Artist of the Year 2025: ultimi giorni per votare. Il finale è ancora aperto, ma forse non tutti sanno che…

Mancano pochi giorni alla chiusura delle votazioni: Artist of the Year arriva alle sue battute finali. Dopo settimane di partecipazione intensa, discussioni, confronti e prese di posizione anche molto diverse tra loro, la corsa al titolo entra nella sua fase finale, quella in cui ogni voto può ancora fare la differenza. L’interesse suscitato dal premio, anche quest’anno, è stato alto e costante, segno di un’attenzione reale verso un appuntamento che non si limita a decretare un vincitore, ma mette in circolo un dibattito più ampio sullo stato dell’arte italiana contemporanea.

La formula è ormai collaudata ed è la stessa che ha decretato il successo delle edizioni precedenti. Una prima selezione affidata a una giuria di critici, curatori e operatori del settore individua una rosa di artisti che si sono distinti nel corso dell’anno appena trascorso; a questa fase segue il voto dei lettori, chiamati a esprimere (fino alla mezzanotte deluna preferenza finale. Un doppio livello di giudizio che tiene insieme competenza e partecipazione, evitando che la decisione resti confinata a pochi addetti ai lavori e lasciando invece spazio a una risposta più ampia e trasversale.

È proprio in questo passaggio finale che si gioca il senso più profondo del premio: non tanto una classifica, quanto la possibilità di osservare come le ricerche artistiche vengano recepite, discusse e riconosciute al di fuori dei circuiti più chiusi. A poche ore dalla chiusura delle votazioni, Artist of the Year si conferma così non solo come un riconoscimento, ma come uno strumento di lettura del presente. Ma con, alla fine, un vincitore, e due artisti per il secondo e terzo posto.

A pochi giorni dalla chiusura delle votazioni, dunqud, vale la pena tornare sui 20 finalisti non come semplice elenco, ma come mappa: un insieme di traiettorie che raccontano, da angolazioni diverse, lo stato dell’arte oggi, in modo da permettere, ai lettori che non l’avessero ancora fatto, di comprendere meglio le singole traiettorie artistiche presenti e di scegliere il loro preferito.

Le mille forme della pittura

La pittura attraversa questa edizione di Artist of the Year come un territorio ancora irrisolto, tutt’altro che pacificato. Non come ritorno disciplinare né come rifugio identitario, ma come spazio di tensione in cui memoria, immaginazione e conflitto continuano a misurarsi con il presente. Un linguaggio che assorbe stratificazioni storiche, derive simboliche, attriti politici e visioni interiori, senza cercare un’estetica unitaria né una sintesi rassicurante.

Qui la pittura non è intesa come ritorno disciplinare né come rifugio nostalgico, ma come campo di tensione attivo, capace di assorbire memoria, immaginazione, conflitto e visione. Una pittura che continua a interrogare il presente senza aderire a un’estetica dominante, lavorando piuttosto sulla stratificazione dell’immagine, sulla sua ambiguità, sulla capacità di aprire zone di attrito tra visibile e invisibile.

Giulia Andreani La cachette 2013 acquarello su carta

Procedendo in ordine alfabetico, troviamo Giulia Andreani, la cui ricerca assume l’archivio storico come materiale vivo e instabile. Le sue immagini nascono da fotografie e documenti d’epoca, ma vengono progressivamente svuotate della loro funzione illustrativa attraverso un processo di sottrazione che isola figure, gesti, posture marginali. L’uso esclusivo del grigio di Payne sospende la scena in una dimensione ambigua, trattenuta, dove la storia non viene raccontata ma interrogata nei suoi vuoti e nelle sue omissioni. Al centro emergono spesso figure femminili laterali, ruoli subordinati, presenze che rivelano le strutture di potere implicite nella costruzione della memoria collettiva.

Alessandro Busci, San Siro

Segue Alessandro Busci, che da anni lavora sul rapporto tra pittura, materia e paesaggio urbano. Architetto di formazione, utilizza supporti non convenzionali come acciaio e ferro, trattati con acqua, acidi e smalti, trasformando la superficie in un campo di reazione chimica e visiva. Le città che emergono dai suoi lavori non sono vedute, ma apparizioni: tracce di un paesaggio mentale sospeso tra figurazione e astrazione. Nel 2025, i cicli dedicati a Napoli e il ritorno sul tema di San Siro hanno confermato una ricerca in cui l’architettura diventa memoria collettiva e la pittura un dispositivo di stratificazione del tempo.

