Arte, relazione e impermanenza: Building Gallery presenta la programmazione inaugurale 2026

È con una grande programmazione che Building Gallery inaugura il 2026. Il 15 gennaio ha infatti visto l’inaugurazione di tre esposizioni negli spazi dell’iconica galleria milanese. Un mondo tutto all’aperto è il titolo della bipersonale di Alice Cattaneo e Marco Andrea Magni, che fino al 14 marzo sarà visitabile al piano terra e al primo piano dell’edificio. Lo spazio dell’ultimo livello vede invece il solo show di Virginia Zanetti che con La danza del sale, ci accompagna fino al 14 febbraio. A conclusione del percorso, il famoso Building Box, innovativa esposizione in vetrina, visibile solo dall’esterno e che mette in relazione l’arte con lo spazio urbano, ospiterà 12 artisti nei 12 mesi dell’anno nella mostra Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia. Ad aprire il trimestre è il collettivo Numero Cromatico, seguito dagli artisti Paola Anziché e Maurizio Donzelli.

Si tratta di tre distinte esposizioni il cui legame non nasce volontariamente, ma la relazione tra gli artisti mette in luce il bello della condivisione. Ecco che inevitabilmente il visitatore prova a coglierne somiglianze e differenze, cercando di costruire un rapporto tra le singole esposizioni. Interessante è quest’aspetto di collaborazione non prestabilita, dove le connessioni stanno negli occhi di chi osserva. Senza dubbio talune concordanze tra le singole parti sono più evidenti di altre, come il rapporto tra la materia e l’immateriale che ritroviamo in tutte e tre le mostre, così come il senso di leggerezza che ci trasmette in generale tutto lo spazio.

Installation view, Un mondo tutto all’aperto. Alice Cattaneo, Marco Andrea Magni, BUILDING GALLERY, Milano, ph. Michele Alberto Sereni

A cura di Giovanni Giacomo Paolin, Un mondo tutto all’aperto è una citazione del racconto di Italo Calvino intitolato Dall’opaco, contenuto all’interno di una raccolta autobiografica del 1990, pubblicata postuma dalla moglie dello scrittore. Nell’opera, Calvino descrive i luoghi della sua infanzia, ponendo al centro del racconto lo sguardo dell’uomo e la sua posizione all’interno dello spazio. Fondamentale è il peso dell’individuo nel mondo e l’ambiguità della sua percezione, in quanto elemento soggettivo e variabile in base al punto di vista. La scelta di Calvino potrebbe risultare scontata e ripetitiva per via del vastissimo uso che nel contemporaneo si fa delle opere dell’autore, diventato ormai convenzionale punto di partenza, anche a livello accademico, di creazioni odierne tanto artistiche quanto curatoriali e letterarie. Il punto di forza di questa mostra sta però proprio qui, come spiega Marco Andrea Magni, si tratta di un Calvino inedito, ripensando il dato per scontato sotto un’altra chiave, aprendo a letture e punti di vista diversi da quelli convenzionali.

In questa mostra è messa in luce la contraddizione. Il mondo non può essere solo aperto, ma nonostante questo il concetto e il suo opposto si sposano bene, esistono senza compromettersi a vicenda, coesistono nonostante siano divergenti. La contraddizione di apertura e chiusura come concetti che vivono in armonia è presente anche nel racconto di Calvino in cui l’autore descrive il suo paesaggio ligure come un mondo fatto di limpidezza e opacità, di soleggiato e ombroso, di limpido e cupo. 

Installation view, Un mondo tutto all’aperto. Alice Cattaneo, Marco Andrea Magni, BUILDING GALLERY, Milano, ph. Michele Alberto Sereni

A segnalare materialmente la presenza dell’opacità, sono dei moduli di tessuto mat che scandiscono lo spazio della galleria, richiamando il testo di Calvino e rendendo complessi gli ambienti. I tessuti bianchi nei quali il visitatore si imbatte impediscono di avere immediatamente chiara la visione delle opere. Per guardare bisogna scrutare, spostarsi dal proprio posto fisso, cambiare il punto di vista e di conseguenza lo sguardo. È così che il pensiero si attiva, trasformando l’opacità in punto di riflessione in chi osserva la mostra.

