Art Basel 2025: tra vendite milionarie, collezionisti consapevoli e il successo inaspettato delle bambole Labubu

Art Basel 2025 ha dato il via alla sua anteprima VIP martedì 17 giugno, trasformando come ogni anno la cittadina svizzera adagiata lungo le rive del Reno nel principale polo d’arte contemporanea del globo. La mega-fiera, l’ultimo grande appuntamento prima della “sonnolente” estate, è tornata per la sua 56a edizione sfoggiando numeri importanti. Le gallerie che hanno preso il via sono state 289 (in aumento rispetto alle 285 dello scorso anno), provenienti da 42 paesi, e hanno attirato ben 88mila visitatori.

Nonostante i numeri notevoli, è stata l’atmosfera all’interno dei padiglioni e la frizzante energia che si respirava in città a dare un’idea concreta della continua vitalità e influenza della madre di tutte le fiere.

Mercoledì sera, con la conclusione delle giornate VIP, i primi indicatori hanno suggerito una performance solida, seppur non ben delineata e chiara per tutti i player. Le vendite a sette cifre sono proliferate, sebbene l’assenza di un’atmosfera di acquisti frenetici abbia segnato un netto cambiamento rispetto agli anni precedenti. Le conversazioni sul campo hanno suggerito una base di collezionisti sempre più informata e consapevole. Le vendite non si sono limitate al segmento blue-chip: molte gallerie giovani hanno registrato un forte coinvolgimento sia da parte di collezionisti nuovi che affermati.

Ma andiamo con ordine.

Mid November Tunnel di David Hockney

Partiamo dall’opera più preziosa ad esser stata venduta durante quest’ultima edizione della fiera: “Mid November Tunnel” (2006) di David Hockney, venduto da Annely Juda Fine Art per una cifra compresa tra i 13 e i 17 milioni di dollari.

Stando alle dichiarazioni delle gallerie, a tutti i livelli hanno registrato vendite sostenute. Importanti opere di David Hockney, Gerhard Richter, Keith Haring e Ruth Asawa hanno trovato acquirenti. Le composizioni dinamiche di Mark Bradford hanno mantenuto un buon andamento, mentre le opere di Cecilia Vicuña, Loie Hollowell e Alina Szapocznikow hanno attirato attenzione e interesse istituzionale.

Le mega-gallerie hanno registrato una crescita prevedibile, con David Zwirner che si è aggiudicato due delle transazioni più importanti della fiera: una scultura di Ruth Asawa del 1955 per 9,5 milioni di dollari e un dipinto di Gerhard Richter per 6,8 milioni di dollari. Il gallerista tedesco ha venduto anche due nuovi dipinti di Dana Schutz per 1,2 milioni di dollari e 850.000 dollari.

Agnes Martin, Untitled #5, 2002. © Martin Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York. Courtesy of Pace Gallery.

Pace ha venduto “Untitled #5” (2002) di Agnes Martin a oltre 4 milioni di dollari. Il dipinto è stato venduto privatamente e non era appeso sulle pareti dello stand.
“Homme à la pipe assis et amour” (1969), sempre da Pace, valutato 30 milioni di dollari, e un’opera di Joan Mitchell valutata tra i 15 e i 20 milioni di dollari sono stati opzionati, a dimostrazione di un appetito costante per le opere trofeo, seppur a un ritmo misurato.

Da Gagosian hanno dichiarato “eccezionali vendite a tutte le fasce di prezzo”, tra cui una scultura di Jeff Koons per un prezzo non dichiarato ma a “sette cifre”. La Gladstone Gallery, che si trovava ad affrontare la prima Basel senza Barbara, ha registrato un andamento positivo, vendendo un Haring del 1983 per 3,5 milioni di dollari, un acrilico di Sigmar Polke per 1,75 milioni di dollari e “Lillies 11” (2025) di Alex Katz per 1,2 milioni di dollari.

Georg Baselitz è stato uno degli artisti più richiesti, con White Cube e Thaddaeus Ropac che hanno venduto opere importanti per oltre 2 milioni di euro ciascuno.

