Da Obey alla guerrilla art: arte, meme e contro-immaginario nell’America di Trump

Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il linguaggio del potere ha smesso ogni residua finzione democratica. La seconda presidenza Trump si è imposta come un’escalation continua: interventi a gamba tesa sulla cultura, smantellamento sistematico delle politiche di inclusione, deportazioni di massa, criminalizzazione dell’immigrazione, pressioni dirette su università e istituzioni culturali, tentativi reiterati di manipolare il consenso e il processo elettorale. A tutto questo si è aggiunta una violenza resa sempre più esplicita, spettacolarizzata, rivendicata: quella dell’ICE, trasformato in braccio armato ideologico, con operazioni che hanno assunto i contorni di una repressione paramilitare portata fin dentro le strade di Minneapolis.

Ma se la brutalità fisica è diventata una costante, ciò che davvero segna questa epoca è il modo in cui la propaganda e la narrazione si fondono con il potere stesso. La comunicazione ufficiale della Casa Bianca non è più sobria, né istituzionale: assomiglia sempre di più a una sezione distaccata dei forum estremisti di Internet. Meme estremisti, video contro i migranti, immagini generate con intelligenza artificiale, post satirici e provocatori o autocelebrativi non sono più episodi marginali, ma parte strutturale della comunicazione politica. I profili social istituzionali — da quello ufficiale della Casa Bianca a quello battezzato Rapid Response 47 — funzionano come armi di saturazione dell’informazione: pubblicano centinaia di contenuti al giorno pensati non per informare, ma per dominare la narrazione. Contenuti che mirano a creare un universo informativo parallelo, dove l’anti-verità non è un errore, ma una struttura. Meme che celebrano la violenza, che ridicolizzano l’umanità dei migranti, che trasformano la repressione in intrattenimento, che dipingono Trump come eroe invincibile: tutto raccontato con la stessa logica che guida i videogiochi, i thread virali e gli scorci più beceri della cultura di Internet.ì

La nuova estetica del potere non si limita a manipolare la realtà: la sostituisce. Trump non parla come presidente, ma come avatar. Il mondo viene ridotto a uno schermo da scrollare, dove “nemici” e “cronache” si confondono in meme pensati per il massimo impatto visivo e emotivo, non per la verità. In questa cornice, l’immagine non è decorativa: è norma, legge e battaglia. È in questo clima di conflitto simbolico – dove ogni meme può legittimare un decreto, ogni immagine può giustificare un’azione di polizia, e ogni algoritmo può amplificare o soffocare la critica – che si inserisce la risposta visiva degli artisti, degli attivisti e delle comunità digitali. Grazie agli strumenti di intelligenza artificiale, oggi chiunque può intervenire direttamente nello spazio pubblico, restituendo al meme la sua potenza critica originaria: non più strumento di potere, ma arma di resistenza.

Questo pezzo nasce da qui. Dall’incrocio tra potere e contro-immaginario visivo. Dalla risposta degli artisti, del mondo dell’arte in generale, ma anche di graphic designer, fumettisti, attivisti e persone comuni che usano immagini, poster e meme per controbattere all’assalto visivo e simbolico della Casa Bianca trumpiana. Se il potere si auto-incorona tramite l’immagine, l’arte smonta quell’immagine e prova a mostrare il rovescio del suo potere. Ed è proprio da questa faglia che parte il primo segnale netto: non un manifesto istituzionale, ma un’opera di Shepard Fairey.

Obey: Lady Liberty in manette

Lady Liberty con le mani ammanettate. Lo sguardo frontale, severo. Sopra, una frase che pesa come una sentenza: It can’t happen here. Il nuovo poster di Shepard Fairey è una denuncia diretta, senza mediazioni, contro la deriva autoritaria degli Stati Uniti e contro le violenze dell’ICE esplose, ancora una volta, a Minneapolis. Il riferimento non è casuale. It Can’t Happen Here è il titolo del celebre romanzo distopico di Sinclair Lewis (1935), che immaginava l’ascesa di un dittatore fascista negli Stati Uniti. Un libro nato come monito e oggi tornato a essere, inquietantemente, una chiave di lettura del presente.