Elemento cardine nella connessione tra le due ricerche artistiche è l’equilibrato rapporto tra la materia e l’immateriale presente nelle singole opere. Alice Cattaneo si definisce contemporaneamente molto materica e allo stesso tempo, in tutti i suoi lavori, l’entità fisica passa in secondo piano lasciando spazio alla poesia e ai concetti dell’opera. Untitled (quasi mattina) ne è un chiaro esempio. Esposta al piano terra della galleria, si tratta di una scultura molto recente, realizzata dall’artista nel 2026. L’opera è bagnata dai raggi luminosi del grande lucernario a soffitto, famoso elemento architettonico della galleria che la rende unica nel suo genere. Come un lungo orizzonte sulla parete, la scultura diventa un panorama di materiali che non vengono spesso messi in relazione tra loro. Il piombo e la filigrana di vetro si collegano al concetto di opposto e contraddizione raccontato dalla mostra, per la divergenza di colori, forme, durezza, resistenza e anche dei suoni prodotti dagli stessi. 

Alice Cattaneo, Untitled, 2019_ph. Martin Devrient, Courtesy l’artista

Centrale nella mostra è anche il concetto di relazione. Un vero e proprio invito a parlare, comunicare con chi ci sta attorno, con l’obiettivo di tornare a vivere il reale. Non si tratta di rinnegare la velocità del tempo presente e screditare il virtuale, ma di riconsiderare la concretezza della vita e dell’arte. Cosa meglio di una bipersonale può mettere in luce il concetto di relazione con l’altro? “Non volevamo darci fastidio”, affermano sia Cattaneo che Magni, in un processo espositivo in cui entrambi desideravano alleggerirsi, lavorando sulla sottrazione più che sull’aggiunta. 

Non è una mostra di scontata comprensione, la vista deve essere attiva, muoversi anche in punti non convenzionali. Sono presenti come degli elementi nascosti per cui il visitatore deve alzare e abbassare lo sguardo. Ecco che sul fondo di una parete troviamo riportata la frase “Tre parole e basta”, espressione posta dietro le tele di Lucio Fontana e che qui ritroviamo come a poter guardare nelle lacerazioni delle sue opere. “Ma perché corro tanto? Dove devo arrivare?” è un’altra sentenza nella mostra, posta dagli artisti a chi osserva e che non potrebbe essere più adatta alla frenesia della città che la ospita.

Il primo piano dell’esposizione si fa più raccolto, forse anche più intimo, qui l’opacità è ingombrante ma più rarefatta. Le due lastre circolari di vetro trasparente, insieme alla singola lastra di specchio che compongono l’opera Ottica, realizzata nel 2025 da Magni, si esprimono attraverso una stratificazione e successione orizzontale per cui le qualità opposte dei materiali si contaminano, esplorando il tema del contatto e della relazione, tema di grande interesse nella pratica dell’artista.

Installation view, Virginia Zanetti. La danza del sale, BUILDING TERZO PIANO, Milano,
ph. Michele Alberto Sereni

Il tema dell’impermanenza è affrontato anche da Virginia Zanetti che in La danza del sale presenta una selezione di opere fotografiche, video e scultoree. La sua formazione pittorica è sostanziale, oltre che lampante, nelle fotografie presentate da Building, sotto la curatela di Giulia Bortoluzzi. Si tratta di opere nate dalla performance del 2023 che porta lo stesso titolo della mostra, in cui un gruppo di persone della comunità locale, ripercorrono i movimenti del lavoro degli operai, privati dei loro strumenti e della loro funzione produttiva, all’interno della salina di Margherita di Savoia (BT). Creata in collaborazione con la coreografa e danzatrice M^ Teta Lonigro e con il saliniere Raffaele Valerio, oltre che con gli abitanti del luogo, la performance dell’artista unisce l’ambiente naturale con il tessuto sociale della comunità. 

L’artista, classe 1981, indaga spesso il tema del naturale in rapporto alla collettività di chi abita quei luoghi e questo progetto non è da meno. Il suo lavoro è stato esposto in biennali come Manifesta, nel 2018 così come nell’edizione del 2020 e in istituzioni italiane e estere per la cultura e l’arte contemporanea, tra cui la Fondazione di Pino Pascali di Polignano a Mare, il MAN di Nuoro, il CCC Strozzina di Firenze, il CAC Pecci di Prato, il MOG Museum di GOA in India e la Kunsthalle di Berna.

