Bansky o non Banksy? Ci siamo, e ancora una volta e ancora una volta (e non sarà l’ultima). Dirompente come una bomba a orologeria, puntuale come un orologio svizzero, esplicito come un manifesto, anche per questa vigilia di Natale, come ormai avviene ogni pochi mesi da molti anni, un nuovo murale, comparso poche sere fa a Londra, torna ad accendere i riflettori sull’opera dello street artist più famoso del mondo, ricordandoci che Banksy può colpire in qualunque momento e in qualunque luogo, per risvegliarci e distrarci, almeno un istante, dal nostro solito tran tran (cit. Sferaebbasta, ndr) e, come si suol dire, dalla nostra comfort zone, per ricordarci, con quel suo linguaggio così semplice, immediato e riconoscibile al punto da essere ormai divenuto il suo marchio di fabbrica inequivocabile (sebbene replicato mille e mille volte da schiere di mediocri imitatori in tutto il mondo: uno stencil, una figura ritagliata, una bomboletta nera e una grigia, et voilà il gioco è fatto), che nel mondo esistono povertà, guerre, ingiustizie, fame, disuguaglianze, violenza, soprusi, abusi, sofferenza. Ma sì, ma sì, facevamo così anche noi, da bambini, quando all’oratorio, con un prete un po’ troppo progressista per i vertici ecclesiastici (erano gli anni Settanta, gli stessi in cui è cresciuto Banksy, e a quel tempo anche i preti potevano dopotutto permettersi di essere un po’ progressisti, e tifare per la teologia della liberazione invece che collezionare alternativamente conti in banca, appartamenti e scandali), ci invitava a cercare, documentare e ricordare, proprio in questi giorni decembrini carichi di aspettativa, di magia, di luci e di frenetici preparativi, ai bravi papà e mamme accorsi in massa a vederci alla recita di Natale, che il mondo non è solo un posto caldo, ricco, buono, festoso, illuminato, pieno di negozi e di bar e di ristoranti pieni e di famiglie unite e amorevoli, ma anche un posto dove si può morire di freddo in mezzo a una strada, dove si deve sottostare a orari disumani perchè tutte le garanzie e tutti i diritti sono saltati o rischiano progressivamente di saltare, in tempi di neo-egoismi e di neoleiberismi imperanti, è un posto dove milioni di malati non hanno le medicine per curarsi perché la sanità è stata data in vendita ai privati, dove gli affitti costano troppo per potersi permettere una casa, dove i soldi girano solo se sei nel giro giusto e dalla parte giusta della barricata, dove la violenza, la sopraffazione, la povertà dilagano, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, dove centinaia di migliaia di detenuti passeranno, anche questa volta, un Natale in celle sovraffollate e maleodoranti, lasciati, anch’essi, in balia della violenza e della legge del più forte, e se qualcuno finirà ancora per suicidarsi, appendendosi alle sbarre di una cella, in fondo, che sarà mai?, dopotutto se era in galera, una ragione ci sarà ben stata…

Sì, perché il lavoro di Banksy, a guardar bene, non si distacca troppo da quello che molti di noi, da bambini, quando andavamo al catechismo (per chi ancora c’è andato, certo), mettevano in piedi per ricordare, almeno a Natale, che mentre noi prepariamo pranzi luculliani e spendiamo metà dei nostri stipendi per regalare a figli o a nipoti le ultimissime trovate tecnologiche, là fuori altri bambini, altre famiglie, altri padri e madri di famiglia soffrono perché non hanno magari soldi per mangiare, non hanno doni sotto l’albero, non hanno non hanno i soldi per tirare a fine mese, o non hanno nemmeno lavoro, o magari non hanno neppure più una casa, o perché i giochini di guerra sfuggiti fatalmente di mano a qualche nuovo apprendista stregone del Nuovo Ordine Mondiale hanno mandato loro una bella manciata di droni o di missili a buttargliela giù (o magari per mezzo di qualche ruspa guidata dai nuovi coloni israeliani ringalluzziti dai massacri a Gaza, come avviene ora in Cisgiordania), o perché il capitalismo selvaggio li ha spinti fuori dal perimetro della società opulenta e garantita e li ha fatti finire letteralmente in mezzo a una strada, magari con tanto di moglie e figli (mentre i governi, pochi esclusi, e sicuramente inclusa l’Italia, giocano a fare i duri con i deboli e i deboli con i forti, sgomberando, alla vigilia di Natale, e in nome del “decoro” e della “legalità”, appartamenti abitati da intere famiglie lasciate, a pochi giorni dal Natale, “senza luce e al freddo”, coi “bambini terrorizzati”, come è accaduto di recente a Milano, la città dei grattacieli e dei permessi concessi a pioggia per i costruttori e per gli amici dei costruttori).