Fairey (per chi non se lo ricordasse, lo stesso artista che nel 2008 aveva dato un volto grafico alla speranza con il poster Hope per Obama) ribalta qui ogni residuo ottimismo. La Statua della Libertà, simbolo fondativo dell’identità americana, non accoglie più: è immobilizzata, privata della sua funzione, ridotta a ostaggio. Non spezza più le catene, le subisce. Nel testo che accompagna l’opera, Fairey ricorda come la statua, donata dalla Francia nel 1886, fosse pensata per celebrare libertà, democrazia e fine della schiavitù, diventando nel tempo il primo segno visivo di speranza per milioni di immigrati in arrivo a Ellis Island. Valori che — sotto l’attuale amministrazione — vengono sistematicamente svuotati e contraddetti da politiche di repressione, deportazione e negazione dei diritti fondamentali. “La Statua della Libertà”, scrive infatti sul suo profilo instagram l’artista, “presenta catene spezzate ai suoi piedi, a simboleggiare la libertà e la fine della schiavitù. Posizionata vicino a Ellis Island, divenne anche un potente simbolo di speranza e accoglienza per milioni di immigrati in arrivo in America. Sotto l’attuale amministrazione, tutti questi valori vengono minati e la volontà del popolo viene ignorata da un presidente che vuole essere un dittatore o un re”.

Del resto, questo intervento di Obey non è certo un episodio isolato. Già durante i disordini di Los Angeles del 2025, sempre legati agli interventi dell’ICE, Fairey aveva prodotto un poster durissimo: un ragazzo insanguinato schiacciato a terra da anfibi militari, con la scritta They show brutality in response to protest against their brutality. Un cortocircuito visivo che smascherava la logica circolare della violenza istituzionale. Il nuovo lavoro – andato sold out in poche ore — conferma come l’arte di Fairey continui a muoversi sul confine tra attivismo e iconografia popolare. Non illustra il potere: lo accusa e lo inchioda alle sue contraddizioni. E lo fa usando gli stessi strumenti della propaganda – semplicità, ripetizione, riconoscibilità – ma ribaltandone il segno. In un’America in cui il potere si autorappresenta come invincibile, tecnologico, salvifico, Lady Liberty in manette diventa un’immagine-chiave: non una metafora astratta, ma una presa di posizione netta. La libertà non è un dato acquisito. È qualcosa che può essere tolto. E che, oggi, viene tolto sotto gli occhi di tutti.

Am I Next? L’arte pubblica contro la repressione

Ogni sera, nel cuore di downtown Los Angeles, mentre il traffico della 101 scorre senza tregua, sui fianchi dei palazzi appaiono volti. Grandi, frontali, in bianco e nero. Accanto a ciascuno, una domanda che non lascia scampo: Am I Next? Non è uno slogan. È una minaccia resa visibile. È la traduzione visiva di ciò che, sotto la seconda presidenza di Donald Trump, è diventato un dato strutturale della vita quotidiana per milioni di persone.

Am I Next? è un progetto di protesta artistica pubblica nato a Los Angeles in risposta ai raid federali e alla militarizzazione della politica migratoria. Tre istituzioni – la California Community Foundation, LA Plaza de Cultura y Artes e il Japanese American National Museum – hanno trasformato le proprie facciate in superfici di accusa civile, proiettando ritratti monumentali di cittadini comuni: volti ripresi frontalmente, senza contesto narrativo, senza azione. Persone prelevate dagli agenti dell’ICE mentre aspettavano un autobus, andavano al lavoro o lavoravano, erano a casa con i figli, pranzavano durante una pausa. Sotto alcuni volti compare una seconda parola, ancora più secca: Taken. Preso. Mauricio, alla fermata dell’autobus. Rosalina, in casa con i bambini. Juan, in pausa pranzo dal cantiere. La forza del progetto sta tutta qui: non mostra l’arresto, non spettacolarizza la violenza, non indulge nell’orrore. Mostra l’istante prima. L’attimo in cui chiunque potrebbe essere sottratto allo spazio pubblico e alla tutela costituzionale. La domanda non riguarda più solo i migranti. Diventa universale: se i diritti possono essere sospesi per alcuni, chi è davvero al sicuro?

