Dopo aver attraversato le criticità del sistema e le contraddizioni del mestiere nella prima parte di questa lunga intervista (che potete trovare qui), la conversazione con Marinella Senatore si sposta su ciò che davvero definisce oggi la sua pratica: la dimensione collettiva, il lavoro con le comunità e una visione dell’arte come dispositivo attivo, capace di incidere nel reale. Qui emerge con chiarezza una traiettoria che non riguarda più solo il “fare”, ma il “costruire” — relazioni, processi, possibilità.
Marinella, i tuoi progetti sono spesso caratterizzati da una forte dimensione collettiva e partecipativa: come si è evoluto nel tempo questo approccio e cosa rappresenta oggi per te?
All’inizio era una necessità, quasi una forma di resistenza. Col tempo è diventato il cuore della mia pratica. Ma tengo molto a chiarire che questo non è soltanto un modus operandi: è prima di tutto un impianto teorico, una ricerca concettuale precisa che attraversa tutti i miei lavori, indipendentemente dal linguaggio.
Negli anni ho lavorato con migliaia di persone, in contesti molto diversi — dalle scuole alle istituzioni, dagli spazi pubblici ai musei — e ogni progetto è stato anche un dispositivo di ricerca sul sapere collettivo, sull’autoformazione, sulle dinamiche di partecipazione. Penso spesso alla “School of Narrative Dance” come a una piattaforma di conoscenza condivisa, più che a un progetto performativo in senso stretto.
Quando mi viene chiesto quale sia il collegamento tra i lavori bidimensionali — come i collage, i disegni, gli arazzi — e le performance, che in realtà rappresentano una parte minoritaria della mia ricerca, mi rendo conto che esiste ancora una certa difficoltà, qui più che altrove, nel considerare la multidisciplinarietà come una risorsa pienamente contemporanea, uno specchio evidente della complessità del nostro tempo. Spesso si tende ancora a ricondurre tutto all’idea di “prodotto”, a cercare una coerenza formale più che strutturale o concettuale.
Ma per me il filo è sempre stato molto chiaro: riguarda la costruzione di narrazioni collettive, l’idea di empowerment, il rapporto tra individuo e comunità, tra memoria e immaginazione. Che questo si traduca in un arazzo, in un disegno, in una scultura luminosa o in un’azione condivisa è parte di un unico discorso. Negli ultimi anni, anche attraverso dati e riflessioni emerse nei miei progetti più recenti, è diventato ancora più evidente quanto queste pratiche possano generare impatto: non solo in termini artistici, ma anche sociali, educativi, persino economici.
La partecipazione non è un elemento decorativo, ma una struttura portante, un modo per produrre conoscenza e trasformazione. Spero che questa fase della mia maturità possa contribuire a rendere ancora più leggibile questa dimensione del mio lavoro, chiarendo come ogni scelta — di linguaggio, di contesto, di processo — sia sempre parte di una ricerca unitaria e profondamente radicata nel presente.

Il coinvolgimento delle comunità è centrale nella tua pratica: come costruisci questi processi e quale impatto speri possano avere nel lungo periodo?
Parto sempre dall’ascolto. Ogni progetto nasce da un dialogo reale con il territorio, con le persone, con le energie già presenti — anche quelle meno visibili. Non mi interessa “coinvolgere” nel senso superficiale del termine, ma costruire insieme, attivare processi in cui ciascuno possa riconoscersi come parte attiva.
Questo significa lavorare su tempi lunghi, creare fiducia, attraversare anche momenti di incertezza. Spesso il lavoro inizia molto prima che prenda una forma visibile e continua anche dopo. Mi interessa creare il contesto — per citare Maria Lind — le condizioni affinché le cose possano accadere: non imporre una struttura, ma facilitare delle possibilità.
Ci sono elementi molto concreti in questo: laboratori, incontri, momenti di scambio, ma anche una dimensione più invisibile fatta di relazioni, di ascolto profondo, di negoziazione. Ogni processo è diverso, perché ogni comunità ha le proprie specificità, e richiede una capacità di adattamento costante.
L’impatto che mi interessa non è immediato né misurabile solo in termini quantitativi. È qualcosa che si deposita nel tempo: relazioni che continuano, consapevolezze che si attivano, strumenti che le persone possono riutilizzare. In molti casi, anche dopo la fine del progetto, restano reti informali, collaborazioni, nuove forme di autonomia.
Per me è fondamentale che il lavoro non si esaurisca nell’evento o nell’opera finale, ma che lasci una traccia, anche minima, nelle modalità con cui le persone guardano a sé stesse e al contesto in cui vivono. È lì che riconosco il senso più profondo di questi processi.

