazionali come il Museo Egizio di Torino, il Metropolitan Museum di New York, il Museo Archeologico di Firenze e il Museo Missionario Etnografico Francescano di Fiesole.
Il sistema è in grado di riconoscere automaticamente i simboli e segmentare le immagini, con un’accuratezza variabile tra il 60 e il 98% a seconda del supporto e delle condizioni del reperto. Lo studio, pubblicato nel 2021, ha aperto nuove prospettive per il riconoscimento, la codifica e la traslitterazione dei geroglifici, integrandosi con il lavoro degli archeologi e offrendo strumenti innovativi per la ricerca sulle antiche civiltà.
Nuove regioni da esplorare grazie agli algoritmi
Un recente focus di National Geographic evidenzia come l’IA stia diventando uno strumento sempre più centrale anche per l’archeologia dell’Amazzonia, una delle aree più vaste e difficili da esplorare al mondo. Sotto la copertura della foresta pluviale potrebbero celarsi decine di migliaia di siti archeologici, alcuni risalenti a oltre 13.000 anni fa, ma l’estensione del territorio rende impraticabile una ricerca esclusivamente sul campo.
Un recente caso di studio è rappresentato dall’OpenAI to Z Challenge, una competizione che ha utilizzato immagini satellitari, dati LiDAR e modelli digitali di elevazione per addestrare sistemi di IA capaci di riconoscere schemi riconducibili a insediamenti umani antichi. Il team vincitore ha individuato 67 aree potenzialmente rilevanti, spesso in prossimità di corsi d’acqua, da considerare come punti di partenza per future indagini archeologiche. Un approccio che consente di analizzare in tempi rapidi enormi quantità di dati geografici e di indirizzare in modo più mirato le ricerche sul terreno, senza sostituire il lavoro degli archeologi. La ricerca sottolinea però anche le questioni etiche, in particolare il rapporto con le comunità indigene e la gestione responsabile dei dati.

La rete internazionale per fare squadra sui dati
“Negli ultimi vent’anni – riflette Magliaro – con l’avvento del digitale, la quantità di dati prodotti dalla ricerca archeologica è cresciuta in modo impressionante: fotografie, rilievi da drone, scansioni 3D, dati LiDAR, fotogrammetria, immagini multispettrali”.
Se in passato il problema principale era la lentezza nello studio e nella trasmissione dei dati tra studiosi, oggi il flusso di informazioni e la velocità di pubblicazione sono aumentati enormemente. In questo contesto l’IA rappresenta una risposta concreta alla necessità di analizzare, ordinare e interpretare grandi moli di dati altrimenti ingestibili.
Per coordinare e guidare la riflessione sull’uso dell’IA in archeologia, a settembre 2024 è stata lanciata ufficialmente la rete internazionale MAIA (Managing Artificial Intelligence in Archaeology). L’iniziativa, sviluppata nell’ambito delle azioni COST, riunisce archeologi digitali e sul campo, informatici, esperti di dati, studiosi di cronologia, professionisti museali e comunicatori scientifici, con l’obiettivo di costruire una visione condivisa sulle potenzialità e sui limiti delle tecnologie di IA applicate allo studio del passato.
La rete conta oggi oltre 255 membri attivi in 34 Paesi e si propone di analizzare lo stato dell’arte dell’IA in archeologia, valutandone i risultati concreti ma anche le criticità. MAIA lavora alla definizione di un quadro collaborativo internazionale per l’uso e lo sviluppo di dataset archeologici aperti, promuovendo attenzione alle implicazioni etiche, alla trasparenza dei dati e degli algoritmi, all’impatto sulle pratiche di ricerca e alla sostenibilità a lungo termine.itmi, all’impatto sulle pratiche di ricerca e alla sostenibilità a lungo termine.