In una città in cui quasi metà della popolazione è latina, la campagna rende visibile un clima di paura diffusa e normalizzata. Non si tratta più di “immigrazione” come tema astratto, ma di una trasformazione profonda della vita urbana: persone che portano con sé il passaporto anche se cittadine statunitensi, quartieri svuotati, negozi evitati, case che diventano rifugi. L’idea stessa di spazio pubblico come luogo neutro viene erosa. Alcuni dei volti proiettati sono noti, come Edward James Olmos, attore e storico attivista per i diritti civili della comunità latino-americana, e George Takei, sopravvissuto all’internamento dei giapponesi-americani durante la Seconda guerra mondiale; ma la maggior parte appartiene a residenti comuni, incontrati nei quartieri di East LA, Venice, Echo Park. La scelta è precisa: non costruire eroi, ma esporre la vulnerabilità come condizione condivisa.

Il luogo non è secondario.Il Japanese American National Museum, oggi utilizzato come schermo per le proiezioni, sorge a Little Tokyo, nell’area da cui nel 1942 migliaia di cittadini giapponesi-americani di Los Angeles furono registrati, radunati e deportati verso i campi di internamento. Le stesse logiche di sospensione dei diritti, di deumanizzazione, di paura razzializzata tornano a manifestarsi sotto nuove forme, ma con inquietante continuità. In parallelo, a pochi isolati di distanza, LA Plaza de Cultura y Artes ospita We Belong Here: oltre trenta opere digitali e installazioni luminose di artisti locali che rivendicano appartenenza, dignità, giustizia. Non decorazione urbana, ma una presa di parola collettiva che occupa lo spazio visivo della città contro la narrazione dominante.

Am I Next? funziona come un contro-meme radicale. Non ironizza, non semplifica, non cerca viralità facile. Usa gli stessi strumenti della propaganda – ripetizione, scala monumentale, impatto immediato – ma li svuota di cinismo. Dove la comunicazione trumpiana disumanizza e trasforma la repressione in intrattenimento, queste immagini restituiscono volto, nome, storia. È una risposta diretta alla normalizzazione dell’abuso. Un promemoria pubblico che, in un sistema dove l’arresto diventa contenuto e il meme diventa politica, la prima forma di resistenza è rendere visibile ciò che il potere vorrebbe rendere routine.

Proiezioni notturne e guerrilla art: VJayBombs

Sempre a Los Angeles, Il collettivo VJayBombs è noto per interventi di guerrilla projection che utilizzano la proiezione luminosa come strumento di critica politica immediata. Il gruppo, composto da registi, fotografi e musicisti, realizza azioni notturne non autorizzate su edifici pubblici e privati, combinando immagini ad alto impatto visivo e testi essenziali, pensati per essere letti in pochi secondi e documentati attraverso fotografie e video diffusi sui propri canali social.

All’indomani dell’uccisione a Minneapolis di Alex Pretti da parte di agenti della United States Border Patrol, VJayBombs ha proiettato su un edificio di Los Angeles l’immagine di un agente dell’ICE bendato che spara verso una serie di parole disposte ai suoi piedi: OUR children, OUR humanity, OUR democracy, OUR empathy, OUR community. L’agente, privato della vista, spara in modo automatico e indiscriminato, trasformando l’azione in una rappresentazione diretta della violenza esercitata contro persone e valori condivisi. L’opera, intitolata OUR, è stata diffusa rapidamente online come risposta visiva immediata ai fatti di Minneapolis.

Questa azione si inserisce in una serie più ampia di interventi che il collettivo dedica da tempo all’ICE, all’apparato di controllo federale e all’amministrazione Trump. Nei lavori documentati sul loro profilo Instagram ricorrono figure di agenti armati, simboli istituzionali deformati, immagini satiriche e slogan visivi che mettono in relazione repressione, propaganda e potere. Dopo l’uccisione di Renée Nicole Good, il gruppo aveva già realizzato ICE MACHINE: From Couch to K*ller, una proiezione che insisteva sulla trasformazione della violenza in procedura ordinaria, impersonale, automatizzata. Le projection bombs di VJayBombs non sono pensate per durare né per essere conservate: compaiono per poche ore, vengono fotografate, condivise e poi scompaiono. La città diventa così una superficie temporanea di esposizione politica, usata per reagire quasi in tempo reale agli eventi, senza passare da musei, gallerie o circuiti istituzionali.

T-shirt, slogan e micro-brand contro Trump e l’ICE

Negli ultimi mesi, accanto a poster, meme e installazioni pubbliche, è esploso online un mercato diffuso di abbigliamento politico anti-Trump e anti-ICE: t-shirt, felpe e gadget pensati per trasformare il corpo in superficie di protesta. Una produzione spesso artigianale, rapida, virale, che usa il linguaggio diretto del merchandising per veicolare messaggi di rifiuto e opposizione senza mediazioni.

