Ci siamo. Ai blocchi di partenza, pronti, si parte: da oggi entra ufficialmente nel vivo l’edizione 2025 di Artist of the Year, il format ideato da Artuu che, per il terzo anno consecutivo, si propone di individuare e raccontare l’artista italiano vivente che, nel corso dell’anno che sta per concludersi, si è distinto per la rilevanza e l’incisività del proprio lavoro. Non un premio alla carriera, né un riconoscimento “a progetto”, ma un’istantanea critica sul presente: mostre, opere, percorsi di ricerca che, nel 2025, hanno saputo lasciare un segno nel dibattito contemporaneo.
La formula è ormai rodata e costituisce l’identità stessa della competizione. Una prima selezione affidata a una giuria di alto profilo – composta da critici, curatori, direttori di musei e fondazioni, collezionisti –, chiamata a indicare ciascuno un solo nome, senza categorie né temi imposti. La giuria di quest’anno, che abbiamo presentato ieri sul magazine (qui il link all’articolo dedicato, con i nomi di tutti i giurati), ha così individuato venti artisti italiani viventi, diversi per generazione, linguaggio e traiettoria, ma accomunati da un dato preciso: aver prodotto, nel corso dell’ultimo anno, un lavoro riconoscibile, coerente e capace di incidere sul presente. Guardare alle edizioni passate aiuta a capire il senso di questo passaggio. Nel 2023, la prima edizione aveva fotografato una stagione segnata dal ritorno dell’immaginario pop e da un rapporto diretto con la cultura visuale contemporanea, culminata nella vittoria di Giuseppe Veneziano. Nel 2024, al contrario, l’esito aveva segnalato uno spostamento netto: con Roberto Floreani, il baricentro si era spostato sull’astrazione, sulla pittura come linguaggio di resistenza, sul tempo lungo della forma. Due risultati diversi, che hanno confermato come Artist of the Year non funzioni come un format prescrittivo, ma come un dispositivo di lettura sensibile alle reali mutazioni del sistema.

La rosa dei finalisti 2025 rafforza ulteriormente questa impressione. Ciò che colpisce non è l’emergere di una tendenza dominante, né la riconducibilità dei lavori a un’estetica unitaria, ma piuttosto la distanza tra le ricerche, la varietà degli approcci, la compresenza di traiettorie anche molto lontane tra loro. Un dato che restituisce l’immagine di una scena attraversata da tensioni, intuizioni, scarti, accelerazioni improvvise, più che da linee programmatiche condivise. In questo quadro, la pittura torna a occupare una posizione centrale, ma senza nostalgia né chiusure disciplinari. Non si tratta di un semplice “ritorno”, quanto piuttosto di una ridefinizione continua del linguaggio pittorico, che oggi si muove tra confronto e con la tradizione e rilettura dei canoni, ragionamento sullo statuto dell’immagine, sull’identità, esplorazione di zone perturbanti, attenzione alla materia, alla superficie, al gesto, al tempo della visione. Dopo anni segnati da un eccesso di sperimentazioni spesso autoreferenziali – installazioni sovradeterminate, video ipertrofici, opere che chiedevano allo spettatore più istruzioni che attenzione – è proprio nella pittura che molte delle ricerche più solide e convincenti sembrano trovare oggi, nuovamente, un terreno di verifica reale. Una pittura consapevole, che non ignora il presente né le trasformazioni tecnologiche, ma che continua a interrogare, con strumenti propri, il rapporto tra visione, memoria e immaginazione. Accanto a questo nucleo, emergono con forza pratiche legate all’installazione, all’uso dello spazio pubblico come dispositivo critico, al video e all’immagine digitale, fino a ricerche che incrociano intelligenza artificiale, arte pubblica e street culture, sempre però con un approccio progettuale e non decorativo. Il risultato è una mappa complessa, non pacificata, che restituisce bene la pluralità – e la fluidità – dei linguaggi dell’arte italiana contemporanea.
Detto questo, è il momento di passare dai principi ai nomi. Ecco, uno per uno, in rigoroso ordine alfabetico, i venti finalisti di Artist of the Year 2025. Qua sotto potete leggere un estratto del loro percorso e del loro lavoro.
Cliccando invece sul link dell’articolo che trovate qua sotto, potete anche cominciare a votare (avete tempo fino all’8 gennaio 2026). E che vinca il migliore!
Giulia Andreani