Virginia Zanetti, La danza del sale. Antico porto romano di Torre Pietra, 2023

La mostra di Zanetti fa della circolarità della natura racconto in evoluzione, in cui questa si riappropria dei suoi stessi prodotti. Ne è un esempio il deterioramento naturale delle sculture cristallizzate che l’artista ha immerso nelle acque delle saline di Margherita di Savoia, durante l’estate del 2023. Gli utensili utilizzati da Zanetti sono tutti di antica fattura, provenienti dal museo del paese. Le gemme di sale originariamente parte integrante degli strumenti del lavoro, si sono separate dagli stessi come per loro volontà e in mostra ne troviamo alcuni reperti. L’artista ha deciso di restituire, attraverso un materiale più durevole, la stessa sensazione che trasmetteva la trasparenza del sale sugli attrezzi del lavoro. Così in mostra è esposta l’opera La danza del sale. Piccone, seguita da Pala, Martello e Falcetto, tutte realizzate in vetro nel 2025.

I miei lavori hanno una funzione di trasformazione, inversione di stati o condizioni. Nella mia ricerca, – racconta l’artista – l’Altro, in opposizione al Sé, costituisce il punto di partenza per esplorare idee di separazione e disarmonia, con lo scopo di consentire il riconoscimento del nostro legame con la comunità d’appartenenza e l’ambiente sociale e naturale circostante”. 

Installation view, Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia, 1/12. Numero Cromatico, Frontiera del mio amore (2025), BUILDING BOX, Milano, ph. Tatiana Russi Soto

Sotto la curatela di Alberto Fiz, si conclude la visita nella Building Box, con Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia, il cui obiettivo è la messa in luce della varietà delle forme di arte tessile nel contemporaneo, svincolandole dalla loro antica concezione di arte applicata. In dodici appuntamenti individuali a cadenza mensile, l’esposizione vuole connettere artisti italiani di diverse generazioni, accomunati dalla medesima materia ma attraverso approcci differenti e singolari. Una selezione di arazzi, abiti, installazioni, sculture e opere site-specific, occuperanno la vetrina della galleria in uno spazio interstiziale tra dentro e fuori, strada e dimora.

Affascinante è l’esposizione di opere in vetrina, al confine con l’ambiente urbano, in cui chiunque può entrare in contatto con l’arte, da chi frequenta questo mondo a chi ne è completamente estraneo. Si tratta sicuramente di un ottimo modo per entrare in relazione con un pubblico più ampio, riuscendo a far avvicinare anche il fruitore più impensabile. Attualmente, fino all’11 febbraio, è esposta l’opera del collettivo artistico e centro di ricerca multidisciplinare Numero Cromatico, basato e fondato a Roma nel 2011. L’installazione, dal titolo Frontiera del mio amore (2025), ridefinisce lo spazio rivestendo le pareti con un tessuto cucito a mano, sul quale è riportata una poesia che recita: Tu sei il segno, la vera frontiera del mio amore. Creazione del mio mondo, della mia poesia, creata da un’intelligenza artificiale addestrata dai membri del collettivo. Il 13 febbraio vedrà l’esposizione dell’opera Imparando dalle forme di Paola Anziché, creata nel 2019 e rielaborata per questa occasione, seguita il 13 marzo dall’opera di Maurizio Donzelli, il quale libera l’arazzo dalle sue connotazioni tradizionali.

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Alice Taraboi
Alice Taraboi
Laureata in Discipline della Valorizzazione dei Beni Culturali all’Accademia di Belle Arti di Brera, il suo interesse si concentra prevalentemente verso l’arte contemporanea. Per questo motivo, da un anno a questa parte, sta lavorando presso la struttura museale del MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, grazie al Servizio Civile Universale. Ricoprendo diversi incarichi tra cui lo svolgimento dei laboratori didattici con i bambini delle scuole, l’allestimento e il disallestimento delle mostre in esposizione e la stesura di didascalie esplicative, scopre la realtà museale sotto diversi aspetti.

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