Che cosa rimane dell’immagine quando il mondo ha smesso di custodire il mistero? È una domanda che attraversa, in modo sotterraneo ma insistente, la Shaman Series di Armando Tinnirello, progetto presentato nell’ambito del Festival della Fotografia Etica, Circuito OFF, a Lodi. L’appuntamento è per oggi sabato 3 ottobre, negli spazi di Good Food Concept.
Tinnirello parte dalla fotografia, ma non intende rimanere dentro i suoi confini. Le sue immagini cercano piuttosto una zona di attrito con la pittura, con il simbolo, con una dimensione arcaica dell’immagine che precede la necessità di rappresentare il reale. Il risultato è una serie di ritratti nei quali la fotografia perde progressivamente la propria funzione documentaria per diventare materia visionaria.
Il tema è quello del sacro, ma affrontarlo oggi significa misurarsi anche con la sua scomparsa. La natura contemporanea è stata osservata, classificata, fotografata, sfruttata, trasformata. Il mondo sembra non avere più segreti e proprio questa eccessiva esposizione produce, paradossalmente, un nuovo bisogno di mistero. Tinnirello colloca la propria ricerca in questa frattura: da una parte un pianeta profondamente modificato dall’azione umana, dall’altra la necessità di recuperare uno sguardo capace di riconoscere nella natura qualcosa che non sia soltanto una risorsa.
Il riferimento al mito del velo di Iside diventa allora una chiave di lettura significativa. Sollevare il velo significa conoscere, ma anche perdere quella distanza che rende possibile il mistero. La Shaman Series prova a compiere il movimento opposto: non nascondere il mondo, bensì restituirgli una dimensione indecifrabile.
A farlo sono soprattutto le maschere. Non mascherano un’identità, la trasformano. I volti costruiti da Tinnirello sembrano appartenere a una genealogia dell’immagine che attraversa il Primitivismo e arriva alle avanguardie storiche, da Pablo Picasso a Henri Matisse. Il volto non è più soltanto il luogo della somiglianza, ma diventa superficie di passaggio tra l’umano e l’oltreumano, tra individuo e archetipo.
La fotografia, in questo processo, viene sottoposta a una sorta di metamorfosi. Il colore assume un ruolo strutturale, la materia pittorica interviene sulla percezione, mentre le figure sembrano emergere da una dimensione sospesa tra rito e immaginazione. Divinità, asceti, creature fantastiche: non sono personaggi da identificare, ma presenze da attraversare con lo sguardo.
È proprio lo sguardo, del resto, uno dei nuclei più longevi della ricerca di Tinnirello. Già nel 1999, in occasione della mostra all’Istituto Penale Beccaria di Milano, la critica Jacqueline Ceresoli aveva individuato nei suoi soggetti «uno sguardo irradiante, soglia tra orizzonti estremi in bilico tra il reale e lo spirituale». Nella Shaman Series quella soglia torna, ma cambia la grammatica attraverso cui viene raccontata.
Il ritratto non serve più a restituire una persona. Cerca piuttosto di evocare una presenza. È qui che il lavoro di Tinnirello assume una dimensione quasi rituale: l’immagine non descrive, convoca.
«L’artista nella società contemporanea vuole ritrovare il senso del sacro, perché abita in un pianeta mutato e stravolto dalle sue stesse azioni», afferma Tinnirello. E la figura dello sciamano diventa la metafora attraverso cui questa esigenza prende forma: colui che attraversa il visibile per entrare in relazione con ciò che normalmente resta fuori campo.
In questa prospettiva la Shaman Series non propone un ritorno nostalgico a un passato ancestrale. Il suo interesse sta piuttosto nella possibilità di recuperare, attraverso l’arte, una diversa qualità dello sguardo. Una fotografia che non pretende di spiegare, ma di aprire. Che non vuole necessariamente mostrare di più, ma suggerire che oltre ciò che vediamo esiste ancora qualcosa da interrogare.
Forse è proprio questo il gesto più radicale della serie: utilizzare un linguaggio contemporaneo per rimettere in discussione l’idea stessa di contemporaneità. Di fronte a un mondo saturo di immagini, Tinnirello cerca un’immagine capace di tornare a essere esperienza.
E allora la maschera non copre il volto. Lo restituisce al mistero.