Tra i micro-brand che hanno intercettato e rilanciato questa forma di dissenso quotidiano, Rodysewing occupa una posizione netta e riconoscibile. Non si presenta come marchio di moda, ma come laboratorio politico-artigianale: una quiet rebellion che passa da capi semplici, facilmente riproducibili, e da messaggi senza ambiguità. Le loro t-shirt e felpe evitano qualsiasi estetica sofisticata o concettuale, puntando invece su un linguaggio immediato, costruito per essere letto in un secondo. Ci sono le t-shirt testuali, ridotte all’osso: Fuck ICE ripetuto più volte in caratteri gotici, oppure ICE OUT, Abolish ICE, Close the Camps, slogan pensati per funzionare come scritte secche, leggibili subito, senza mediazioni. Altre magliette lavorano per accostamento ironico. La serie I’ll Take My Whiskey Neat Because Fuck ICE adotta l’estetica da etichetta vintage da distilleria: bottiglia, bicchiere, caratteri eleganti. Il messaggio arriva solo alla fine, come una battuta secca infilata in un contesto rassicurante. Stesso meccanismo nella versione sweatshirt, che amplifica il contrasto tra tono “da salotto” e contenuto politico.

Ci sono poi varianti più ironiche o indirette: giochi tipografici, slogan costruiti come battute secche, immagini che sembrano meme ma mantengono una struttura grafica pulita, quasi neutra. Rodysewing non punta sull’estetica shock fine a sé stessa, ma su accostamenti chiari, leggibili, ripetibili. Non c’è ricerca di ambiguità né di raffinatezza concettuale: il messaggio è esplicito, il riferimento politico dichiarato. L’obiettivo non è “convincere” ma dichiarare una posizione, renderla visibile, inserirla nel flusso ordinario delle relazioni sociali. In questo senso, le t-shirt di Rodysewing funzionano come segnali mobili: piccoli dispositivi di comunicazione politica che non chiedono legittimazione culturale e non aspirano a diventare icone, ma semplicemente a circolare, a essere indossati, a stare addosso ai corpi che attraversano lo spazio pubblico

Dentro questo stesso flusso visivo si inserisce anche il caso Robert De Niro. L’attore, da anni apertamente schierato contro Donald Trump, negli ultimi mesi ha rilanciato con forza la propria opposizione all’amministrazione, sostenendo le proteste No Kings e denunciando il sistematico spregio delle regole democratiche e il ricorso alla violenza politica. Proprio questa esposizione ha trasformato Robert De Niro – palesemente senza il suo consenso, rendendolo di fatto un testimonial involontario – in un’icona visiva del merchandising anti-Trump. In rete circolano numerose immagini che lo ritraggono mentre tiene in mano t-shirt con slogan espliciti come Fuck Trump o messaggi di resistenza. Tutte queste immagini non sono reali: si tratta di composizioni digitali, quasi sempre generate con strumenti di intelligenza artificiale, utilizzate per promuovere magliette e gadget politici. Il meccanismo è semplice: associare un volto celebre, già identificato con il dissenso, a un prodotto per aumentarne credibilità e diffusione. Non endorsement, ma appropriazione. De Niro diventa così un segno, un’immagine-garanzia del contro-Trump, arruolata dentro la stessa economia visiva che oggi governa la propaganda politica. Dalle T-shirt artigianali ai volti “clonati”, l’abbigliamento politico mostra come il conflitto simbolico passi anche dal consumo e dalla circolazione delle immagini. Un terreno ambiguo, dove opposizione e merchandising si sovrappongono, ma che restituisce con chiarezza una realtà: il dissenso non resta confinato ai discorsi o alle piazze, ma si manifesta anche attraverso ciò che si indossa.