Nebojša Despotović, Death (persecution) of the esoteric painter, 2019, olio e acrilico su tela, 155 x 117 cm

Proseguendo incontriamo Nebojša Despotović, pittore che ha costruito il proprio linguaggio su un rapporto diretto e fisico con la superficie. Le sue figure, spesso isolate e sospese, nascono da fotografie e memorie personali che vengono progressivamente trasformate fino a perdere ogni riferimento narrativo diretto. Il gesto pittorico resta centrale, governato però da una struttura compositiva rigorosa, mentre il colore costruisce un clima psicologico più che descrittivo. Negli ultimi lavori, ambienti domestici e relazioni familiari emergono come spazi mentali attraversati da una tensione sottile, mai risolta.

Sergio Padovcani, I viventi, olio, bitume, resina su tela. cm 190×160, 2024

Segue Sergio Padovani, la cui pittura si muove all’interno di un immaginario visionario e perturbante, nutrito dalla tradizione nordica e tardo-medievale. Le sue scene sono popolate da figure deformate, corpi in trasformazione, visioni sospese tra rituale e allucinazione. Padovani lavora per stratificazioni lente, utilizzando olio, bitume e resine, lasciando che la materia oscuri e riveli l’immagine allo stesso tempo. Nel 2025, la mostra Pandemonio ha restituito con forza una pittura che affronta il grottesco e il simbolico come strumenti per interrogare la condizione umana.

Nicola Samorì, The Veil

Segue Nicola Samorì, la cui ricerca si fonda su un rapporto fisico, quasi carnale, con l’immagine e con la storia della pittura. Il suo lavoro parte spesso da una conoscenza tecnica rigorosissima della tradizione figurativa – in particolare barocca e seicentesca – per poi metterla sotto pressione attraverso gesti di scavo, incisione, lacerazione, cancellazione. Il volto, frequentemente deformato o privato degli occhi, perde la funzione identitaria per trasformarsi in superficie sensibile, pelle esposta, materia vulnerabile. In Samorì la pittura non è mai citazione né omaggio, ma campo di conflitto: la tradizione viene attraversata, ferita, resa instabile. Pittura e scultura tendono spesso a coincidere, con superfici che collassano, si piegano, si sollevano nello spazio. Nel 2025, i progetti espositivi concepiti in dialogo diretto con importanti istituzioni storiche hanno confermato una pratica radicale, che utilizza il classico non come origine rassicurante, ma come materia viva da mettere costantemente in crisi.

Nicola Verlato Nuova Atlantide 2022-23

Chiude questo nucleo Nicola Verlato, tra i pittori italiani più solidi dal punto di vista tecnico e concettuale. Il suo lavoro utilizza la pittura come strumento critico per interrogare l’immaginario contemporaneo, combinando disegno tradizionale, modellazione tridimensionale e rendering digitale. Le sue composizioni monumentali mettono in scena conflitti storici, politici e culturali come drammi sospesi, in cui mito classico e cronaca convivono. Nel 2025, l’antologica Myth Generation ha confermato una ricerca che utilizza la pittura per costruire una mitologia del presente.

Scultura lingua viva

Se nella pittura il conflitto passa attraverso l’immagine, nella scultura il confronto è diretto, fisico, inevitabile. La materia non media, non filtra: oppone resistenza. In questo nucleo, la scultura si misura con il corpo, con il limite della forma, con la trasformazione come processo reale, spesso irreversibile. Non icone, ma presenze; non oggetti, ma situazioni di tensione.

Gianni Caravaggio, Quando le sensazioni diventano vere, 2024

Procedendo sempre in ordine alfabetico, troviamo Gianni Caravaggio, che da oltre trent’anni porta avanti una ricerca fondata su forme essenziali e materiali primari, concepiti come veri e propri dispositivi di pensiero. Le sue opere costruiscono situazioni percettive minime, spesso basate su equilibri instabili e relazioni sottili tra elementi. Marmo, bronzo, alluminio e materiali effimeri creano campi di attenzione in cui il senso emerge solo nella durata dello sguardo. Nel 2025, la presenza in importanti contesti istituzionali ha ribadito la centralità di una pratica meditativa e antispettacolare.

Segue Aron Demetz, che ha sviluppato il proprio percorso a partire dalla tradizione lignea della Val Gardena, spingendola in una direzione radicalmente contemporanea. Il corpo umano è il centro della sua ricerca, ma come organismo vulnerabile, attraversato da combustioni, fratture, erosioni. Il legno viene inciso, bruciato, lasciato reagire, come se la materia partecipasse attivamente alla costruzione dell’immagine. Nel 2025, i progetti museali e pubblici hanno confermato una ricerca che mette costantemente alla prova la figura.

