Art Bites: Perché Chris Burden ha chiesto a un amico di sparargli?

Quanto sei disposto a sacrificare per l’arte? L’artista performativo di Los Angeles, Chris Burden, diventò famoso per aver risposto a questa domanda in modo piuttosto estremo: si fece sparare in nome dell’arte. Il suo “Shoot” del 1971, una performance scioccante catturata su pellicola Super 8, non solo alimentò il movimento dell’arte corporea e ispirò artisti come Marina Abramović, ma generó anche un’ondata di polemiche, in parte a causa di un imprevisto nella mira del suo amico.

Nato nel 1946, Burden crebbe vagabondando tra Boston, Francia e Italia. Come sottolineato in un documentario del 2016, Burden non scelse la performance artistica, ma nacque con essa. Dopo un incidente con un motorino alle isole di Elba, sviluppò il suo interesse per l’arte durante un periodo di convalescenza dovuto a un intervento chirurgico d’emergenza. Conseguì una laurea in arti visive, fisica e architettura al Pomona College nel 1969 e un MFA presso l’Università della California, Irvine nel 1971.

Durante il suo periodo all’Università della California, Burden divenne il centro di attenzione del campus, rinchiuso in un armadietto per cinque giorni con solo acqua potabile e un rudimentale bagno. Il 19 Novembre 1971, alle 19:45, Burden organizzò “Shoot” alla Galleria F-Space, che lui e alcuni studenti MFA, tra cui l’artista performativo Barbara T. Smith, avevano inaugurato nell’area industriale di Santa Ana.

In quell’occasione, scelse un amico, Brice Dunlap, per indossare un abbigliamento austero come il suo, posizionarsi a 15 piedi di distanza e sparargli con un fucile calibro .22. La performance, di taglio politico, poneva l’accento sulla diffusione delle armi in America e sulla brutalità della guerra del Vietnam. Tutti i presenti assistettero, nessuno intervenne.

Dunlap avrebbe dovuto ferire solamente di striscio l’arto di Burden, ma il tiro fu centralizzato, attraversando letteralmente il braccio dell’artista. Il dolore paragonabile“a un camion che colpisce il braccio a 130 km/h”. A dispetto di tutto, Burden conservò la freddezza, lasciando la scena dopo soli otto secondi. Il fatto provocò molte controversie e catapultò Burden agli occhi del mondo artistico.

Per gli eventi successivi, Burden rimase marchiato come “masochista”, termine che fu rafforzato da episodi altrettanto problematici. Per esempio, nel 1972 per “Trans-Fixed”, Burden si crocifisse su una Volkswagen, mentre per “Through The Night Softly” dell’anno successivo, rotolò su pezzi di vetro.

Nonostante l’impronta provocatoria, nessuna delle sue opere subsequenti provocò lo stesso clamore di “Shoot”, l’esibizione che risonò in tutto il mondo dell’arte. Chris Burden, tra trasgressione, simulazione di violenza estrema e autotortura, rimane una delle icone più discusse dell’arte contemporanea, con un fascino che, a cinquant’anni dallo shot heard around the art world, non sembra affatto destinato a diminuire.

Attraverso queste righe, vogliamo offrire uno spunto di riflessione: quanta sofferenza siamo disposti a sopportare e quanta violenza siamo disposti ad accettare in nome dell’arte e della libertà di espressione? Questo è l’interrogativo che continua a risuonare dall’opera di Chris Burden, una domanda che continua a spingerci verso una riflessione più profonda sul significato stesso dell’arte.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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