E allora eccolo qui, l’ennesimo “regalo” natalizio di Banksy (perché, malgrado la sua fama di artista radicale, Banksy è in realtà fedele alle feste comandate come e più di un buon padre di famiglia). Eccola, dunque, la notizia, il consueto cinepanettone firmato Banksy: un’immagine apparsa nelle ultime ore a Londra, lungo il perimetro del Centre Point, lo storico grattacielo di Tottenham Court Road, a pochi metri dall’omonima stazione della metropolitana. In primo piano, un bambino steso sull’asfalto, infagottato contro il freddo; accanto a lui una figura più grande, quasi una presenza-fantasma, in ombra, che tende il braccio e punta l’indice verso l’alto, forse in direzione del cielo, forse dell’edificio. Bianco e nero (e grigio), nessun virtuosismo tecnico, nessuna concessione all’effetto: un’immagine che si affida tutta al peso simbolico del gesto e al luogo in cui è stata collocata.

Il Centre Point, da luogo di resistenza a tempio del lusso
Sì, perché il Centre Point non è uno sfondo neutro. Del resto, non è solo un oggetto urbanistico o un caso sociale: è anche una forma, un’icona architettonica entrata a pieno titolo nell’immaginario visivo contemporaneo. In Italia, non a caso, è stato uno dei soggetti scelti da Marco Petrus, tra i più lucidi e riconoscibili interpreti pittorici del paesaggio urbano, che lo inserì come immagine-simbolo della mostra London Suspended del 2003, arrivando a farne anche la copertina del catalogo. Come già accaduto in altre occasioni – si pensi alle sue celebri rappresentazioni delle Vele di Scampia – Petrus isolava l’edificio dal contesto, lo sospendeva in una dimensione quasi astratta, per mostrare lo scarto profondo tra la tensione progressiva del progetto architettonica originale e la sua sedimentazione finale nell’immaginario urbano, spesso ben più ambigua, segnata da contraddizioni mai del tutto risolte.
Il Centre Point un edificio che, da solo, contiene una storia lunga e, potremmo dire, imbarazzante per la città di Londra. Costruito negli anni Sessanta come palazzo per uffici, rimase per anni quasi completamente vuoto, diventando negli anni Settanta il bersaglio di una delle più note occupazioni simboliche contro la crisi abitativa. Nel 1974, un gruppo di attivisti vi si insediò per denunciare l’assurdità di un grattacielo disabitato mentre centinaia di persone dormivano per strada nei dintorni (cinquant’anni dopo, a Milano, rischiamo di vedere la trama, proprio la stessa trama, che tristemente si ripete uguale identica a se stessa: riusciranno dopotutto a riempirli, tutti questi grattacieli cresciuti bulimicamente al centro dell’ex “capitale morale d’Italia”, mentre centinaia di nuclei famiglie rischiano ogni giorno lo sfratto per occupazione abusiva o per morosità?). Non a caso, proprio attorno a quell’edificio – già allora percepito come uno scandalo urbano – si è venuta a creare una forte risonanza simbolica con un’altra realtà, ovvero la charity fondata nel 1969 dal reverendo Kenneth Leech per offrire supporto ai giovani senzatetto, il cui nome (Centrepoint, appunto), volutamente o meno, finì per evocare una delle contraddizioni più evidenti della Londra contemporanea.