Chiara Lecca

Proseguendo incontriamo Chiara Lecca, che lavora sul rapporto tra essere umano e natura come luogo di attrito. Le sue sculture e installazioni utilizzano materiali organici e inorganici rielaborati in oggetti ambigui, sospesi tra attrazione e perturbamento. L’elemento animale diventa materia critica, capace di interrogare gerarchie e processi culturali. Nel dialogo con contesti storici, come Palazzo Doria Pamphilj, il suo lavoro ha mostrato una precisione rara, priva di dichiarazioni didascaliche.

Proseguendo troviamo Verdiana Patacchini, che attraversa pittura, disegno e scultura con una particolare attenzione alla ceramica. Il suo lavoro guarda alla statuaria antica, all’archeologia e ai segni primordiali come a un archivio vivo, da rimettere in circolo senza citazione diretta. Le figure che emergono – busti, frammenti, presenze antropomorfe – restano enigmatiche, sospese tra figurazione e astrazione. Fuoco, superfici irregolari e stratificazioni materiche costruiscono un linguaggio che procede per evocazione, mantenendo aperta una tensione simbolica costante.

Intervento, contesto sociale e responsabilità

C’è poi un insieme di pratiche che sposta il baricentro fuori dall’opera intesa come spazio autonomo, assumendo il contesto come parte integrante del lavoro. Qui lo spazio condiviso non è sfondo né cornice, ma luogo di frizione, di responsabilità, di presa di posizione. Intervenire significa esporsi: accettare che il lavoro entri in relazione con dinamiche urbane, politiche, sociali che non possono essere controllate fino in fondo.

Procedendo in ordine alfabetico, troviamo Blu, per il quale il muro non è mai una superficie neutra, ma un punto di attrito. Il disegno si estende all’animazione, trasformando l’intervento in una narrazione collettiva che continua a circolare. Nel 2025, l’opera realizzata a Valencia e le prese di posizione pubbliche su temi internazionali hanno ribadito chiarezza politica e rigore etico, senza concessioni decorative

Ugo Rondinone

Ugo Rondinone costruisce una pratica fondata su immagini archetipiche e forme primarie, capaci di abitare lo spazio pubblico senza trasformarsi in monumento celebrativo. Pietre, corpi, scritte luminose e paesaggi condensano tempo, memoria e vulnerabilità, oscillando tra presenza monumentale e fragilità emotiva. Il suo lavoro non impone narrazioni, ma apre spazi di sospensione e contemplazione, in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con dimensioni essenziali dell’esperienza umana. Nel 2025, i progetti espositivi tra Milano e Londra hanno confermato una ricerca che utilizza lo spazio condiviso come luogo di silenzio attivo, non di intrattenimento.

Proseguendo troviamo Pietro Ruffo, che utilizza disegno e carta come dispositivi di pensiero. Le sue opere funzionano come mappe stratificate in cui geografia, storia e ambiente si intrecciano. Lo spazio pubblico diventa un campo simbolico in cui si incontrano responsabilità collettive e tempo profondo. I progetti del 2025 hanno confermato una ricerca capace di parlare del presente senza ridurlo a slogan.

Nico Vascellari lavora sull’idea di intervento come atto di pressione sul contesto. Le sue opere non si presentano come forme autonome, ma come sistemi messi in tensione: materiali organici e industriali, elementi naturali, dispositivi meccanici vengono combinati in assetti instabili, dove il processo è parte integrante dell’opera. La dimensione rituale, centrale nel suo lavoro, non ha nulla di evocativo o simbolico: è un dispositivo operativo, fatto di gesti ripetuti, soglie, forze che agiscono nel tempo. Nel 2025, interventi come Pastorale alla Sala delle Cariatidi hanno mostrato con chiarezza questa attitudine, riaprendo uno spazio storico come campo di attrito tra memoria, crescita organica e pressione fisica. Anche il trofeo realizzato per il Gran Premio di Formula 1 a Monza va letto in questa direzione: un innesto estraneo, volutamente ambiguo, inserito in un sistema iper-controllato, per metterne in evidenza le tensioni interne.

Digitale e nuove tecnologie

Qui rientrano pratiche che utilizzano il digitale e la tecnologia non come linguaggio decorativo o come fine in sé, ma come strumenti critici per interrogare immagine, percezione, corpo e sistemi di conoscenza. Tecnologie usate per aprire problemi, non per risolverli.

Matteo Basilé Theatrum Naturae III 2025 Pigment and smoke powder photographic print on cotton paper, with a carved interstice, 120 x 80 cm

Matteo Basilé è tra i pionieri dell’arte digitale in Italia, con una ricerca che da oltre trent’anni attraversa fotografia, manipolazione tecnologica e costruzione simbolica dell’immagine. Nei suoi lavori il corpo diventa soglia, superficie di iscrizione di memorie, poteri, ritualità. L’uso delle tecnologie – analogiche e digitali, fino all’Intelligenza Artificiale nei progetti più recenti – non ha mai funzione spettacolare, ma serve a stratificare tempi, riferimenti iconografici e livelli di senso. Nel 2025, i lavori che integrano AI confermano una pratica che utilizza il digitale come amplificatore visionario, non come automatismo.