La pittura di Giulia Andreani si muove sul confine tra immagine e memoria, assumendo l’archivio storico non come repertorio illustrativo ma come dispositivo critico da riattivare. Il suo lavoro prende avvio da fotografie e documenti d’epoca che vengono isolati e tradotti in pittura attraverso un processo di sottrazione, capace di far emergere le zone marginali e irrisolte della storia. L’uso esclusivo del grigio di Payne sospende l’immagine in una dimensione ambigua, raffreddandone la superficie e neutralizzando ogni effetto emotivo immediato. Al centro della sua ricerca compaiono spesso figure femminili, presenze laterali, ruoli subordinati o ambigui, insieme a gesti e simboli che rivelano le strutture di potere implicite nella costruzione della memoria collettiva. Andreani non riscrive la storia né la commenta in modo diretto: lavora piuttosto sulle omissioni, sugli scarti, su ciò che è rimasto ai margini del racconto ufficiale. La pittura diventa così uno spazio di attrito, in cui l’immagine perde la sua funzione documentaria per trasformarsi in campo di interrogazione. Le opere appaiono trattenute, silenziose, spesso private di contesto, come frammenti estratti da una narrazione più ampia e lasciati in sospensione. In questa sospensione si attiva il dispositivo critico del suo lavoro: lo spettatore è chiamato a confrontarsi non solo con ciò che vede, ma con ciò che è stato escluso, rimosso o dimenticato. La pittura di Giulia Andreani si configura così come una pratica di resistenza alla retorica e alla semplificazione della memoria storica, mantenendo il passato aperto, instabile e continuamente interrogabile.
Matteo Basilé

Pioniere dell’arte digitale in Italia, Matteo Basilé lavora da oltre trent’anni sul confine instabile tra fotografia, manipolazione tecnologica e costruzione simbolica dell’immagine. Fin dagli esordi, la sua ricerca ha messo in discussione l’idea di fotografia come semplice registrazione del reale, trasformandola in uno spazio di stratificazione, metamorfosi e racconto. I suoi lavori non si limitano a “rappresentare” figure o corpi, ma li sottopongono a un processo di trasfigurazione che attinge tanto alla storia dell’arte quanto all’immaginario rituale, mitologico e antropologico. Nel corso degli anni Basilé ha sviluppato un linguaggio coerente, capace di integrare tecniche analogiche e digitali senza gerarchie, facendo della tecnologia non un fine ma un dispositivo concettuale. L’immagine diventa così un luogo sospeso, in cui il tempo si stratifica e i riferimenti iconografici – dal sacro al pop, dal classico al futuribile – convivono in una tensione costante. Il corpo, spesso centrale, appare come soglia: superficie su cui si inscrivono desideri, memorie, poteri e mutazioni. Nel 2025, con il progetto Rerum Novarum, Basilé compie un ulteriore passaggio, introducendo l’Intelligenza Artificiale come elemento strutturale del processo creativo. Non come semplice strumento di generazione automatica, ma come interlocutore capace di amplificare la dimensione visionaria del suo lavoro. Le immagini che ne derivano sono ibride e perturbanti, sospese tra arcaicità e futuro, tra rito e simulazione, confermando una pratica che continua a interrogare il senso stesso dell’immagine nell’epoca della sua riproducibilità algoritmica.
Blu
Da sempre, Blu concepisce lo spazio pubblico come un luogo di conflitto e responsabilità, mai come una superficie neutra. Tra gli artisti urbani più radicali e coerenti a livello internazionale, ha costruito una pratica in cui il disegno si fa racconto etico e politico, capace di muoversi tra la fisicità dell’intervento nello spazio urbano e l’animazione, tra immagine fissa e movimento, senza mai scivolare nella decorazione o nello spettacolo. Nei suoi lavori il segno non si esaurisce infatti nel muro, ma prosegue nel video, dove le immagini si animano e si concatenano, trasformando l’intervento in una narrazione collettiva. Questa continuità tra gesto fisico e diffusione digitale non è un’estensione accessoria, ma parte integrante del lavoro: un dispositivo che rende l’opera leggibile, condivisibile e politicamente efficace. È in questa direzione che si colloca l’intervento realizzato a Valencia, su una scuola pubblica: un’opera monumentale composta da decine di disegni che, attraverso l’animazione, costruiscono un racconto sulla guerra e sulle responsabilità della politica e dei voraci interessi economici che vi sottostanno. Parallelamente, attraverso il suo profilo Instagram, Blu ha richiamato l’attenzione sulla tragedia palestinese, denunciando la rimozione mediatica del conflitto e la continuità della violenza a Gaza e in Cisgiordania. Un intervento che unisce forza visiva, chiarezza politica e rigore etico, riaffermando il ruolo dell’arte come atto pubblico necessario.
Alessandro Busci