Oggi la storia si è “risolta”, come spesso accade, nel modo più prevedibile: dopo lo sgombero e una lunga fase di ristrutturazione conclusasi nel 2018, il Centre Point è stato infatti riconvertito in appartamenti residenziali di lusso, con spazi commerciali, ristorazione, una food hall alla moda e una piazza pubblica ripulita e addomesticata (il decoro!, il decoro!, ultimo ritrovato dell’ipocrisia moralizzante delle nuove élite pluto-politiche, assieme all’ossessione della “sicurezza”, naturalmente riferita sempre e solo a chi ha i soldi per pagarsela, la sicurezza, e non ai poveracci lasciati ai margini del vivere civile, nell’inferno di qualche moderna trappola per poveracci, siano centri di detenzione temporanea, galere o case popolari,terrains vague lasciati desolantemente alla deriva, in mano alla legge del più forte e del più violento). Il problema, infatti, anche a Londra, in quel di Tottenham Court Road, non si è certo dissolto assieme alla ristrutturazione: nel Regno Unito, infatti, pare che oltre quattro milioni di bambini vivano in condizioni di povertà, e la homelessness giovanile continui a crescere a ritmi allarmanti. Il paradosso è tutto lì: un edificio nato come scandalo urbano è diventato nel tempo simbolo di un “nuovo benessere” (sempre per chi se lo può permettere), mentre ciò che denunciava continua a esistere, semplicemente spostato qualche metro più in là, come un batuffolo di polvere cacciato a forza sotto al tappeto (e i teorici del decoro tutti felici e soddisfatti, perché in fondo cos’è la povertà se non un male necessario e inestirpabile, a patto che non ci imballi le vetrine del nostro meritato shopping di Natale e le strade dei nostri ben ripuliti e anestetizzati centri storici, rifatti e imbellettati a misura di turisti!).

E qui il parallelo con ciò che sta accadendo – o che rischia di accadere – a Milano e Torino diventa fin troppo immediato, almeno a chi abbia occhi per vedere e un cervello per creare connessioni: e proprio per questo non meno inquietante. Perché anche da noi la sequenza è ormai collaudata: prima lo spazio occupato, conflittuale, ma anche produttore di socialità e di cultura dal basso; poi lo sgombero in nome della legalità, del decoro, della sicurezza; infine la riconversione, lenta ma inesorabile, in valore immobiliare, e la consacrazione definitiva degli stabili “liberati” se va bene in grandi centri di benessere e di opulenza, se va male come cattedrali nel deserto, gusci vuoti, semi-inutilizzati, per città anestetizzate. È quanto aleggia, del resto, attorno ai recenti sgomberi del Leoncavallo, a Milano, e di Askatasuna a Torino: luoghi che per decenni hanno funzionato come presìdi sociali, culturali, politici di interi quartieri e che, una volta svuotati e neutralizzati, rischiano di seguire la stessa sorte del Centre Point, trasformandosi nell’ennesima, vuota occasione di rendita, in nuovi contenitori per uffici, residenze di lusso o operazioni immobiliari pensate per una città che parla sempre meno ai suoi abitanti e sempre di più ai suoi investitori.
È Banksy o non è Banksy?
Ma dunque? È di Banksy o non è di Banlsy? Le immagini del murale sono state rilanciate inizialmente da Banksy Archive, profilo non ufficiale ma storicamente ben informato sulle nuove apparizioni dell’artista. La conferma definitiva sui canali ufficiali di Banksy non è ancora arrivata, ma diversi elementi – il tema, il tempismo natalizio, la scelta del luogo, la costruzione iconografica – rendono l’attribuzione più che plausibile. Anche Stefano Antonelli, curatore e presidente della Fondazione Archivio Banksy, ha ricordato come il Centre Point rappresenti un punto nevralgico della memoria urbana londinese legata al tema dei senzatetto, leggendo l’opera come un chiaro richiamo alla crisi abitativa contemporanea. Non sarebbe, del resto, la prima volta che Banksy torna su questi temi proprio a Natale.
