Quest’estate la natura sta dando spettacolo in un modo tanto affascinante quanto inquietante, grazie al vulcani attivi. Le colonne di fumo che sorgono dall’Etna, le fiamme che rischiarano la notte di Stromboli, mettono in discussione la nostra percezione del terribile e del pericoloso, trasformandola in qualcosa che esula puramente dal concetto di disastro.
In queste circostanze, sarà di sicuro utile intraprendere un viaggio guidato da uno degli esploratori più arguti e incisivi della nostra letteratura contemporanea: Paolo Rumiz. L’autore di ‘Una voce dal profondo’ (Feltrinelli) ci invita a decifrare il linguaggio di questi sommovimenti sotterranei, interpretandolo come un tentativo di comunicazione da parte della nostra Terra.
Da Stabone, lo storico geografo greco che raccontava di una Sicilia vuota al suo interno e ricca di fiumi di fuoco, a Empedocle che identificava in essa gli inferi, la visione del vulcano ha spesso influenzato la cultura umana, generando miti e superstizioni. Catania e San Francisco, città apparentemente tranquille, coabitano da secoli con il pericolo costante delle eruzioni e dei terremoti, ma vivono questa convivenza con una disinvolta accettazione del rischio.
In questa analisi del rapporto tra umano e vulcanico, Rumiz ci delizia con il suo stile ironico e incisivo: “Un pericolo l’Etna? Ma quando mai. È un dio benigno, rispetto alla fornace d’asfalto, la bestialità del traffico, il manicomio dei motorini, gli sguardi in cerca di rissa di molti, l’atteggiamento minatorio persino di certi camerieri nei ristoranti”. Fa riflettere su come, in realtà, la natura a volte rappresenti un minore pericolo rispetto alle nostre stesse creazioni umane.
Ma il cammino di Rumiz non si ferma alle etnee pendenze, si estende anche ai pendii del Vesuvio, ancor più densamente popolati, offrendoci un affresco variegato di un’Italia che convive con la morte, la superstizione e la religione in un connubio tutto da esplorare. Benjamin l’aveva definito ‘porosità’, e mai parola fu più azzeccata: Napoli e i napoletani diventano allora la cartina di tornasole di questa nostra identità geologica nazionale.
Oltre queste considerazioni, il libro di Rumiz è anche un minuzioso esame della nostra società: i terremoti e le ricostruzioni secondo regole non sempre rispettate, gli sgomberi forzati e la conseguente speculazione edilizia, l’aumento della popolazione nei luoghi più a rischio. Tutto ciò testimonia quanto il nostro rapporto con la terra vada oltre la semplice interazione fisica, influenzando anche le dinamiche sociali ed economiche.
Insomma, quello proposto da Paolo Rumiz è molto più che un’inchiesta: è un tentativo di ricavare un’antropologia dal sottosuolo. Non solo una riflessione sui luoghi geografici del nostro paese, ma un’analisi di quell’identità profonda e nascosta che emerge proprio in situazioni estreme come quelle che stiamo vivendo. Una riflessione su cosa significhi essere italiani, con il nostro legame unico con una terra tanto mutevole e capricciosa quanto lo siamo noi. Ma, come ci ricorda l’autore, tutto questo non avrà nessun riscontro se non faremo attenzione agli avvertimenti della nostra Terra e non impareremo a rispettarla in tutte le sue forme.
Rileggiamo quindi Rumiz in questa estate di vulcani attivi, ascoltiamo la voce del sottosuolo e cerchiamo di capire cosa ci stia cercando di dire. E soprattutto, cerchiamo di rispondere con l’attenzione e il rispetto che merita.