Alessandro Busci è uno degli artisti che, negli ultimi vent’anni, hanno costruito con maggiore coerenza un percorso pittorico riconoscibile, fondato sul rapporto tra materia, paesaggio e memoria urbana. Architetto di formazione, Busci lavora da sempre su supporti non convenzionali – in particolare acciaio e ferro – utilizzando acqua, acidi e smalti come veri strumenti di costruzione dell’immagine. La sua pittura si muove su un confine instabile tra figurazione e astrazione, dove il paesaggio non è mai descrittivo, ma emerge come traccia, residuo, apparizione. Nel 2025 questa ricerca ha trovato una nuova tappa nella mostra Parthenognesis, presentata alla galleria Al Blu di Prussia di Napoli. Un ciclo di opere inedite in cui Busci ha approfondito il tema della città come organismo capace di sopravvivere e rigenerarsi, tra tensioni telluriche, natura prepotente e stratificazioni storiche. Napoli, lontana da ogni immagine folkloristica, diventa così un luogo mentale, sospeso tra rovina e rinascita, in cui il gesto pittorico si fa più libero e la materia sempre più protagonista. All’interno di questo percorso si inserisce anche il lungo lavoro su San Siro, soggetto iconico della sua produzione fin dai primi anni Duemila. Non una semplice veduta urbana, ma un’immagine simbolica, legata all’idea di architettura-memoria e di spazio collettivo. Un tema tornato di stretta attualità anche nel dibattito pubblico, e confermato dal mercato: un dipinto dedicato allo stadio è stato recentemente battuto all’asta da Cambi per 36.400 euro, a testimonianza della centralità di questo motivo nella sua ricerca e nella ricezione critica del suo lavoro.
Gianni Caravaggio

Gianni Caravaggio lavora da oltre trent’anni su una scultura che indaga tempo, spazio e percezione attraverso forme essenziali e materiali primari. Attivo dagli anni Novanta, utilizza marmo, bronzo, alluminio ma anche materiali leggeri ed effimeri per costruire opere concepite come dispositivi di pensiero, capaci di attivare l’immaginazione dello spettatore e di innescare un’esperienza mentale prima ancora che visiva. La sua pratica si sviluppa attorno a situazioni minime, spesso organizzate in coppie, slittamenti o relazioni sospese, in cui la forma assume il ruolo di soglia tra dimensioni temporali differenti e tra stati emotivi contrastanti. Ogni lavoro si presenta come un campo di forze silenzioso, dove equilibrio e instabilità convivono, e dove il senso emerge attraverso l’attenzione, la durata e la concentrazione dello sguardo. Nel 2025 questa ricerca ha trovato una nuova e significativa conferma attraverso una serie di mostre personali e la partecipazione a importanti contesti istituzionali, tra cui la Quadriennale di Roma, che hanno ribadito la centralità del suo lavoro nel panorama della scultura contemporanea italiana. Caravaggio continua così a sviluppare una pratica coerente e riconoscibile, capace di restituire alla scultura una funzione conoscitiva e meditativa, in cui materia e idea procedono insieme, senza gerarchie, come parti di un unico processo di pensiero.
Giuliana Cuneaz

Giuliana Cunéaz è una delle figure che, con maggiore anticipo e coerenza, hanno introdotto in Italia una riflessione strutturata sul rapporto tra arte, tecnologia e immaginazione. Attiva dagli inizi degli anni Duemila, la sua ricerca attraversa computer grafica, video, realtà aumentata e intelligenza artificiale, senza mai ridurre il digitale a mero strumento spettacolare. Al centro del suo lavoro c’è l’indagine sull’invisibile: le strutture profonde della materia, i mondi microscopici e nanomolecolari, le analogie tra forme naturali, scientifiche e simboliche. Cunéaz costruisce ambienti e immagini che funzionano come dispositivi di conoscenza, in cui scienza, mito e visione convivono, spesso richiamando archetipi antichi, ritualità e forme di pensiero pre-razionale, riattivate attraverso tecnologie avanzate.
Nel 2025 questa ricerca ha trovato nuove declinazioni in importanti contesti museali, tra cui il Museo di Scienze Naturali di Brescia e il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina di Vigevano, confermando una pratica capace di dialogare con il patrimonio storico e scientifico senza perdere autonomia linguistica. Il suo lavoro continua così a muoversi su un crinale preciso: usare il digitale per ampliare lo sguardo, non per sostituirlo, e restituire all’opera d’arte una funzione esplorativa, critica e immaginativa.
Aron Demetz