Nel 2019, a Birmingham, l’artista aveva infatti realizzato uno dei suoi interventi natalizi più noti e discussi. In quel caso non si trattava solo di un murale, ma di un’azione che metteva deliberatamente in corto circuito immagine e realtà: su un muro di mattoni del Jewellery Quarter, Banksy aveva dipinto due renne, che, grazie a un semplice gioco prospettico, trasformavano una panchina reale in una slitta improvvisata. Su quella panchina si era sdraiato un senzatetto in carne e ossa, un uomo di nome Ryan, ripreso in un video poi diffuso dallo stesso artista sul suo profilo Instagram ufficiale, accompagnato dalla canzone natalizia I’ll Be Home for Christmas. In un post successivo, Banksy aveva raccontato come, nei circa venti minuti delle riprese, i passanti si fossero fermati spontaneamente a offrire a Ryan bevande calde, cibo e piccoli oggetti di prima necessità, senza che lui chiedesse nulla. “Dio benedica Birmingham”, scriveva l’artista, sottolineando la generosità istintiva di chi si era avvicinato. Ma anche in quel caso il messaggio andava ben oltre l’aneddoto edificante: l’episodio mostrava con crudezza quanto sottile e intermittente sia la linea che separa l’empatia individuale da una risposta strutturale ai problemi sociali. La carità occasionale, sembrava dire Banksy, non sostituisce una politica; e il freddo non si combatte con i like. Poche ore dopo la sua apparizione, anche quell’opera aveva seguito un destino ormai ricorrente: le renne erano state vandalizzate con dei nasi rossi disegnati sopra, trasformando la scena in una caricatura grottesca e riportando bruscamente l’intervento dall’alveo della favola natalizia a quello, molto più prosaico, della cronaca urbana.

Il bimbo indica il cielo: perché?
È anche alla luce di precedenti come questo che il nuovo intervento comparso al Centre Point va letto senza forzature simboliche, ma con attenzione al luogo e alla postura che mette in scena. Un bambino steso a terra, infagottato contro il freddo, e accanto una figura più grande che indica verso l’alto: non un gesto enigmatico in astratto, ma un gesto che acquista senso solo nel punto esatto in cui è stato collocato. Indicare verso l’alto, lì, significa inevitabilmente chiamare in causa la verticalità della città: non tanto il cielo in sé, quanto ciò che lo occupa, lo organizza, lo rende accessibile a pochi e inaccessibile a molti. Che cosa si stia indicando, allora, resta volutamente indeterminato. Può essere il cielo delle luci e delle decorazioni, quello che a Natale torna a funzionare come sfondo rassicurante. Può essere lo spazio aereo ormai attraversato da droni, sorveglianza, conflitti. Oppure, più probabilmente, può essere l’edificio stesso, indicato come si indica un’evidenza che non ha più bisogno di spiegazioni. Del resto, nella tradizione iconografica cristiana, il gesto di indicare verso l’alto ha una funzione precisa e tutt’altro che generica. Dal Cristo bambino delle Natività al Cristo adulto delle predicazioni e dei Giudizi, fino al Giovanni Battista che indica in alto, quel movimento della mano non serve a evocare un cielo astratto, ma a stabilire una gerarchia di senso: ciò che conta non è ciò che sta accadendo qui, ma ciò che è posto sopra, oltre, in un ordine altro rispetto al piano terreno. Indicare l’alto significa orientare lo sguardo, disciplinarlo, sottrarlo alla contingenza del bisogno immediato per inserirlo in una logica di attesa, di promessa, di rimando. È un gesto che organizza lo spazio simbolico prima ancora che quello visivo, e che, nelle immagini sacre, funziona come dispositivo di autorità: sposta il centro della scena e, con esso, la responsabilità della risposta.