Giuliana Cuneaz

Giuliana Cuneaz sviluppa una ricerca che intreccia arte, scienza e immaginazione, muovendosi tra computer grafica, video, realtà aumentata e intelligenza artificiale. Il suo lavoro indaga strutture invisibili della materia e analogie tra forme naturali, scientifiche e simboliche, costruendo ambienti che funzionano come dispositivi di conoscenza. Tecnologia e mito convivono senza gerarchie, restituendo immagini che non illustrano il sapere scientifico, ma lo mettono in risonanza con una dimensione archetipica e visionaria.

Donato Piccolo

Donato Piccolo lavora sul confine tra arte, ingegneria e robotica, costruendo opere che coincidono con dispositivi meccanici e algoritmici. Le sue sculture-macchine mettono in scena fenomeni fisici, movimenti, reazioni, trasformando l’opera in un sistema autonomo che agisce nello spazio. L’apparente dimensione ludica nasconde una riflessione profonda sull’autonomia della tecnologia, sul controllo e sulla perdita di controllo, sull’ambiguità del rapporto tra umano e artificiale. Nel 2025, l’antologica dedicata al suo lavoro ha restituito con chiarezza la coerenza di una ricerca che usa la macchina come strumento critico, non come feticcio.

Immaginazione, scrittura, visione

Questo nucleo raccoglie pratiche che lavorano sull’immaginazione come sistema complesso, in cui disegno, scrittura, narrazione e costruzione di mondi diventano strumenti per interrogare il sapere, il linguaggio e le strutture della conoscenza.

Claudia Losi sviluppa da oltre vent’anni una ricerca che lavora sulla relazione: tra essere umano e paesaggio, tra esperienza individuale e dimensione collettiva, tra memoria e racconto condiviso. Il suo lavoro si muove tra pratiche visive, cammino, scrittura e collaborazione, assumendo il tempo come materiale fondamentale. Camminare, ricamare, raccogliere storie diventano atti conoscitivi e politici, capaci di costruire legami e sedimentazioni lente. Progetti come Balena Project hanno mostrato con chiarezza questa attitudine: non opere concluse, ma dispositivi narrativi che attraversano luoghi e persone, generando comunità temporanee e forme di appartenenza non retoriche. Nel 2025, i lavori legati al territorio e alle tradizioni artigianali hanno confermato una pratica che utilizza lo spazio condiviso come luogo di cura, attenzione e responsabilità, senza mai ridurlo a scenario.

Luigi Serafini

Luigi Serafini è una figura unica nel panorama contemporaneo, autore di un universo visivo e concettuale che sfugge a ogni classificazione disciplinare. A partire dal Codex Seraphinianus, ha costruito un sistema che mima le forme del sapere enciclopedico per rivelarne l’arbitrarietà e la dimensione poetica. Disegno, scrittura illeggibile, oggetti e ambienti danno vita a un mondo coerente e instabile allo stesso tempo, in cui il senso sembra sempre a portata di mano e subito si ritrae. Il suo lavoro non chiede di essere decifrato, ma abitato: attiva uno sguardo infantile, pre-logico, capace di vedere senza comprendere del tutto. Nel 2025, la grande mostra al Labirinto della Masone ha restituito una lettura ampia del suo percorso, confermando Serafini come autore di una mitologia contemporanea che continua a espandersi per deviazioni, abbagli e invenzioni radicali.

Vedovamazzei, duo attivo dagli anni Novanta, lavora su una sottile linea di scivolamento tra ironia e critica, leggerezza formale e densità concettuale. I loro interventi utilizzano immagini e riferimenti culturali condivisi per mettere in crisi ruoli, identità e certezze consolidate. Cinema, storia dell’arte e cultura pop vengono assorbiti e restituiti come dispositivi critici, con una precisione che evita tanto la retorica quanto la provocazione fine a se stessa. Anche nello spazio pubblico, il loro lavoro agisce per slittamenti minimi, capaci di generare attrito senza alzare la voce.

A questo punto, spetta ai lettori. Dopo settimane di confronto e partecipazione, Artist of the Year 2025 entra nella sua fase conclusiva: le votazioni resteranno aperte fino alla mezzanotte di domenica 8, ultimo termine per esprimere la propria preferenza e contribuire all’esito finale del premio.
Per votare è sufficiente collegarsi al seguente link:


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