Aron Demetz è uno degli scultori italiani che, negli ultimi vent’anni, hanno dato nuovo significato alla scultura figurativa, lavorando sul corpo come luogo di tensione tra forma, materia e identità. La sua ricerca prende le mosse dalla tradizione della scultura lignea della Val Gardena, che Demetz conosce in profondità, ma se ne distacca con decisione, spingendo il legno oltre la dimensione artigianale e decorativa. Le sue figure – adolescenti, uomini, donne, santi laici – non sono mai semplici rappresentazioni, ma presenze vulnerabili, attraversate da processi di combustione, erosione, frattura. Il legno viene inciso, bruciato, scavato, lasciato reagire, come se la materia stessa partecipasse alla costruzione dell’immagine. Ne emergono corpi instabili, segnati, talvolta contaminati da elementi organici o da colature di resina, in cui la figura sembra sul punto di trasformarsi o dissolversi. Accanto al lavoro manuale, Demetz integra da anni tecnologie come scanner 3D e robot di taglio, non per velocizzare il processo, ma per introdurre nuove possibilità formali e nuove frizioni tra gesto umano e intervento meccanico. Il suo lavoro si muove così in un equilibrio costante tra controllo e perdita di controllo, tra tradizione e sperimentazione, tra figura riconoscibile e materia che la mette in crisi. Nel 2025 questo percorso ha trovato nuove occasioni di confronto pubblico (tra le altre, la partecipazione alla mostra Damnatio figurae alla Fondazione Alberto Peruzzo di Padova e un coraggioso progetto di inclusività verso i non vedenti al Museo Lìmen di Vibo Valentia), che hanno confermato la centralità della sua ricerca nel dibattito contemporaneo sulla figura, sulla sua persistenza e sulla sua trasformazione.
Nebojša Despotović

Nebojša Despotović è un pittore che ha costruito il proprio percorso su un rapporto diretto e fisico con la pittura, intesa come linguaggio autonomo e come pratica di conoscenza. La sua ricerca ruota attorno alla figura e alla memoria, ma evita ogni forma di racconto illustrativo o simbolismo esplicito. Le immagini nascono da una tensione interna, da un lavoro sul segno e sulla composizione che restituisce figure sospese, instabili, spesso isolate, immerse in uno spazio mentale più che narrativo. Formatosi tra Belgrado, Venezia e Berlino, Despotović lavora prevalentemente su grandi formati, affrontando la superficie come un campo di forze. Il gesto pittorico rimane centrale, ma è sempre governato da una struttura compositiva rigorosa. Il colore ha una funzione emotiva e atmosferica, mai decorativa: contribuisce a costruire un clima psicologico che attraversa l’immagine e ne determina il ritmo interno. Fotografie, ricordi personali e frammenti autobiografici sono spesso il punto di partenza del lavoro, ma vengono progressivamente trasformati, fino a perdere ogni riferimento diretto al reale. Negli ultimi anni la sua pittura ha assunto un carattere più intimo, concentrandosi su ambienti domestici e relazioni familiari, senza rinunciare alla complessità formale che ne caratterizza la ricerca. Le composizioni sono attraversate da una tensione sottile, in cui memoria, identità e presenza si sovrappongono senza mai risolversi in una narrazione lineare. Nel 2025 questo percorso ha trovato nuove occasioni di confronto pubblico, come la mostra Nel giardino della mia vita, alla Galleria civica di Trento, confermando Despotović come una delle voci più interessanti della nuova stagione pittura contemporanea, capace di tenere insieme esperienza personale, tradizione del medium e una riflessione attuale sull’immagine.
Chiara Lecca

Chiara Lecca costruisce il proprio lavoro a partire dal rapporto tra uomo e natura, inteso come luogo di attrito più che di armonia. La sua ricerca prende forma attraverso sculture e installazioni che utilizzano materiali organici e inorganici – elementi animali, vegetali, resine, vetro – rielaborati in oggetti dall’identità ambigua, sospesi tra attrazione e perturbamento. L’elemento animale, in particolare, diventa per Lecca un dispositivo critico: non simbolo né decorazione, ma materia attraverso cui mettere in discussione i processi di addomesticamento culturale, le gerarchie tra specie e i meccanismi di controllo esercitati dall’uomo sulla natura.
Le sue opere operano una continua alterazione semantica degli oggetti, trasformandoli in presenze ibride che oscillano tra reliquia, fossile e manufatto contemporaneo. Ironia e precisione formale convivono in un equilibrio sottile, evitando ogni deriva illustrativa o moralistica. Il lavoro di Lecca si inserisce così in una tradizione che guarda alla Wunderkammer, all’alchimia e al pensiero scientifico come strumenti per interrogare il presente. Nel 2025 questa ricerca ha trovato una nuova occasione di confronto pubblico con la mostra Dall’uovo alla dea negli Appartamenti Segreti di Palazzo Doria Pamphilj, dove le opere hanno dialogato con il contesto storico e simbolico del luogo, confermando la solidità e la coerenza del suo percorso.
Claudia Losi