Se si allarga lo sguardo oltre i micro-brand più strutturati, il panorama delle t-shirt anti-Trump che circolano online diventa rapidamente caotico, quasi enciclopedico. Ce n’è letteralmente per tutti i gusti e per tutti i registri: dall’insulto diretto (Fuck Trump, Donald Dump, Tuck Frump) alla satira grafica più elaborata, dai clown presidenziali ai poster in stile propaganda anni Quaranta, dalle parodie elettorali (Elect a clown, Expect a Circus) alle T-shirt che imitano i linguaggi della musica, del punk, del metal o del merchandising sportivo. Alcune funzionano come battute fulminee – una frase, un font aggressivo, fine – altre accumulano simboli, bandiere, aquile, slogan patriottici ribaltati fino al grottesco. C’è chi gioca sul sarcasmo “educato” (Hate Never Made Any Nation Great), chi sulla provocazione esplicita, chi sull’appropriazione storica (Antifa 1945), chi sulla graphic novel, chi sul meme da social tradotto in stampa tessile.

È un universo disordinato, spesso kitsch, a volte ripetitivo, ma proprio per questo rivelatore: la protesta non cerca uno stile dominante, si frammenta, si moltiplica, si adatta ai linguaggi più disparati. Ogni maglietta sembra rispondere a un pubblico diverso, a un contesto diverso, a un grado diverso di rabbia, ironia o stanchezza politica. Non c’è una linea curatoriale, c’è una proliferazione. E in questa proliferazione, la moda diventa un terreno di sfogo immediato, dove il dissenso prende la forma più semplice possibile: una frase, un’immagine, un corpo che la indossa.

Non sorprende, allora, che questo immaginario dal basso trovi un’eco anche in contesti apparentemente lontani, come le passerelle dell’alta moda. A chiudere idealmente questo capitolo sulla moda anti-Trump e anti-ICE arriva infatti il gesto di Willy Chavarria, lo stilista statunitense di origine messicana noto per intrecciare moda e attivismo. Durante la sua sfilata Spring/Summer 2026 a Paris Fashion Week, Chavarria ha aperto lo show con un momento deliberatamente politico: 35 uomini dal capo rasato, vestiti con t-shirt bianche oversize e pantaloncini, sono entrati in fila sul red carpet e si sono inginocchiati con le mani dietro la schiena, ricreando visivamente le immagini dei migranti detenuti senza processo in centri come quelli in El Salvador dopo essere stati catturati dall’ICE negli Stati Uniti. Le magliette stesse, prodotte in collaborazione con l’American Civil Liberties Union (ACLU), portavano la dicitura “The ACLU dares to create a more perfect union – beyond one person, party, or side”. Il gesto non era un dettaglio estetico, ma una riferimento diretto alle retate e alle deportazioni di immigrati in corso, con l’intento dichiarato di evidenziare la deumanizzazione che queste operazioni comportano. La sequenza iniziale – corpo inginocchiato, capo rasato, t-shirt bianca e un brano malinconico in sottofondo – ha colpito molti spettatori proprio perché richiamava iconografie reali di detenzione e controllo sociale, trasformando la passerella in un atto di denuncia visiva.

Dalle T-shirt vendute online alle collezioni presentate a Parigi, il messaggio resta lo stesso, ma cambia scala, pubblico, dispositivo. E conferma come, oggi, la moda sia diventata uno dei luoghi in cui il conflitto politico non viene solo raccontato, ma messo in scena.

Trump crocifisso: Saint or Sinner di Mason Storm

La stessa iconografia che circola tra meme, moda e merchandising politico trova una formulazione ancora più esplicita nell’arte visiva. È il caso di Saint or Sinner, la scultura di Mason Storm presentata a Basilea, che raffigura Donald Trump crocifisso, adottando senza mediazioni uno dei simboli più potenti della tradizione cristiana. L’opera mostra Trump inchiodato a una croce lignea, con un forte realismo anatomico e tratti somatici immediatamente riconoscibili; al posto dell’iconografia sacra tradizionale, Trump indossa una tuta arancione da detenuto, richiamo diretto all’ipotesi (ed evidentemente alla speranza) di un suo arresto e punizione esemplare.