Inserito nel contesto urbano del Centre Point, quel gesto perde ogni aura devozionale e mostra tutta la sua ambiguità. Non rimanda più a un ordine trascendente condiviso, ma mette in tensione il corpo a terra e la verticalità dell’edificio, la condizione di chi resta sotto e la promessa inscritta nelle architetture del potere economico contemporaneo, introducendo al tempo stesso una sensazione di attesa inquieta: lo sguardo rivolto verso l’alto non intercetta solo un’aspettativa, ma anche l’incertezza di ciò che può arrivare dall’alto, dal futuro, da un orizzonte tecnologico e bellico che negli ultimi anni ha smesso di essere astratto. Che sia o meno ufficialmente rivendicato, il murale funziona già come dispositivo urbano, di discussione, di rimessa in circolo delle contraddizioni della memoria storica della città. Non inventa nulla, non promette soluzioni, non chiede adesioni emotive. Si limita a stare dove sta, nel momento giusto, ricordando che le città occidentali hanno imparato a convivere con la povertà come con un rumore di fondo: qualcosa da spostare, da mascherare, da tenere fuori campo, purché non disturbi troppo il racconto ordinato del Natale.

Il secondo murale: è Banksy, e parla proprio di bambini, di povertà e del guardar le stelle
Mentre l’articolo era già online, sono spuntate nuove piste e nuove conferme. Il murale comparso nei giorni scorsi sotto il Centre Point non è rimasto un caso isolato: una seconda versione, identica nell’impianto iconografico, è apparsa a Bayswater, nella zona ovest di Londra, in Queen’s Mews (nella foto in alto, l’angolo in cui è comparso il murale prima dell’intervento di Banksy, ndr). Questa volta la paternità è stata rivendicata apertamente da Banksy, che ha pubblicato l’opera sui suoi due canali Instagram ufficiali, confermando di fatto anche il lavoro “gemello” apparso a Tottenham Court Road. Il nuovo murale si trova in un angolo apparentemente marginale, uno di quegli spazi normalmente invisibili: un muro sopra una fila di garage, tra pattumiere, sporco, residui urbani. Nel giro di poche ore, attorno all’opera si è però formato il consueto via vai di curiosi e di turisti del selfie, con persone salite persino sul tetto di lamiera del magazzino di fronte per fotografarsi accanto all’immagine.
Anche qui i bambini sono due, distesi, infagottati contro il freddo. Guardano in alto. Il gesto è lo stesso. Cambia il quartiere, cambia la distanza dal centro, ma non la postura. In questa versione, i bambini si trovano su un tetto, non sull’asfalto: ancora più lontani da un interno domestico, ancora più isolati e stretti nella propria bolla. Sopra di loro, una gru, con la sua brava luce rossa accesa in cima, si staglia nel cielo notturno. Da una certa angolazione, quella luce finisce per occupare esattamente il punto verso cui è diretto il dito: potrebbe sembrare una sorta di decorazione natalizia, una stella artificiale sospesa nel cielo. O potrebbe essere soltanto ciò che è davvero: un segnale tecnico, funzionale, legato a un cantiere.
È un Natale strano, del resto, questo cui stiamo per assistere: attraversato da instabilità, paura, povertà, violenza. Eppure, dentro questo scenario, basta poco a due bambini per sottrarsi a tutto il resto, anche solo per un momento. Per sdraiarsi, e guardare in alto, verso il cielo. Lassù, forse, fra qualche giorno comparirà una stella cometa. O forse, la luce che tutti aspettiamo, oggi, non potrà altro che essere rappresentata dalla punta illuiminata di una gru, perché qualcuno, anche lì, sta facendo i suoi conti, a suon di ristrutturazioni, riconversioni, nuovi flussi di denaro che entreranno nelle tasche di pochi lasciando gli altri, ai molti che forse lì sotto ci vivevano, in maniera irregolare, perché soldi per una casa vera non ce l’avevano, soltando la solitudine e la propria povertà. Perchè probabilmentre, sì, ci saranno nuovi sfratti, nuove famiglie espulse, altri bambini costretti a guardare il cielo rimanendo sdraiati a terra. This is America, cantava Childish Gambino. Questo è il capitalismo, bellezza, ribattiamo invece noi; o, a voler essere ottimisti, null’altro che il suo volto peggiore.