Claudia Losi sviluppa da oltre vent’anni una ricerca che intreccia arte, ambiente e dimensione collettiva, muovendosi tra pratiche visive, cammino, scrittura e collaborazione. Il suo lavoro nasce da un’attenzione costante ai processi di relazione: tra l’essere umano e il paesaggio, tra individuo e comunità, tra memoria personale e sapere condiviso. Camminare è per Losi un atto conoscitivo primario, un modo di pensare attraverso il corpo e di costruire esperienze che si sedimentano nel tempo. Allo stesso modo, il ricamo e il lavoro manuale assumono un valore politico e poetico, fondato sulla lentezza, sulla ripetizione e sulla cura, in aperto contrasto con la velocità produttiva del presente.
La sua pratica è spesso pluridisciplinare e processuale: ogni progetto si sviluppa come un organismo vivente, capace di trasformarsi attraverso incontri, luoghi e partecipazioni diverse. Emblematico in questo senso è Balena Project, avviato fin dai primi anni Duemila, un dispositivo simbolico e narrativo che ha attraversato spazi pubblici e museali, generando racconti, rituali e nuove comunità temporanee. L’animale, nella sua opera, non è mai metafora isolata, ma strumento di riconoscimento e appartenenza a una complessità condivisa. Nel 2025 questa ricerca ha trovato nuove declinazioni nel progetto Tutti i punti che siamo, sviluppato in dialogo con la tradizione artigianale salentina, confermando il lavoro di Losi come uno dei più coerenti e profondi nel riflettere sul rapporto tra arte, territorio e immaginazione collettiva.
Sergio Padovani

Sergio Padovani è un pittore che ha costruito nel tempo un immaginario coerente e riconoscibile, fondato su una figurazione visionaria, drammatica e perturbante. La sua pittura guarda alla tradizione nordica e tardo-medievale – da Bosch a Bruegel – non come repertorio iconografico, ma come terreno linguistico in cui il grottesco, il simbolico e il corporeo diventano strumenti per interrogare la condizione umana. I suoi dipinti sono popolati da figure deformate, corpi in trasformazione, scene sospese tra rituale e allucinazione, in cui convivono violenza, ironia, dolore e una tensione costante verso il senso. Padovani lavora senza disegni preparatori, affidando il processo pittorico a una pratica lenta e stratificata, basata su olio, bitume e resine. La materia non è mai neutra: incide la superficie, oscura l’immagine, la costringe a emergere per gradi. Ne risultano visioni instabili, spesso notturne, attraversate da improvvisi lampi cromatici che accentuano il carattere emotivo e psichico della scena. I suoi soggetti non raccontano storie lineari, ma mettono in tensione archetipi, memorie collettive e immagini interiori. Nel 2025 questo percorso ha trovato una nuova e ampia occasione di confronto pubblico con la mostra Pandemonio, approdata alla Fondazione The Bank di Bassano del Grappa dopo le tappe di Roma, Modena e Parigi. Una ricognizione estesa sul lavoro recente dell’artista, che ha confermato la centralità della pittura di Padovani nel dibattito contemporaneo sulla figurazione e sul ruolo dell’immagine come spazio di conflitto, visione e interrogazione.
Verdiana Patacchini