Il titolo, Saint or Sinner, non indica una lettura univoca ma mette in scena una tensione: martire o colpevole, vittima o responsabile. La crocifissione diventa così un dispositivo visivo per interrogare il culto della personalità che Trump ha alimentato, soprattutto presso una parte del suo elettorato, dove il linguaggio politico si è spesso intrecciato con quello religioso. “Trump è incredibilmente divisivo e polarizzante”, scrive l’arista nel post di Instagram col quale ha presentato l’opera. “Con quest’opera mi chiedevo/mi chiedo: è il salvatore o il distruttore, il santo o il peccatore? Ho la mia opinione, tuttavia la risposta e il titolo dell’opera dipendono dall’acquirente, santo o peccatore? Decidete voi!”. La presentazione a Basilea ha suscitato reazioni contrastanti, tra accuse di blasfemia e difese in nome della libertà artistica. Proprio questa frattura è parte integrante del lavoro: l’opera non offre una risposta, ma espone il meccanismo con cui il potere politico viene sacralizzato, trasformato in immagine assoluta, sottratta alla complessità del giudizio. In continuità con meme, t-shirt e passerelle, Saint or Sinner mostra come anche l’arte contemporanea reagisca alla presidenza Trump scegliendo immagini dirette e polarizzanti. Non un’analisi argomentata, ma una figura che colpisce prima ancora di essere interpretata, pensata per abitare lo spazio espositivo e, insieme, quello del conflitto simbolico.

Artisti in rete contro le retate dell’ICE a Los Angeles

Ancora prima della tragica escalation che avrebbe poi portato ai fatti di Minneapolis, e agli omicidi a freddo di civili innocenti come Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti da parte di agenti federali durante operazioni legate alle retate dell’ICE e delle forze di frontiera, il mondo dell’arte aveva già iniziato a mobilitarsi contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Nell’estate scorsa, a Los Angeles, fotografi, artisti visivi, illustratori e performer hanno risposto alle retate con iniziative concrete di sostegno e raccolta fondi. Un primo snodo è stata la mostra collettiva The Land Will Always Remember Us, organizzata dall’artista e fotografa Thalía Gochez presso Amato Studio, a Mid-City. Oltre trenta artisti, dagli Stati Uniti e dal Messico, hanno partecipato con fotografie, dipinti e sculture dedicate alle storie della diaspora latina. L’allestimento – piñatas, fiori, un mercadito improvvisato – è stato pensato per restituire un senso di comunità in una città segnata dalla paura. La vendita delle opere ha raccolto fondi destinati a organizzazioni di assistenza legale e difesa dei lavoratori migranti.

“Este Hogar no le abre la puerta a I.C.E.” reads a card designed by Ernesto Yerena Montejano. (Amelia Tabullo)

A questa prima risposta si è affiancata Abolish ICE Mercado de Arte, la doppia iniziativa curata da Erika Hirugami, che in due tappe (Chinatown e LA Plaza de Cultura y Artes) ha coinvolto centinaia di artisti tra Stati Uniti e Messico. Mercato d’arte, performance, poesia e laboratori hanno convissuto in un formato pensato per finanziare direttamente reti di supporto come CHIRLA e altre realtà di base. In parallelo, la vendita di stampe ha sostenuto venditori ambulanti impossibilitati a lavorare durante le operazioni federali. L’arte è tornata anche nello spazio della protesta. L’artista Patrick Martinez ha distribuito cartelli fluorescenti con scritte come Deport ICE e Then They Came for Me durante le manifestazioni anti-ICE a Los Angeles; gli stessi slogan sono poi entrati in circuiti museali, con opere esposte al Whitney Museum of American Art, mentre parte dei proventi delle vendite è stata destinata a organizzazioni per i diritti degli immigrati.

Un ruolo centrale lo ha avuto la satira visiva. Il fumettista Lalo Alcaraz ha prodotto immagini e poster direttamente legati ai raid — da Summer of ICE fino ai manifesti Free David Huerta e Show ICE La Puerta! — riutilizzati poi nei cortei sindacali. In questi casi l’opera nasce già come strumento di mobilitazione, pronta a essere ristampata e condivisa.

Accanto a mostre e stampe, anche la performance ha trovato spazio. Kiyo Gutiérrez Trapero ha realizzato un’azione lungo il letto del fiume Los Angeles, componendo con ghiaccio e terra la scritta No human is illegal: un gesto temporaneo, destinato a sciogliersi, che ha usato materiali fragili per richiamare la precarietà delle vite colpite dalle politiche migratorie.

Nel loro insieme, queste iniziative mostrano una risposta articolata e coordinata: l’arte non come commento a posteriori, ma come strumento immediato di supporto, raccolta fondi e visibilità, capace di muoversi tra studio, strada, mercato e museo senza soluzione di continuità. Speriamo che sia solo un inizio, per ridare all’arte un ruolo di azione concreta anche nello spazio pubblico e sociale.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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