Georg Baselitz
Hier jetzt hell, dort dunkel dunkel, 2012
Thaddaeus Ropac

Thaddaeus Ropac ha espresso sorpresa per il ritmo delle vendite, viste le recenti turbolenze geopolitiche, economiche e i tiepidi risultati delle aste primaverili newyorkesi. La galleria austriaca ha venduto “Hier jetzt hell, dort Dunkel Dunkel” (2012) di Baselitz per 1,8 milioni di euro, “Playmate” (1966) di James Rosenquist per 1,8 milioni di dollari a un’istituzione europea e “Lipstick (Spread)” (1981) di Robert Rauschenberg per 1,5 milioni di dollari.

Tra le prime vendite di White Cube figurano “Oh ho, siamo ritornati, am deutschen Wesen, Weltgenesungsbild” (2023) di Baselitz, venduto a 2,2 milioni di euro, “Red Birds” (2022) di Cai Guo-Qiang per 1,2 milioni di dollari e “In God We Trust” (2025) di Danh Vō, a 250.000 euro.

Quest’anno il ritmo della fiera è apparso palpabilmente diverso. Opere che sarebbero sparite all’istante nelle edizioni passate risultavano ancora disponibili il terzo giorno. Questo clima è stato attribuito alla diminuzione dei collezionisti statunitensi.

Infatti alcune delle opere più preziose sono rimaste invendute.
L’opera di punta di Hauser & Wirth, un Rothko del 1962, “No. 6/Sienna, Orange on Wine”, è stata esclusa dai materiali pre-fiera e il suo prezzo non è stato rivelato.
Allo stesso modo, “Mousquetaire à la Pipe” (1968) di Pablo Picasso è rimasto in sospeso.
Tuttavia, la galleria ha venduto due nuove tele di Mark Bradford a 3,5 milioni di dollari ciascuna, due importanti tele di George Condo a 2,4 milioni di dollari, “Kritiko Spiti” (1974-75) di Jack Whitten per 2 milioni di dollari e “Couple” (2002) di Louise Bourgeois per 1,9 milioni di dollari.

Anche il carattere sempre più regionale di Basilea ha avuto un ruolo. Proprio come Miami è più latinoamericana e Hong Kong più asiatica, l’edizione svizzera di quest’anno ha avuto un’atmosfera decisamente europea.

Le gallerie più “piccole”, che piccole non sono, hanno ottenuto risultati incoraggianti.
Karma ha venduto “The Smoke” (2017) di Matthew Wong per 1,2 milioni di dollari e “A Sicilian snake” (2025) di Andrew Cranston per 250.000 dollari.
Edel Assanti ha esaurito lo stand di Lonnie Holley. Perrotin ha segnalato il tutto esaurito per Genesis Belanger e Izumi Kato.La Stephen Friedman Gallery ha dichiarato di aver venduto più di 15 opere, guidate dalla presenza di nomi storicizzati.

Nel frattempo, il successo inaspettato della fiera non è stato un dipinto o una scultura, ma le bambole Labubu. Un mostro in edizione limitata, realizzato in collaborazione tra l’artista di Hong Kong Kasing Lung e Art Basel, ha attirato folle in delirio allo shop fieristico già nelle prime ore del lunedì.

Art Basel, la più prestigiosa tra le fiere d’arte di alto livello, potrebbe aver generato più nervosismo rispetto al passato, a causa del rallentamento nella fascia alta del mercato dell’arte (evidenziato dalle aste poco brillanti del mese scorso a New York).
La presenza statunitense è stata argomento centrale, ma i galleristi hanno minimizzato le preoccupazioni sulla concorrenza di Parigi.

Questa è la fiera dei capolavori, che riuniti in un unico spazio attraggono pubblico da tutto il mondo. L’atmosfera sul campo è stata fiduciosa ma non compiaciuta, con la diffusa sensazione che il mondo dell’arte, come la fiera stessa, continui a evolversi, ampliando la propria portata e ridefinendo il concetto di fiera d’arte.

Art Basel si dimostra ancora una volta barometro del mercato dell’arte globale e catalizzatore del dialogo culturale contemporaneo. Questa duplice funzione sarà difficile da strapparle, ma Parigi ci proverà – nonostante in città circolasse il mantra:
“A Basilea si viene per la fiera. Parigi è una distrazione.”

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