Verdiana Patacchini sviluppa una ricerca che guarda al passato come a un archivio vivo, da cui estrarre forme, segni e immagini capaci di parlare al presente. La sua pratica si muove tra pittura, disegno e scultura, con una particolare attenzione alla ceramica, intesa non come tecnica decorativa ma come materia densa, fragile, esposta al rischio e alla trasformazione. Le sue opere nascono da un dialogo costante con la statuaria antica, i graffiti primitivi e l’immaginario archeologico, rielaborati in forme ibride sospese tra figurazione e astrazione. Le figure che popolano il suo lavoro – spesso busti femminili o sagome antropomorfe – non raccontano storie definite, ma funzionano come presenze enigmatiche, aperte all’interpretazione. Patacchini lavora per evocazione più che per narrazione, lasciando che siano il segno, la materia e il colore a costruire un clima emotivo e simbolico. La stratificazione dei materiali, l’uso del fuoco, delle velature pittoriche e delle superfici irregolari introducono una dimensione di imperfezione che diventa parte integrante del processo creativo. Formata all’Accademia di Belle Arti di Roma e attiva da anni tra Italia e Stati Uniti, vive e lavora a New York, all’interno del Mana Contemporary, contesto che alimenta una pratica aperta alla sperimentazione e al confronto. Nel 2025 il suo lavoro ha trovato nuove occasioni di visibilità internazionale, tra mostre e progetti espositivi negli Stati Uniti e in Europa, confermando una ricerca coerente, capace di tenere insieme memoria, materia e una sensibilità profondamente contemporanea.
Donato Piccolo

Donato Piccolo sviluppa da anni una ricerca che intreccia arte, scienza e tecnologia in un unico campo di sperimentazione. Nato a Roma nel 1976, si forma attraverso un confronto diretto con l’ingegneria e la robotica, avviato all’inizio del suo percorso grazie a una collaborazione con un team del CNR. Da quell’esperienza deriva un approccio progettuale che rimane centrale nel suo lavoro: ogni opera nasce dal disegno e si sviluppa come un dispositivo complesso, in cui scultura e macchina coincidono. Le sue creazioni combinano elementi meccanici, elettronici e algoritmici con riferimenti alla filosofia, all’antropologia e alla storia dell’arte. Bracci robotici, oggetti quotidiani trasformati in organismi semoventi, nuvole artificiali, vapori e mulinelli diventano strumenti per indagare il rapporto tra umano e artificiale. L’aspetto ludico e quasi infantile di molte opere è solo apparente: dietro il fascino del movimento e dell’interazione si nasconde una riflessione critica sull’autonomia delle macchine e sull’impatto della tecnologia sulle nostre vite. Piccolo concepisce l’atto creativo come un processo che include anche la distruzione, intesa come passaggio necessario alla trasformazione. Le sue opere non offrono narrazioni chiuse, ma esperienze percettive che mettono in crisi certezze e categorie, spesso attraverso immagini volutamente ambigue o “senza senso”, come le definisce l’artista stesso. Nel 2025 questo percorso ha trovato una sintesi significativa nella grande mostra antologica L’arte del pensiero meccanico a Modena, confermando Donato Piccolo come una delle figure più originali nel panorama internazionale dell’arte che indaga i confini tra corpo, macchina e conoscenza.
Ugo Rondinone

Ugo Rondinone è un artista svizzero di origini italiane, residente a New York dalla fine degli anni Novanta, che ha costruito una delle ricerche più riconoscibili della sua generazione attorno a un uso primario della forma e del simbolo. Scultura, installazione, video e pittura diventano per lui strumenti equivalenti di un linguaggio essenziale, diretto, capace di parlare a un pubblico ampio senza mai rinunciare alla complessità. Il suo lavoro procede per immagini archetipiche – il corpo, la pietra, il paesaggio, l’arcobaleno, il tempo – che funzionano come un alfabeto condiviso, immediatamente leggibile e al tempo stesso carico di risonanze interiori.
Fin dalla metà degli anni Novanta Rondinone riflette sul ruolo della scultura nello spazio pubblico, cercando un’arte che non intrattenga ma sospenda, che non imponga una narrazione ma inviti alla contemplazione e al silenzio. Le sue figure, dai clown passivi ai nudi, dalle pietre monumentali alle scritte luminose, oscillano costantemente tra presenza monumentale e vulnerabilità, tra spiritualità e materia. Il colore, mai decorativo, diventa uno stato dell’essere, mentre la pietra e la terra condensano il tempo e la memoria. Nel 2025 questa ricerca ha trovato nuove declinazioni in due progetti espositivi paralleli, uno a Milano e uno a Londra, che hanno messo in dialogo in modo esplicito i temi dell’identità, della terra, del corpo e della trascendenza, confermando la coerenza e la forza simbolica del suo percorso.
Pietro Ruffo

