Sulle tavolozze dell’idealismo e dell’innovazione artistiche, il colore ha sempre giocato un ruolo di primissima linea, trasfigurando le realtà tangibili in un universo parallelo di simbolismi e suggestioni. Il movimento artistico dell’Orphism, un fenomeno affascinante del XX secolo, è una delle propaggini più avvaloranti di questa transizione dal visibile all’invisibile, dal tangibile all’etereo e dalla poesia alla pittura.
Così come accaduto per altre correnti artistiche significative quali l’Impressionismo, il Fauvismo e il Cubismo, l’Orphism non fu etichettato dagli artisti stessi, ma da un critico. Fu il poeta Guillaume Apollinaire, nel 1912, a vedere i dipinti di Robert Delaunay e a compararli all’antico eroe greco Orfeo, noto per la sua poesia e musica, talmente belle da incantare chiunque le ascoltasse. Apollinaire vide quindi nei lavori di Delaunay e di sua moglie, Sonia Terk, un potere altrettanto avvolgente, ma con una qualità distintivamente musicale.
Al Salon de La Section d’Or nel 1912, il poeta esaltò l’Orphism definendolo “l’arte di dipingere nuove totalità con elementi che l’artista non prende dalla realtà visiva, ma crea interamente da solo”. Tale definizione avrebbe inaugurato un’intera forma d’arte, radicata nell’approccio modernista di una coppia di artisti radicali.
Sonia Terk e Robert Delaunay si incontrarono a Parigi nel primo decennio del 1900. Lei era studentessa all’Accademia della La Palette, lui un giovane artista attivo. Sposatisi nel 1911, insieme svilupparono l’Orphism, stile noto per i suoi piani di colore piatto, cerchi concentrici e curve astratte; forme riconoscibili che scomparivano parzialmente o completamente dalle loro composizioni, mentre gli artisti focalizzavano la loro attenzione sull’armonia e l’equilibrio tra colori e forme. Le tonalità scelte dagli artisti erano accostate in combinazioni paragonabili a note combinate per formare accordi musicali.
La sua radice stilistica proveniva dal Cubismo, sviluppato da Picasso e Braque nel 1907, ma l’Orphism può essere detto di aver avuto origine in maniera più domestica. Sonia, nel 1911, realizzò una coperta patchwork per il figlio neonato, Charles, composta da 70 pezzi di stoffa triangolari e rettangolari, ispirandosi a ciò che aveva visto nelle case dei contadini russi. Entrambi i Delaunays erano affascinati dalla teoria dei colori e Robert era particolarmente interessato ai lavori del chimico francese Eugène Chevreul, che esplorò gli effetti dei colori contrastanti nell’occhio.
Il postulato di Apollinaire secondo il quale le opere Orfistici “dovrebbero trasmettere un piacere estetico imperturbabile, una struttura significativa e una sublime significatività”, risuona qui perfettamente. Calliope, Musa della poesia epica, ed Euterpe, Musa della musica, sembrano convergere, ne “L’Artcore: Il Movimento Che Trasformò il Ritmo in Colore”, riunendo in un singolo ritmo visivo la poesia del colore e la melodia delle forme. E così, ogni volta che ci ritroviamo di fronte a un’opera Orfistica, possiamo, come Orfeo, avvicinarci un po’ di più al regno sotterraneo, e ascoltare la sua inestimabile musica visiva.
Sotto la brillante guida di Apollinaire, l’impresa Orfista risplende come un faro nel panorama artistico mondiale. Lascia un’enorme eredità che oggi continua a permeare le espressioni creative e i percorsi artistici contemporanei. L’arte moderna, in particolare, rimane indelebile debitrice nei confronti di questa corrente che ha trasformato il ritmo in colore, e la musica in immagini astratte. E, mentre le note dell’Orphism continuano a risuonare nelle opere dei pittori di tutto il mondo, possiamo solo ringraziarne i pionieri. Grazie Sonia, grazie Robert.



