Compaiono per la prima volta sulla rivista tedesca “Athenaeum”, fondata sul finire del Settecento dai fratelli August Wilhelm e Friedrich Schlegel, i sei “Inni alla notte” scritti da Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (1772-1801), in arte Novalis, gli unici pubblicati in vita. Per il poeta romantico la notte era “misteriosa”, “senza tempo e senza spazio”. Come misteriosa è la narrazione che si snoda nel film “La Notte” di Michelangelo Antonioni del 1961, che fa parte della trilogia dell’incomunicabilità, in cui il regista compie una destrutturazione narrativa. Una condizione di silenzi e vuoti che si formalizza anche attraverso un’estetica sospesa in bianco e nero, in grado di fotografare la città milanese di quegli anni in piena trasformazione e che diventa un laboratorio di forme e riforme, adottando il linguaggio della modernità.
NOTTE è il risultato di questa riflessione concettuale-estetica e di una sintesi espressiva che si formalizza attraverso delle scelte precise, per compiere un’evoluzione all’interno di un sistema di valori e di un quadro significante, in cui l’arte rappresenta uno degli aspetti di un’iniziativa culturale più ampia, in cui i linguaggi si intrecciano. E dunque una galleria, un progetto editoriale, una produzione cinematografica e eventi, che si propongono di trasformare lo spazio di via Bigli 11, in un centro dedicato a una “comunità culturale” attenta, sensibile e curiosa. All’esterno un palazzo elegante con gli affreschi cinquecenteschi di Bernardino Luini nel cortile porticato, all’interno un white cube in cui le opere sono dominanti come i tagli di Lucio Fontana e le bruciature di Alberto Burri. Lo sguardo è rivolto all’arte del Novecento (dagli anni ’20 agli anni ‘80), insieme a un gruppo selezionato di contemporanei.

I fondatori Carolina Lanfranchi e Mattia Melzi, forti di una lunga esperienza maturata entrambi in Italia e all’estero, tra case d’aste internazionali (lei) e gallerie (in Italia con la Melzi Fine Art, lui), parlano di “legittimazione indiretta”, muovendosi con una modalità inversa rispetto al modello tradizionale dello spazio espositivo. Il progetto, appena partito, si articola intorno a una campagna di comunicazione ricercata (sito e canali social), che preferisce la rivelazione all’esposizione, l’evocazione all’esibizione.
Le suggestioni e i riferimenti teorici e estetici sono per Lanfranchi e Melzi anche i soggetti delle immagini fotografiche di Ugo Mulas, abituato a rappresentare l’ambiente circostante, così come il vicino di casa che non conosceva (come raccontava), i personaggi famosi e la moda dell’epoca, e gli amici come Lucio Fontana in procinto di bucare la tela, sospeso tra l’attesa e il taglio, o Alberto Burri nel 1961 con la fiamma ossidrica, in perfetta coincidenza con la collezione della galleria.
Uno sguardo non dissimile da quello disincantato di Carlo Orsi che, di Mulas, fu assistente, che si spostava con disinvoltura tra le periferie e la città documentando le trasformazioni del tempo, come i primi grattacieli che cambieranno la topografia urbana, qualificandosi come simboli della modernità, in una Milano ferita dalla guerra in piena ricostruzione e trasformazione. Dalla Torre Breda, progettata dai fratelli Soncini con Luigi Mattioni in Piazza della Repubblica, alle torri di Turati proprio al di là della piazza, una ancora a firma di Mattioni e l’altra di Giovanni Muzio.
Dalla Torre Velasca dello Studio BBPR, uno dei primi e più longevi gruppi che segnerà una svolta nel rinnovamento urbanistico del dopoguerra, al Grattacielo Pirelli di Giò Ponti, cui parteciperà tra gli altri anche Pier Luigi Nervi sul finire degli anni ’60. La scelta di attribuire un’estetica brutalista si estende anche a nuove strutture per luoghi diversi dalle abitazioni e dagli uffici, come la Chiesa piramidale di San Giovanni Bono, alla periferia del quartiere di Sant’Ambrogio. L’iconografia di quegli anni per alcuni è tranchant nel razionalizzare forme e materiali, riducendo all’essenziale, in cui la sottrazione di ogni orpello rivela l’autenticità, nella più concreta lezione modernista in cui “less is more”.
Lanfranchi e Melzi sono in continuità concettuale con questa visione, ricercando un’autenticità fatta di solidità e concretezza, di studio e di professionalità, recuperando qualità che i tempi non sempre assecondano, come l’inclinazione per una certa eleganza, non solo estetica, ma riferita soprattutto a un atteggiamento e a un modo di porsi nei confronti della contemporaneità. Eleganza restituita sui canali di comunicazione nella scelta formale di sottrarre l’arte allo sguardo diretto del pubblico (in controtendenza con la cultura della sovraesposizione), che invece si conclude all’interno dello spazio più riservato e discreto della galleria, rispettando le necessità di una clientela esigente.
L’arte, quindi, non è esposta ma rivelata attraverso modalità diverse, producendo contenuti che hanno lo scopo di raccontare con un linguaggio ricercato ma incisivo le sue dinamiche e i suoi protagonisti. Contenuti editoriali con libri a tiratura limitata, completamente slegati dal formato tipologico del catalogo e che si configurano come oggetti da collezione; film che sono la sintesi tra un’espressività cinematografica e documentaristica e eventi culturali destinati a un pubblico sempre più eterogeneo.
Un programma di appuntamenti che coinvolge professionisti di diversi settori, dando spazio anche ai giovanissimi, come dimostra la prima produzione del film di lancio (il 25 novembre) della campagna di comunicazione: “EPILOGO (Atto III)” diretto da Ruben Cantú Rajnoldi. Girato tra la sede di Via Bigli e alcune architetture che fanno parte del campionario visivo di Lanfranchi e Melzi, incarna la dimensione drammatica dei personaggi di Antonioni e delle fotografie di Mulas e Orsi in bianco e nero. Tra architetture e interni modernisti, figure solitarie come l’uomo colto di spalle davanti a una macchina da scrivere e la presenza del libro di Novalis, l’atmosfera tormentata si amplifica nelle sonorità del jazzista Terence Blanchard, con un pezzo struggente composto a seguito dell’uragano Katrina per il documentario di Spike Lee “When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts”, del 2006.
Il primo appuntamento (gratuito e con ingresso libero) è previsto per oggi 10 dicembre 2025, alle 18:30, con un progetto sonoro: Red on Blue, affidato a un gruppo di musicisti che interpreteranno le sfumature della musica jazz con suoni emotivamente coinvolgenti, modulati tra vibrazioni più tranquille e più ritmiche.
Incontro Lanfranchi e Melzi qualche settimana fa, verso sera, nello spazio di Via Bigli, in cui mi raccontano come nasce il progetto NOTTE. Quando esco è già buio. Sfuggo dai percorsi caotici preferendo le vie più isolate che sono solita percorrere, camminando lungo il viale alberato a fianco ai palazzi eleganti. In lontananza lo sguardo intercetta lo scheletro di una delle torri moderniste, ma devierò prima senza arrivarci. Rallento il passo e ritrovo l’atmosfera drammatica della notte che si avvicina con le sue luci e i suoi silenzi, in una città apparentemente solitaria.


