Al Castello Orsini Colonna di Avezzano, la storia del luogo entra nel percorso di Archeologie Eclettiche. La mostra, aperta fino al 25 ottobre 2026, mette in dialogo le opere di Felice Levini con la musica del compositore Carlo Crivelli. Il pubblico attraversa le sale della Pinacoteca tra immagini e suoni, in un progetto che chiede di osservare il castello, oltre alle opere, con occhi diversi. Per entrambi gli artisti, Avezzano è anche un ritorno in un territorio con cui hanno costruito legami personali e professionali.
A promuovere l’iniziativa è la Fondazione No Man’s Land, che da Loreto Aprutino sviluppa progetti legati all’arte contemporanea, alla musica e al paesaggio. Il prossimo appuntamento è Cantiere Aperto IV, il festival in programma il 10 ottobre nella sede della Fondazione, dove sarà inaugurata una nuova installazione permanente di Adrian Paci. Con Mario Pieroni, presidente della Fondazione, abbiamo parlato della nascita della mostra di Avezzano, dell’incontro tra i linguaggi di Levini e Crivelli e di come un progetto artistico possa crescere a partire dalle relazioni con un luogo e con chi lo abita.

Come nasce “Archeologie Eclettiche” e perché avete scelto proprio Avezzano e il Castello Orsini Colonna per ospitare l’incontro tra il lavoro di Felice Levini e la musica di Carlo Crivelli?
“Archeologie Eclettiche” nasce innanzitutto da una storia di relazioni. Conosciamo e lavoriamo con Felice Levini e Carlo Crivelli da molti anni e ci interessava creare un’occasione nella quale i loro linguaggi potessero incontrarsi. La sfida è stata quella di costruire un progetto comune, nel quale opere, suoni e spazio possano continuamente rimandare gli uni agli altri.
Avezzano non è una scelta casuale. Entrambi gli artisti hanno un rapporto con l’Abruzzo e, in maniera diversa, con la Marsica: Felice attraverso le proprie origini familiari e Carlo attraverso una lunga esperienza personale e professionale in questo territorio. Anche per noi esiste un legame con questi luoghi che risale a molti anni fa. Il Castello Orsini Colonna, inoltre, possiede una presenza architettonica e una stratificazione storica particolarmente adatte a un progetto che già nel titolo parla di “archeologie”. Ci interessava che il luogo non fosse semplicemente un contenitore, ma diventasse parte dell’esperienza stessa del lavoro.

2. La mostra supera la separazione tradizionale tra arti visive, musica e performance. In che modo questo dialogo modifica l’esperienza del pubblico e la sua relazione con le opere?
Credo che una delle questioni interessanti dell’arte sia proprio la possibilità di mettere in crisi le separazioni troppo rigide tra le discipline. Arte visiva, musica, suono e performance hanno tempi e modalità differenti, ma quando riescono realmente a dialogare producono uno spazio nuovo.
In “Archeologie Eclettiche” il pubblico non si trova semplicemente davanti a qualcosa da osservare o a qualcosa a cui assistere. È invitato ad attraversare uno spazio, a muoversi tra le opere e contemporaneamente ad ascoltarlo. Il suono modifica la percezione delle immagini e dello spazio, così come le opere modificano il nostro modo di ascoltare la musica. L’esperienza diventa quindi meno frontale e più immersiva, ma userei questa parola nel suo significato più semplice: significa essere dentro una situazione e non soltanto guardarla dall’esterno. Questo comporta anche una diversa temporalità. Un’opera visiva può essere osservata per pochi secondi oppure a lungo; la musica, invece, ci obbliga in qualche modo a condividere il suo tempo. L’incontro tra queste dimensioni credo possa rendere il pubblico più consapevole del proprio modo di vedere, ascoltare e abitare temporaneamente uno spazio.
La Fondazione No Man’s Land lavora sul rapporto tra arte contemporanea, territorio e comunità. Come si inserisce il progetto di Avezzano all’interno di questa visione più ampia?
No Man’s Land nasce proprio dall’idea che l’arte possa costruire relazioni con i luoghi e con le persone che li abitano. Il progetto originario di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle a Loreto Aprutino parte da un territorio concreto, da un paesaggio, e progressivamente costruisce intorno a esso una comunità. Per noi questa dimensione è fondamentale.
Questo significa anche non pensare che l’arte contemporanea debba necessariamente concentrarsi nei grandi centri o nei luoghi già riconosciuti dal sistema dell’arte. L’Abruzzo offre una possibilità diversa: lavorare con tempi, spazi e comunità che permettono di sperimentare altre forme di presenza dell’arte.
Avezzano si inserisce pienamente in questo percorso. Portare un progetto al Castello Orsini Colonna significa creare una relazione tra un luogo fortemente identificato con la storia della città, due artisti che hanno un rapporto reale con questo territorio e un pubblico che non è necessariamente costituito soltanto dagli addetti ai lavori. La Fondazione cerca proprio questo: non occupare temporaneamente un territorio con un evento, ma fare in modo che ogni progetto nasca da relazioni già esistenti per poterne produrre di nuove.

Quali sono oggi le principali attività della Fondazione e quali nuovi progetti avete in cantiere per i prossimi mesi?
La Fondazione continua innanzitutto il lavoro a No Man’s Land, a Loreto Aprutino, che consideriamo un luogo in continua trasformazione. Intorno all’intervento originario di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle costruiamo occasioni di incontro tra arti visive, musica, poesia e performance, in particolare attraverso “Cantiere Aperto – Percorsi di Arte, Musica e Poesia”, il nostro festival annuale giunto alla sua quarta edizione. No Man’s Land cresce anche attraverso nuovi interventi permanenti: quest’anno, proprio a Cantiere Aperto IV, il 10 di ottobre, inaugureremo un’installazione di Adrian Paci, che si aggiunge a quelle di artisti come Alberto Garutti, Fabrice Hyber, Jimmie Durham, Alvin Curran, Gülsün Karamustafa e Leonid Tishkov, Donatella Spaziani, Michelangelo Lupone con Licia Galizia.
Più che una successione di eventi, cerchiamo di costruire una continuità: il progetto di Avezzano, le attività a No Man’s Land, il lavoro con gli artisti e quello sugli archivi appartengono alla stessa idea di arte come strumento capace di mettere in relazione persone, luoghi ed esperienze e di costruire comunità.