In un momento storico segnato da trasformazioni sociali e culturali profonde, quale pensi sia oggi il ruolo dell’artista?
Credo che l’artista abbia il compito di aprire spazi di immaginazione e di possibilità. Non necessariamente di dare risposte, ma di porre domande, di attivare visioni e creare connessioni tra ambiti diversi del sapere e dell’esperienza.
In un momento storico così complesso, l’arte può essere uno strumento potente per generare pensiero critico e nuove forme di relazione. Tuttavia, credo sia importante anche fare un’autocritica: durante la pandemia, in molti casi, il sistema dell’arte — e gli artisti stessi — non sono riusciti a rispondere fino in fondo alle istanze delle comunità. È emersa una distanza, una difficoltà nell’essere realmente presenti in un momento in cui ce n’era estremo bisogno.
Questo ha messo in evidenza una fragilità nel nostro rapporto con il pubblico, quasi una frattura in quel patto di fiducia che dovrebbe essere alla base del lavoro artistico. Per questo oggi sento ancora più urgente la necessità di ripensare il ruolo dell’artista come qualcosa di profondamente radicato nel sociale, capace di ascoltare, di esserci, di costruire senso anche nei momenti di crisi.
Non si tratta di semplificare il lavoro, ma di renderlo più permeabile, più responsabile, più in dialogo con il presente.
Hai attraversato nel tempo molteplici linguaggi — dal collage al disegno, dalle installazioni alla scultura, fino al film e alle performance collettive. Su quali progetti stai lavorando attualmente e quali direzioni pensi di esplorare nei prossimi anni?
Sto lavorando su una costellazione molto ampia di progetti che continuano a esplorare la dimensione collettiva ma anche aprendo a dimensioni di ricerca nuove, come quella degli arazzi, che per me sono una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla stratificazione delle storie. Mi interessa sempre più lavorare su linguaggi che si intrecciano — visivi e relazionali — senza gerarchie.
Quest’anno è particolarmente intenso: ho oltre ventotto mostre tra progetti espositivi e commissioni, distribuite tra Svizzera, Germania, Stati Uniti e diversi contesti in Asia, oltre naturalmente all’Italia. Sono collaborazioni con istituzioni che non si esauriscono nell’immediato, ma che si sviluppano anche nei prossimi anni attraverso progetti a lungo termine, spesso pubblici e profondamente radicati nei territori.
Continuo a lavorare molto anche con le gallerie private, in particolare con la Galleria Mazzoleni, con cui ho un rapporto di grande fiducia e continuità, e a cui riconosco un ruolo importante anche nel dialogo con il collezionismo. Parallelamente, porto avanti collaborazioni con critici, curatori e, più in generale, con quelli che considero gli storyteller del nostro tempo, figure fondamentali per costruire narrazioni complesse intorno al lavoro artistico.
In questo momento sto sviluppando, tra le altre cose, il programma di workshop legato al riconoscimento di artista dell’anno 2026 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, oltre a una serie di incontri pubblici che sono diventati sempre più centrali nella mia pratica.
Tra pochi giorni inaugurerà anche un progetto molto importante alle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco a Venezia, per The Human Safety Net, che mi ha visto lavorare per circa un anno con famiglie in condizioni di vulnerabilità sociale: un lavoro che riassume molti degli aspetti della mia ricerca.
È un momento di grande intensità, con progetti molto ambiziosi sia per scala che per il respiro internazionale. E continuo a portare avanti tutto questo mantenendo un rapporto diretto, “in prima linea”, con i processi e con le persone, radicalizzando sempre di più il mio impegno nel lavoro con le comunità.

Che consiglio daresti a giovani artisti italiani che oggi cercano di costruire un percorso nel sistema dell’arte contemporanea?
Direi innanzitutto di non aspettare legittimazioni esterne, ma anche — e forse soprattutto — di provare a fare meglio di noi, della mia generazione. Credo che sia una responsabilità e insieme una possibilità: imparare dagli errori, dalle mancanze strutturali che abbiamo attraversato, e costruire qualcosa di più solido.
Fare rete davvero, in modo concreto, non solo dichiarato. Condividere informazioni, sostenersi, creare alleanze che non siano opportunistiche ma basate su una visione comune. In un sistema che tende a frammentare, è fondamentale scegliere consapevolmente di non essere isolati.
Studiare molto, continuamente. Non solo tecnicamente, ma anche teoricamente, politicamente, culturalmente. Avere strumenti per leggere il contesto in cui si lavora è essenziale. E tenere sempre presente che questo è un lavoro: va riconosciuto come tale, anche da chi lo pratica.
È importante anche dialogare con chi non la pensa come noi. Uscire dalle bolle, confrontarsi con figure diverse, perché è lì che spesso si generano gli spazi più interessanti e le possibilità di crescita reale.
E poi costruire strade. Perché molte di quelle che oggi percorriamo non sono state tracciate prima, o lo sono state in modo fragile. Questo richiede coraggio, ma anche senso di responsabilità. Tenere sempre presente che il nostro lavoro non riguarda solo noi stessi, ma anche chi verrà dopo: essere artisti significa anche assumersi una responsabilità collettiva.