Pietro Ruffo ha costruito il proprio percorso a partire dal disegno e dalla carta, intesi non come supporti ma come veri dispositivi di pensiero. Laureato in architettura, ha progressivamente spostato la sua ricerca verso una pratica fatta di tagli, sovrapposizioni e stratificazioni, in cui mappe geografiche, paesaggi naturali, figure umane, creature arcaiche e sistemi simbolici convivono nello stesso spazio visivo. Le sue opere funzionano come atlanti aperti: non descrivono il mondo, ma ne mettono in tensione le strutture, facendo emergere connessioni tra storia, scienza, politica e immaginazione.
Il tempo è un elemento centrale del suo lavoro, inteso non come successione lineare ma come accumulo e sedimentazione. Dai riferimenti alla paleoclimatologia fino alle riflessioni sull’Antropocene, Ruffo utilizza il disegno come strumento lento e meticoloso, capace di restituire la complessità dei processi naturali e delle responsabilità umane senza ricorrere a soluzioni didascaliche. Nel 2025 questo percorso ha trovato nuove occasioni di riscontro pubblico, attraverso interventi ambientali e site specific, come l’installazione Foresta Fossile al Museo Paleontologico di Pietrafitta e il progetto Il Giardino Planetario al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, che hanno messo in dialogo arte, scienza e memoria dei luoghi. Installazioni immersive e partecipative hanno confermato la sua attenzione per il rapporto tra uomo e tempo profondo, rafforzando una ricerca che continua a interrogare il presente attraverso la stratificazione del passato.
Nicola Samorì

Il lavoro di Nicola Samorì si fonda su un rapporto fisico, quasi carnale, con l’immagine. La pittura è per lui un luogo di confronto radicale, in cui la tradizione non viene citata ma assunta come presenza viva, da studiare, incarnare e infine mettere in crisi. I suoi dipinti nascono spesso da copie fedelissime di opere storiche, affrontate con un rigore tecnico quasi scientifico, per poi essere sottoposte a un gesto di violenza controllata: incisioni, lacerazioni, scorticamenti che trasformano la superficie pittorica in pelle, ferita, materia vulnerabile. In questo processo, l’immagine non viene annientata ma portata a una soglia critica, dove l’atto distruttivo diventa rivelazione. Il volto, spesso cancellato o privato degli occhi, perde la sua funzione identitaria per farsi campo di proiezione, spazio di memoria e di perturbante alterità. Pittura e scultura tendono a coincidere: la materia viene sollevata, piegata, fatta collassare su se stessa, fino a trasformare l’opera in un corpo tridimensionale, esposto a una continua tensione tra presenza e dissoluzione.
Nel 2025 questo percorso ha trovato una delle sue espressioni più complesse in un progetto espositivo concepito come un unico dialogo tra due grandi spazi istituzionali italiani (la Pinacoteca Ambrosiana e il Museo di Capodimonte), mettendo in relazione il patrimonio storico con interventi contemporanei che interrogano il senso stesso dell’eredità visiva. Un confronto che conferma Samorì come uno degli artisti più radicali nel ripensare il classico non come origine da celebrare, ma come materia da attraversare, ferire e far rinascere.
Luigi Serafini

Luigi Serafini è uno di quei rari artisti che non hanno semplicemente inventato uno stile, ma un mondo. A partire dal Codex Seraphinianus – libro impossibile, enciclopedia di un universo senza referenti, dal linguaggio indecifrabile e dalle soluzioni immaginarie impossiboli e fantasmagoriche – ha costruito un sistema visivo e concettuale che mima le strutture del sapere per rivelarne l’aspetto arbitrario, poetico, profondamente instabile. Il suo lavoro si muove tra disegno, scrittura, architettura, oggetto e narrazione, dando forma a immagini che sembrano comprensibili ma sfuggono a ogni decifrazione definitiva. Serafini lavora sull’atto primario del vedere, su quella soglia in cui il senso si annuncia e subito si ritrae. Uova, scheletri, arcobaleni, alfabeti illeggibili, metamorfosi biologiche e architetture mentali diventano elementi di una mitologia personale che conserva qualcosa dell’infanzia, del sogno e della scienza pre-razionale. Non a caso il Codex, amatissimo da Italo Calvino che lo definì “l’enciclopedia di un visionario”, è stato letto come un libro “per chi sa leggere senza capire”, capace di attivare un’immaginazione pura, non addomesticata. Nel 2025, la grande mostra al Labirinto della Masone – luogo simbolico per la storia editoriale e intellettuale di Serafini – ha segnato un ritorno alle origini e insieme una rilettura complessiva del suo percorso: dal prima del Codex al dopo, dalle radici biografiche marchigiane alle espansioni tridimensionali e domestiche della Domus Seraphiniana. Un passaggio che, dopo la tappa museale al Mart, ha definitivamente fissato Serafini come una figura chiave dell’arte contemporanea: non illustratore, non scrittore, non architetto, ma autore di un universo che continua a espandersi per allusioni, deviazioni e abbagli.
Nico Vascellari

