Arte partecipata e trasformazione sociale: il progetto di Società Dolce ad Art City Bologna 2026

Presentato nell’ambito di Art City Bologna, un progetto innovativo che coinvolge artisti di prim’ordine e cittadini in un dialogo creativo condiviso.

L’arte come strumento di trasformazione sociale, capace di uscire dai confini istituzionali di musei e gallerie per immergersi nel tessuto vivo della città. Un’arte che dialoga con le persone, si lascia attraversare dalle relazioni e, proprio in questo scambio, contribuisce a costruire nuovi legami comunitari e immaginari condivisi.

È quello che è avvenuto a Bologna, nei giorni dell’Art Week che ruota intorno ad Arte Fiera, grazie alla cooperativa sociale Società Dolce che, per Art City 2026, ha aperto le porte della sua sede in via Cristina da Pizzano al grande pubblico per un’esposizione unica nel suo genere. Tutte le opere, infatti, sono state realizzate, negli ultimi dieci anni, dagli artisti in collaborazione con i soci della cooperativa che hanno avuto un ruolo attivo e non solo partecipativo nel processo creativo.

L’esperienza artistica di Società Dolce”, ci racconta Pietro Segata, Presidente Società Dolce, una realtà che vanta oltre quarant’anni di lavoro sul territorio, “nasce come un percorso innovativo di analisi sull’attuale condizione dei valori simbolo della cooperazione, con un progetto artistico rivolto al grande pubblico, per trasmettere questi tratti caratteristici del cooperatore. L’arte contemporanea, l’arte partecipata, svolge perfettamente questo compito, attraverso una contaminazione culturale fra l’artista e, nel nostro caso, le socie e i soci. L’arte usa un linguaggio lontano dalla cooperazione ma estremamente efficace, perché immediato e di impatto, esteticamente attrattivo, ma al tempo stesso stimolo per pensare, lasciarsi trasformare da ciò che si guarda. L’arte è cultura e il motto di Società Dolce è “la cultura del fare insieme”.

In mostra le opere permanenti di Giuseppe Stampone, Stefano Arienti, Eugenio Tibaldi e le installazioni temporanee di Gabriele Picco e Davide Rivalta, la street art di Marco Réa e Daniele Tozzi. Opere che nascono da vissuti reali, spesso complessi, come Il Pilastro di Eugenio Tibaldi, esposta al secondo piano della sede: una colonna realizzata con materiali di scarto dai ragazzi del quartiere Pilastro, alla periferia di Bologna.

A questa installazione fa da ideale contrappunto l’altro lavoro in mostra dell’artista, Inclusio, composto da tredici selfie scattati da altrettanti cooperatori e da uno speciale tavolo da riunione, anch’esso costruito con materiali di recupero provenienti da scuole e istituzioni cittadine. Un’opera che invita chi vi si siede a ricordare come ogni decisione, anche la più banale, abbia conseguenze sulle vite di altre persone.

Giuseppe Stampone, L’Abecedario

Anche Stefano Arienti presenta un’opera dal forte valore simbolico, T-essere: dodici immagini fotografiche scelte dai soci della cooperativa e rielaborate come un puzzle visivo da scomporre e ricomporre, estendendo l’idea stessa di cooperazione anche al momento espositivo. Molto coinvolgente anche l’opera di Giuseppe Stampone che presenta L’Abecedario della Cooperazione, un’installazione che utilizza le lettere dell’alfabeto per illustrare 26 aspetti del mondo della cooperazione sociale. “Con la Società dolce condividiamo delle sensibilità”, ci racconta Stampone. “Loro si occupano di emigrazione e io sono figlio di emigranti. Loro costruiscono asili per bambini senza genitori e migranti. Io ho creato nel 2004 quando ho vinto il mio primo progetto con Maria Crispal Acquerelli per non sprecare la vita in scuola con la Global Education, il mio metodo tra arte e formazione. Oggi la figura dell’artista è colui che fa dei metaprogetti dove in una sorta di network coinvolge poi le persone, gli artisti, gli intellettuali a lui vicini. Nell’ambito della collaborazione, ormai di lunga data, fin dalla prima edizione, con Società Dolce, ho coinvolto artisti come Stefano Arienti, Eugenio Tibaldi, …è cambiato il modo di agire”.

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