Nico Vascellari ha costruito negli anni una pratica artistica fondata sul conflitto e sulla trasformazione. La sua ricerca attraversa scultura, installazione, performance, video e suono, mettendo costantemente in tensione dimensioni opposte: natura e artificio, ritualità arcaica e tecnologia, istinto e controllo. Il corpo, il paesaggio e il gesto diventano strumenti attraverso cui interrogare il potere, la resistenza e le forme di energia collettiva, spesso attingendo a immaginari mitologici, folklorici e underground. Vascellari lavora per immersione, ascoltando i luoghi e forzandone le soglie simboliche. Le sue opere non cercano mai l’equilibrio, ma una condizione di instabilità controllata, in cui l’organico e il meccanico convivono senza gerarchie. In questo senso, la dimensione performativa – anche quando non esplicitamente presente – resta centrale, così come l’idea di rito inteso come spazio di passaggio e trasformazione.
Nel 2025 questo percorso ha trovato nuove occasioni di confronto pubblico attraverso interventi ambientali e site specific che hanno ampliato il raggio d’azione del suo lavoro. Da un lato Pastorale, installazione concepita per la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, dove natura, memoria storica e sistemi di pressione dialogano in un paesaggio sospeso; dall’altro Chimera, il trofeo ideato per il Gran Premio d’Italia di Formula 1 a Monza, una scultura-totem che innesta una figura mitologica nel contesto ipertecnologico delle corse. Due progetti diversi per scala e funzione, ma accomunati da una stessa tensione: portare l’arte dentro sistemi complessi, senza addomesticarla, lasciando che agisca come forza di riflessione e di rottura.
Vedovamazzei

Attivo dal 1991, Vedovamazzei è il duo formato da Maristella Scala e Simeone Crispino, protagonisti di una ricerca che ha attraversato oltre trent’anni dell’arte italiana mantenendo una sorprendente coerenza di sguardo. Il loro lavoro si muove tra disegno, pittura, scultura e installazione, adottando un’estetica apparentemente leggera, talvolta seduttiva, dietro la quale si innestano riflessioni su fallimento, precarietà, desiderio, violenza simbolica e rappresentazione dell’identità. L’ironia, spesso affilata, è uno degli strumenti centrali della loro pratica, così come il continuo slittamento tra serio e faceto. Cinema, storia dell’arte e cultura popolare vengono assorbiti e restituiti come dispositivi critici, capaci di parlare del presente senza ricorrere a retoriche militanti o a scorciatoie narrative.
Nel tempo Vedovamazzei ha sviluppato un linguaggio riconoscibile ma non autoreferenziale, soprattutto attorno ai temi dell’instabilità del soggetto e della fragilità del tempo storico. Nel 2025 il duo ha vinto uno dei Premi ufficiali dell’ultima Quadriennale d’arte di Roma, Fantastica, un riconoscimento che ha riportato al centro del dibattito una ricerca capace di tenere insieme impegno politico e rigore formale, confermandone l’attualità e la forza nel sistema dell’arte contemporanea.
Nicola Verlato

Tra i pittori italiani contemporanei più solidi e virtuosi, Nicola Verlato ha costruito una ricerca che utilizza la pittura come strumento critico per interrogare l’immaginario del presente. Le sue opere, solo apparentemente ancorate a una classicità figurativa, sono in realtà il risultato di un processo estremamente sofisticato, che combina disegno tradizionale, modellazione tridimensionale, rendering digitale e una pittura a olio di altissima perizia tecnica. Il centro del suo lavoro è la costruzione del mito contemporaneo: figure storiche, icone pop, episodi di cronaca e archetipi classici vengono messi in scena come drammi sospesi tra passato, presente e futuro. Il conflitto – politico, culturale, tecnologico, interiore – diventa il dispositivo attraverso cui Verlato indaga la violenza simbolica del nostro tempo e la sua continua riscrittura.
La monumentalità delle composizioni e l’iperrealismo dei corpi non mirano alla spettacolarità, ma a creare un cortocircuito percettivo, in cui lo spettatore è costretto a confrontarsi con immagini che sembrano provenire da una mitologia ancora in formazione. Nel 2025, la grande antologica Myth Generation a Imola Musei ha offerto una lettura ampia e coerente di questo percorso, confermando Verlato come una delle voci più autorevoli nel ripensare il rapporto tra pittura, tecnologia e narrazione mitica nel presente.



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Luigi Serafini
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